
Incisione originale di Guadagnino 26/100, credit Antiche Curiosità©
Giustina Settepunti©
Incisioni d’arte e sigle
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Nel panorama della grafica d’arte del Novecento, la questione della tiratura e delle sigle che accompagnano le incisioni assume un ruolo fondamentale sia per la storia dell’arte sia per il collezionismo. Queste sigle — H.C., E.A., P.A., B.A.T., P.P. — non sono semplici abbreviazioni tecniche, ma strumenti di classificazione che determinano il valore, la funzione e l’autenticità di una stampa. Nel caso di Salvador Dalí, la loro importanza si intreccia con un ulteriore nodo critico: l’artista non incise quasi mai personalmente le lastre, delegando la parte tecnica a stampatori professionisti, ma conservando la paternità delle opere attraverso il controllo del processo creativo, l’approvazione delle prove e la firma autografa.
La pratica di numerare le incisioni, diffusasi tra XIX e XX secolo, rispondeva all’esigenza di garantire un’edizione limitata. Un esemplare con la dicitura “34/150” indica, ad esempio, la trentaquattresima stampa di una tiratura di centocinquanta. Accanto a queste copie numerate, esistono varianti “fuori tiratura” che assumono denominazioni differenti. La sigla H.C. – Hors Commerce segnala esemplari fuori commercio, non destinati alla vendita ordinaria ma utilizzati come copie di rappresentanza, doni istituzionali o prove per esposizioni. La sigla E.A. – Épreuve d’Artiste, in francese, o P.A. – Prueba de Artista, in spagnolo, designa le prove d’artista, cioè esemplari riservati all’autore e generalmente più rari, motivo per cui sono molto apprezzati dai collezionisti. La dicitura B.A.T. – Bon à tirer identifica l’esemplare considerato buono per tirare, ossia il modello approvato dall’artista da cui verranno tratte tutte le altre stampe: si tratta di un unicum, di eccezionale importanza critica. Le P.P. – Printer’s Proof, infine, sono le prove di stampatore, copie destinate alla tipografia o conservate come archivio tecnico.
Nel caso di Dalí, queste sigle si intrecciano con il problema dell’autenticità. A differenza di incisori tradizionali, egli raramente incideva le lastre di propria mano. Il suo ruolo era quello di ideatore dei soggetti e supervisore del processo: forniva i disegni preparatori, approvava le prove di stampa, talvolta interveniva con correzioni, e soprattutto firmava a matita gli esemplari ritenuti validi. Questo aspetto solleva un dibattito: se da un lato le incisioni firmate e approvate da Dalí vanno considerate a pieno titolo opere originali, dall’altro la produzione editoriale massiccia degli anni Settanta e Ottanta — spesso condotta con un controllo solo parziale da parte dell’artista — ha favorito la diffusione di edizioni controverse, talvolta addirittura postume o non autorizzate.
Il mercato riflette tale ambiguità. In termini di valore, i collezionisti tendono a privilegiare i B.A.T. per la loro unicità, le E.A./P.A. per il rapporto diretto con l’artista, quindi le copie numerate per la loro stabilità commerciale; meno centrali, ma non prive di interesse, risultano le H.C. e le P.P., che possiedono una rarità relativa ma minore ufficialità. Da un punto di vista critico, però, ogni sigla è un tassello che illumina le dinamiche di produzione e diffusione dell’opera grafica, offrendo indizi preziosi sulla collaborazione tra artista, editore e stampatore.
In conclusione, le sigle di tiratura nelle incisioni di Dalí non sono soltanto marchi tecnici: costituiscono un linguaggio codificato che permette di distinguere le varie destinazioni delle stampe, ma anche di interpretare la complessa relazione tra creatività individuale e produzione editoriale. Esse rendono visibile, in forma abbreviata, il processo attraverso cui Dalí — pur non essendo incisore di mestiere — riuscì a trasformare la grafica in un veicolo potente e controverso della sua immaginazione surrealista.
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