Bram Stoker, idee libertarie

Prima Edizione di Dracula, 1897

Bram Stoker, idee libertarie

©Mary Blindflowers

In questo articolo intendo dimostrare come Dracula di Bram Stoker sia un romanzo che esprime idee sorprendentemente libertarie e che invita a riflettere sulle profonde differenze di classe della società vittoriana. Stoker, al quale, per una lettura superficiale e ormai datata, è stata frettolosamente attribuita l’etichetta di conservatore capitalista, rivela invece, se si legge con attenzione il suo libro, posizioni decisamente innovative per la sua epoca. Queste idee non vengono dichiarate apertamente, ma emergono in modo potente attraverso la costruzione dei personaggi, tanto principali quanto secondari, e attraverso la simbologia che percorre tutto il romanzo. Si tratta di una critica lucida e profonda contro l’aristocrazia colonialista. E chi è conservatore non critica l’aristocrazia, semmai, la esalta.

Il personaggio negativo per eccellenza è Dracula, un conte, un aristocratico mostro succhiasangue. Basta anche solo questo per dimostrare che, come diceva Orwell, uno scrittore fa politica, anche quando sembra non farla. Non è un caso, infatti, che il vampiro sia nobile e possa quindi, in virtù del suo denaro, spostarsi dove vuole, acquistare una casa a Londra e infettare la città. Dracula rappresenta l’istinto predatorio, antiquato e feudale dell’aristocrazia passatista. In un’epoca in cui l’Impero britannico conquistava territori ovunque, il conte era il terrore rovesciato: non sono più gli inglesi che colonizzano, ma lo straniero che viene a “colonizzare” Londra e succhiare il sangue degli inglesi. Non dimentichiamo che Stoker era irlandese e conosceva molto bene il tema dell’invasione culturale e politica.

Dracula non è nobile per nobiltà d’animo; lo è come residuo putrefatto di un ordine sociale basato su: violenza ereditaria; diritto divino del più forte (infatti ha una forza sovrumana); sopruso mascherato da cavalleria. Il vampiro ha modi gentili e garbati ma ciò non gli impedisce di essere un mostro.

Stoker, che ha lavorato a stretto contatto con l’aristocrazia dei circoli di Henry Irving, sapeva quanto quel mondo fosse vuoto, teatrale e predatorio. E Dracula ne è il ritratto simbolico.

Poi c’è la borghesia incarnata da diverse figure: l’avvocato Jonathan Harker, Mina Murray, insegnante, stenografa e dattilografa che rappresenta la lucida razionalità femminile borghese, alfabetizzata e capace di usare strumenti tecnologici, in opposizione alla fatua Lucy Westenra, il cui corpo conteso è il simbolo della misoginia vittoriana, non della misoginia di Stoker. Infine ecco Arthur Holmwood (Lord Godalming), il più vicino all’aristocrazia che però vive come un upper-middle-class gentleman per buona parte del romanzo.

E il popolo?

Se l’aristocrazia è mostruosa, il popolo è innocente. È un rovesciamento sociale potentissimo: le donne del popolo, le domestiche, i pescatori, sono onesti, intuitivi, buoni. Il male arriva dall’alto, non dal basso.

Il popolo viene rappresentato da una serie di personaggi secondari, cameriere, cocchieri, pescatori, etc., donne semplici incontrate da Harker prima di andare al castello del Conte Dracula. Tutte queste figure sono positive e svolgono un ruolo epistemico in quanto sono molto più ricettive ai segnali del “mostruoso” rispetto alla borghesia che non crede e inizialmente nega, mentre il popolo sa già tutto, è il primo a intuire i segni del male e a interpretare la realtà in modo corretto.
Le classi popolari vivono dentro un universo ancora mitico e profondamente istintivo, un mondo in cui il soprannaturale fa parte della quotidianità, ma questo non è percepito dall’autore come negativo, ma come protettivo, giusto. La gente della Transivania non deride ciò che non comprende: lo teme mettendo in guardia Harker. Gli abitanti del Borgo Pass, infatti, fanno il segno della croce, quando l’avvocato dice di voler andare al castello di Dracula; danno a Jonathan l’orscova (rosario protettivo); lo implorano di non andare al castello; conoscono i ritmi notturni del conte.

La borghesia colta invece invece, risponde come la scienza positivista impone: “Il vampiro, non può essere vero, quindi non lo è.”

Il dottore che cura Lucy, Van Helsing, comprende prima degli altri che c’è un mostro e che ci sono cose che la ragione non riesce a spiegare fino in fondo, ma deve lottare per mesi per convincere Seward, Holmwood, Morris e Jonathan, molto scettici. La loro formazione borghese vittoriana li rende increduli per principio, incapaci di accettare ciò che è fuori dalla scienza ortodossa.

Paradossalmente, nel romanzo, la scienza non salva: è il recupero del sapere antico, popolare, superstizioso, quello connesso alla storia profonda dell’umanità, che ci salva. E in questa umanità è il popolo che sa, mentre la borghesia ignora e l’aristocrazia sfrutta. Vi sembra conservatorismo questo? A me no.

Le cameriere percepiscono subito che… (Continua su Destrutturalismo n. 12).