Italia, una repubblica democratica?

Italia, una repubblica democratica?

La democrazia, foto Mary Blindflowers©

Giuseppe Ioppolo©

Italia, una repubblica democratica?

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«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.»

In queste poche righe, l’articolo 1 della Costituzione italiana racchiude l’essenza della nostra identità repubblicana:

  • L’Italia è una Repubblica parlamentare elettiva. Ribadirlo non è superfluo, soprattutto in tempi in cui certi “pennivendoli di regime” si sono lasciati andare a salamelecchi e gridolini di gioia di fronte a un “monarca democratico”, senza arrossire nell’accostare monarchia e democrazia.
  • L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sulla sovranità popolare.
  • E infine, è fondata sul lavoro: il cemento che lega istituzioni e cittadinanza, diritto e dignità.

Il dibattito all’Assemblea Costituente fu acceso e profondo. Giuseppe Dossetti e Palmiro Togliatti, pur da posizioni ideologiche diverse, trovarono un punto d’incontro nel riconoscere il lavoro come espressione della dignità umana e fondamento del bene comune.

La Carta non si limita all’articolo 1. L’articolo 4 riconosce il diritto al lavoro come dovere sociale; l’articolo 36 garantisce una retribuzione dignitosa; l’articolo 38 tutela i lavoratori in caso di infortunio, malattia o disoccupazione. E la sicurezza sul lavoro, pur non esplicitamente menzionata, è costituzionalmente tutelata attraverso una lettura combinata degli articoli 32 (diritto alla salute), 35 (tutela del lavoro) e 41 (limiti all’iniziativa economica privata)[1].

La crisi del lavoro e la concentrazione della ricchezza

Il tessuto produttivo italiano è frammentato in microimprese, spesso incapaci di garantire contratti regolari, sicurezza e stabilità. Il caporalato, in alcune zone, assume forme di vero e proprio schiavismo. Intanto, le grandi imprese e le banche accumulano profitti inimmaginabili, anche in tempi di crisi.

Secondo il rapporto Oxfam Italia 2025[2]:

  • Il 10% più ricco degli italiani possiede circa il 59,7% della ricchezza nazionale.
  • Il 50% più povero detiene appena il 7,4%.
  • Il 5% più ricco ha quasi il 20% in più della ricchezza complessiva rispetto al restante 90%.
  • Lo 0,1% più ricco ha visto crescere la propria quota dal 5,5% al 9,4% tra il 1995 e il 2016.

Come osserva Ascanio Bernardeschi, «la crisi è un elemento strutturale del capitalismo: la valorizzazione del capitale è l’unico scopo perseguito dai capitalisti[3]», e quando il profitto non è garantito, il sistema si contrae, licenzia, impoverisce. Emiliano Brancaccio aggiunge che la centralizzazione del capitale, favorita dal sistema creditizio, concentra il potere economico in poche mani, generando una “aristocrazia finanziaria” che gestisce la ricchezza senza possederla.

Guerra ed economia: il nuovo paradigma

La guerra, oggi, non è solo militare. È economica, tecnologica, sistemica. Come scrive Giuseppe Gagliano, «la guerra economica è una nuova forma di conflitto, in cui la forza si misura con la capacità di rendere dipendenti gli altri stati[4]». Le sanzioni, le pressioni commerciali, il controllo delle risorse strategiche sono le nuove armi del potere globale.

La retorica geopolitica, in questo contesto, diventa una finzione scenica. Dietro le tensioni tra blocchi si celano interessi economici, strategie di mercato, logiche di sovrapproduzione. Clausewitz è superato: la guerra non è più la continuazione della politica, ma dell’economia.

Il fantasma di Lenin torna a inquietare il presente: «L’imperialismo è la fase suprema del capitalismo[5]». La guerra si configura, pertanto, come risposta sistemica alla crisi da sovrapproduzione, quando i meccanismi degli scambi internazionali si inceppano e la conquista — anche con la forza — di nuovi mercati diventa una necessità economica.

Conclusione

La Repubblica fondata sul lavoro è oggi una promessa tradita. Il lavoro è sfruttato, la democrazia svuotata, la sovranità popolare compressa da logiche economiche globali. E mentre il capitalismo cerca nella guerra una via d’uscita dalla sua crisi, il cittadino resta spettatore di un teatro in cui la geopolitica è solo il sipario.

Oggi, sapere – e denunciare – è un atto politico.

Note:

[1] Costituzione della Repubblica Italiana, artt. 1, 4, 32, 35, 36, 38, 41

[2] Oxfam Italia, Disuguaglianza: il virus della disparità, Rapporto 2025; (https://www.businesspeople.it/news/oxfam-in-italia-aumentano-le-disuguaglianze-57-milioni-sotto-la-soglia-di-poverta/)

[3] Ascanio Bernardeschi, Marx, la crisi e le leggi di movimento del capitalismo, La Città Futura (https://www.lacittafutura.it/unigramsci/la-parabola-dell%E2%80%99economia-politica-%E2%80%93-parte-xii-marx,-la-crisi-e-le-leggi-di-movimento-del-capitalismo.html )

[4] Giuseppe Gagliano, Guerra militare e guerra economica: un equilibrio di potere in evoluzione, Intelligence Geopolitica. (Guerra militare e guerra economica: un equilibrio di potere in evoluzione – OPIG ).

[5] Vladimir Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, ed. Žizn’ i znanie (vita e conoscenza)- Pietrogrado 1917. (https://www.cheguevararoma.it/wp-content/uploads/2017/08/4a_Imperalismo-fase-suprema.pdf )