
Fantasybluff.
Mary Blindflowers©
Fantasy e ideologia conservatrice
.
Il fantasy? No, grazie. Finora non ho mai letto un fantasy che non inneschi un subliminale dispositivo narrativo funzionale al conservatorismo politico. Apparentemente innocuo e realmente privo di spessore, con personaggi che entrano, escono, senza alcuna caratterizzazione specifica o profondità interiore, il fantasy mette in scena società ordinate per gerarchie immutabili, governate da re, regine e sovrani legittimi, sostenute dall’idea che la legittimità del potere derivi unicamente dal sangue e dalla tradizione più che dal consenso o dal merito. In questo senso parlo di uno dei generi più efficaci nella trasmissione subdola di valori reazionari a lettori poco esigenti, scarsamente critici e con una consapevolezza pari a zero. Si propone al lettore non un’alternativa politica ma un ritorno a un’età dell’oro immaginata in cui l’ordine sociale era garantito dalla genealogia e dall’obbedienza. Già in Tolkien troviamo questo meccanismo: Aragorn non diventa re perché dimostra capacità, ma perché è l’erede legittimo di Isildur, e tutta la sua parabola consiste nel “ritorno del re” che ristabilisce la dinastia e porta la pace, rafforzando l’idea che la vera giustizia politica nasca dal sangue reale. C. S. Lewis in The Chronicles of Narnia trasmette lo stesso principio: i bambini Pevensie sono chiamati a regnare non per merito ma per destino e lignaggio, e il regno prospera solo quando l’ordine dinastico è rispettato. Anche George R. R. Martin, spesso considerato sovversivo, finisce per confermare la logica monarchica: tutta la vicenda del Trono di Spade ruota intorno al diritto dinastico, agli eredi legittimi o illegittimi, alle pretese di sangue, e i personaggi sono giudicati dalla loro conformità o meno al codice genealogico. In questo contesto Guards! Guards! di Terry Pratchett, pubblicato nel 1989, si inserisce perfettamente come esempio della funzione conservatrice del fantasy. Viene presentato come parodia, ma in realtà riproduce con precisione la stessa logica dei modelli che finge di ironizzare. Il personaggio di Carrot Ironfoundersson arriva ad Ankh-Morpork con una raccomandazione del padre adottivo che lo segnala per l’arruolamento nella Guardia. La domanda è accettata senza esami o prove, e quando il figlio chiede perché non ci siano test riceve la risposta:
And then there’d been the reply. It said, baldly, that his application was accepted, and would he present himself for duty immediately.
“Just like that?” he said. “I thought there’d be tests and things. To see if I was suitable.” “You’re my son,” said the king. “I told them that, see. Stands to reason you’ll be suitable. Probably officer material.”
E poi c’era stata la risposta. Diceva, senza mezzi termini, che la sua domanda era stata accettata e che si sarebbe presentato immediatamente in servizio. “Così, così?” disse. “Pensavo che ci sarebbero stati dei test e cose del genere. Per vedere se fossi idoneo.” “Sei mio figlio”, disse il re. “Gliel’ho detto, vedi. È ragionevole che tu sia idoneo. Probabilmente hai la stoffa per un ufficiale.”
Qui non c’è satira corrosiva, ma adeguamento a un sistema non meritocratico. Il personaggio, infatti, ubbidisce, e accetta un posto che non gli spetta. L’esaltazione del nepotismo viene vissuta come logica naturale: il figlio del re è sempre adatto, l’ereditarietà basta da sola a garantire idoneità e predisposizione al comando. Tutto il percorso di Carrot lo conferma: egli è obbediente fino alla cieca esecuzione delle leggi, servizievole fino alla venerazione del potere, disciplinato al punto da rappresentare il suddito perfetto. Che tristezza!
Michel Foucault ha mostrato come il potere disciplinare funzioni attraverso la produzione di corpi docili e obbedienti, e Carrot è esattamente questo, il cittadino ideale che non critica ma ripete la regola, che non discute ma serve. È amato dal popolo non perché rompe l’ordine ma perché lo incarna perfettamente. La rivelazione della sua probabile discendenza reale chiude il cerchio: il suddito perfetto è anche il sovrano legittimo, colui che per diritto di sangue ha titolo al comando. Max Weber definirebbe questo modello come legittimità tradizionale, basata sulla continuità dinastica e sull’obbedienza interiorizzata, mentre Eric Hobsbawm parlerebbe di tradizione inventata per descrivere la nostalgia ricorrente di un’età dei re in cui la città sarebbe stata più giusta e ordinata.
Nemmeno Harry Potter sfugge alla morsa del conservatorismo, checché ne dicano i suoi strenui difensori. Dietro la superficie “progressista” (amicizia, inclusione, lotta contro il male) resta ancorato a una struttura narrativa fortemente conservatrice: Il potere è sempre legittimato dal sangue: la distinzione fra “puri”, “mezzosangue” e “babbani” riproduce proprio il tema genealogico. Anche quando viene contestata dai protagonisti, la gerarchia resta il cuore del mondo magico. La scuola di Hogwarts è una monarchia in miniatura: case che funzionano come caste ereditarie, un preside-sovrano carismatico, professori come funzionari del sistema. Il destino dell’eroe è segnato dalla nascita: Harry non diventa importante per merito, ma perché “predestinato” dalla sua genealogia e dal legame con Voldemort. La soluzione politica è sempre il ritorno all’ordine: la vittoria finale non apre a una trasformazione radicale della società magica, ma ristabilisce un equilibrio conservatore, con nuove figure di potere al posto delle vecchie.
La narrazione fantasy non smonta i miti legati alla monarchia, ma li rafforza, perché mostra il ritorno al sangue e all’obbedienza come soluzioni efficaci per la stabilità sociale. Tolkien, Lewis, Martin, Pratchett, Rowling, etc., trasmettono ai lettori un messaggio preciso: la sovranità appartiene al sangue; l’ordine si fonda sull’obbedienza, perché il cittadino ideale è un suddito disciplinato. Persino quando si finge satira, come in Pratchett, l’effetto è quello di normalizzare questi valori. In questo modo il fantasy agisce subliminalmente come propaganda della genealogia e della servitù volontaria, facendo passare per intrattenimento la ripetizione di un immaginario politico che rafforza le gerarchie e perpetua l’ideologia conservatrice. Perché allora è così popolare? Le vie del marketing a tappeto di cui il lettore è vittima e preda, sono davvero infinite e la mamma degli sciocchi è sempre gravida.
.
DESTRUTTURALISMO Punti salienti
.