I social-professorini citano

I social-professorini citano

Maschera orientale grottesca, credit Antiche Curiosità©

 

Estinzione dello spirito critico

Mary Blindflowers©

Stamattina ho visto per caso un articolo di Repubblica su Schifano, artista che mi lascia del tutto indifferente, sia tecnicamente che contenutisticamente. Lo trovo inerte e per nulla innovativo. Nemmeno disturbante, come si affrettano a precisare alcuni. Ma l’uomo o la donna della strada che esprimono un parere in libertà commettono un reato penale. Così un saccente professorino mi ha consigliato di ripassare Deleuze per farmi piacere per forza il tanto amato (da lui) Schifano.

In realtà, se il professorino consigliere avesse letto qualche libro in più, oltre alle citazioni di fb e ai pigolii di Repubblica, saprebbe che non esiste un rapporto diretto e documentato tra Mario Schifano e Gilles Deleuze: il filosofo francese non ha mai scritto su di lui, né l’artista italiano ha dichiarato influenze specifiche da Deleuze. Il legame nasce piuttosto da una sovrapposizione critica successiva, operata soprattutto da studiosi e curatori che hanno usato le categorie deleuziane per leggere l’opera di Schifano.

Immagine e simulacro: Schifano lavorava molto sull’appropriazione di loghi, brand, immagini televisive e fotografiche. Alcuni critici hanno letto questa pratica in chiave deleuziana, come gioco di simulacri e di moltiplicazione delle immagini.

Flusso e deterritorializzazione: Deleuze parla di processi che sfuggono alla fissità delle strutture. Schifano, con i suoi quadri “liquidi”, con i cicli che sembrano mai finiti e continuamente variati, è stato visto come un artista che rappresenta flussi di segni più che oggetti chiusi.

Cinema e pittura: Deleuze è noto per le sue teorie sul cinema (L’immagine-movimento, L’immagine-tempo). Schifano negli anni ’60-’70 lavora con film sperimentali e diari filmati, e lì alcuni hanno trovato un parallelo concettuale con la filosofia deleuziana delle immagini.

Pop italiano, Pop americano: mentre Warhol o Lichtenstein riducono l’immagine a icona piatta, Schifano la frammenta, la distorce, la rende instabile. Questo tipo di instabilità è stato interpretato con categorie derivate da Deleuze (il “rizoma”, la molteplicità, il rifiuto del centro).

Quindi, riassumendo: il rapporto non è storico, ma critico-teorico. È una lettura a posteriori assolutamente non necessaria per apprezzare o no l’opera di Schifano, che infatti, nonostante conosca Deleuze, continua tranquillamente a non piacermi in barba al professorino suindicato.

Nella cultura italiana, e più in generale nelle pratiche accademiche e critiche contemporanee, il confronto raramente si sviluppa come scambio di prospettive; troppo spesso si riduce a una forma di competizione erudita. L’espressione di un parere motivato, ad esempio la critica di un artista o di un testo canonico, viene frequentemente percepita non come un contributo legittimo alla discussione, ma come sintomo di insufficiente preparazione. Da qui deriva l’abitudine, sempre più diffusa, di neutralizzare il dissenso con un richiamo immediato a un’autorità filosofica o critica, che funge da argomento definitivo, anche se spesso ci azzecca come il formaggio grattugiato sulle vongole.

Pierre Bourdieu, ne La distinction (1979), ha mostrato come la legittimazione culturale sia uno strumento di potere simbolico: la competenza estetica non si misura tanto sulla qualità del giudizio quanto sulla capacità di esibire un capitale culturale riconosciuto. In questo senso, il richiamo a un autore di prestigio non arricchisce la discussione, ma diventa un dispositivo di esclusione.

La filosofia contemporanea offre strumenti per leggere questo fenomeno. Michel Foucault, nelle lezioni al Collège de France (L’ordre du discours, 1971), ha evidenziato come i discorsi accademici siano regolati da meccanismi di controllo che stabiliscono chi ha diritto di parlare, in quali condizioni e con quale legittimazione. Allo stesso modo, Jürgen Habermas (Theorie des kommunikativen Handelns, 1981) insiste sulla necessità di una comunicazione non distorta: il dominio delle citazioni autorevoli, usate come “armi” retoriche, rappresenta una distorsione strutturale del dialogo, poiché impedisce l’argomentazione reciproca su basi simmetriche.

Esempi simili si riscontrano in diversi campi. In letteratura, criticare Eco significa essere tacciati di ingenuità, come se il parere motivato non potesse avere alcuna legittimità fuori dal recinto tecnico dei suoi compagni di merende. In filosofia, la ricezione di autori come Heidegger o Derrida è stata spesso caratterizzata da un atteggiamento reverenziale: chi esprime dubbi sulla loro oscurità concettuale rischia di essere accusato semplicemente di “non aver capito”. Anche nel campo dell’arte contemporanea, dichiarare scetticismo verso Burri o Fontana senza un riferimento diretto ad Argan o a Calvesi equivale a esporsi alla marginalizzazione critica.

Il risultato è un impoverimento dello spirito critico, sostituito da un conformismo citazionistico che fa paura e che è parente dell’ottusità. Non conta tanto l’autonomia del giudizio quanto la capacità di mobilitare un repertorio di riferimenti autorizzati. In questo senso, la bibliografia diventa non un supporto, ma un lasciapassare, un segno di appartenenza a una comunità intellettuale che tende a difendersi più che a confrontarsi, a sbeffeggiare il pensiero divergente più che a ragionare, a liquidare ogni pensiero non esattamente allineato ai diktat imposti dall’alto.

Si può parlare, con una certa legittimità, di una vera e propria estinzione dello spirito critico. Le università e gli ambienti culturali, invece di incoraggiare il confronto dialettico, spesso producono una forma di riverenza intellettuale che inibisce la libertà espressiva. Il parere motivato, se non allineato, viene squalificato come dilettantesco, quando proprio il dissenso dovrebbe rappresentare la condizione della ricerca e del pensiero. Chi esprime dissenso viene attaccato sempre sul piano personale e accusato di essere un imbecille. Ora resta da stabilire se sia più imbecille un pappagallo che ripete o un individuo pensante, fate voi.

Recuperare la funzione critica significa restituire al sapere la sua natura dialogica. Come ricorda Paul Feyerabend in Against Method (1975), il progresso intellettuale nasce spesso dalla rottura delle regole e dalla messa in discussione dei paradigmi consolidati. Una cultura che trasforma l’erudizione in dogma smarrisce la sua funzione creativa e si riduce a custodire reliquie, incapace di generare nuove prospettive.

.

DESTRUTTURALISMO Punti salienti

Libri Mary Blindflowers

Thinking Man Editore