
Bacon vince sulla carne
©Fluò
Scaturita dal ristretto e molto chic pertugio della Young British Artists (YBA), i cui rappresentanti (ma che combinazione combinata), sono tutti famosi, Jenny Saville, secondo alcuni sarebbe una grande artista, secondo altri, meno. Propenderei per la seconda ipotesi e ora spiego perché. La prima impressione che suscita la visione dei dipinti della Saville è il vomito. Fanno realmente vomitare quei corpi nudi dalle forme sproporzionate, dalle pennellate poco precise date su base ipperealista con la densità dell’olio, per rendere tutto più realistico. Sono veramente brutti. Ecco, però, che già sento le vocine dei ben-spesanti che dicono: “ma per favore! Il concetto di bello è superatissimo in arte, basti pensare a Bacon!”. Preciso, per chi non lo sapesse, per quelli che amano la Saville, per esempio, che Bacon non è un salume, ma un grande pittore che non solo ha snobbato, e giustamente, il concetto di bello ma ha reso arte il brutto. E allora perché dobbiamo andar contro la “povera” miliardaria Saville, se come Bacon, non ama il bello? Eh, perché c’è una differenza abissale tra Bacon che mette in scena il brutto rendendolo bello e dando significazione universale ai suoi dipinti, e una qualsiasi Saville che si limita a creare uno shock fine a se stesso, esponendo carne guasta come in una macelleria di terza categoria. Superato il primo momento in cui vorresti vomitare, dopo aver guardato un’opera della Saville, pensi: “E quindi? La significazione dov’è?” Se arrivi dopo il disgusto a chiederti questo, significa che qualcosa non quadra, significa che lo shock non è sufficiente a produrre arte. La Saville lavora esclusivamente sulla carne, sulla sua materialità, creando dei modelli molto ripetitivi, ossessivi e monotematici, Bacon ci mostra la variegata e profonda condizione umana.
Saville ti sbatte in faccia il corpo come oggetto fisico, clinico, pesante.
Bacon invece usa il corpo per esprimere sentimenti che lo superano: angoscia, solitudine, protesta, grido, desiderio, morte. Il corpo in Bacon è un mezzo, non il fine, è il mezzo per esprimere l’interiorità. Questo dà a Bacon una profondità universale che la Saville non avrà mai, perché è sostanzialmente vuota di qualsiasi significato che non si fermi alla materia.
Anche se a prima vista Bacon può sembrare “impulsivo”, la sua pittura è un miracolo di equilibrio: composizioni centripete nei trittici, colori calibratissimi: arancioni e rosa acidi che feriscono piacevolmente l’occhio in un gioco di gradevoli contrasti con verdi tossici e blu petrolio. Bacon è un maestro del colore. Inoltre le campiture piatte, gli sfondi geometrici, creano uno straordinario effetto di sospensione delle figure nello spazio, creano un’estetica teatrale e di grande impatto espressivo. Dopo il primo sguardo ci si accorge che il significato va oltre la tela, è simbolico, diventa un’alchimia.
Bacon produce perturbante bello, il dipinto pur se tragico rimane elegantemente metafisico, anche quando la figura si contorce in una danza macabra, perfino quando il mondo che rappresenta, crolla e si disfa. Bacon rimane esteticamente potente, quasi seducente, e non ti stanchi mai di osservare un suo dipinto.
La Saville, invece, non fa altro che riprodurre con una sorta di accademismo deformato, il brutto realistico (lividi, grasso, pelle lacerata, volti contusi, ferite, etc.) In sintesi ingrandisce e iper-descrive per rendere la carne “vera”, fisicamente reale ma inane, con soggetti che si ripetono di continuo, con deformazione, non poetica come quella di Bacon, ma chirurgica, da gabinetto di anatomia, usando tecniche in fondo, convenzionali: stratificazione progressiva: velature trasparenti; impasti materici; riprese successive delle luci umide della pelle talvolta con distorsione e cancellazione: si nota che a volte “ri-sfrega” la superficie, trascina il colore, cancella porzioni con stracci, solventi o spatole. Monocromatica, terribilmente monocorde: carnei rosate/beige, ocra-giallastre, grigi lividi, rossi da ematoma, violetti venosi.
Le variazioni sono tutte interne allo spettro della carne: rare le incursioni in colori “pieni” (blu, verdi, rossi puri).
Il risultato? Una dominanza tonale ripetitiva che crea disgusto ma non va oltre l’effetto “catalogo anatomico” con un’unica firma epidermica che rende i dipinti tutti uguali ma soprattutto senza tensione in quell’oltre che invece Bacon sapeva rappresentare benissimo.
Paragonare la Saville a Bacon è come accostare una sostanza variamente puzzolente di color marrone alla cioccolata, ma tant’è con un gruppo dietro e tanti soldi, si vola ovunque.
Giuseppe Ioppolo
La Saville e il Bacon
fossimo a teatro forse le maschere colorate della Saville potrebbero suscitare qualche interesse. Purtroppo per noi non siamo a teatro. Le tele devono essere tele e celare significati esimboli. I colori devono essere colorinon scandalo di colori impasticciati. Ma tant’è . La Saville va fortissima in un mercato che più drogato di così non si può nemmeno col candeggio.