Brandon, The Black Joss

Mary Blindflowers

Brandon, The Black Joss

The Black Joss di John G. Brandon, fu pubblicato per la prima volta nel 1931 negli Usa. Sconosciuto al pubblico italiano, questo romanzo rappresenta un caso interessante di narrativa avventurosa britannica tra le due guerre che, a una lettura superficiale, rischia di essere etichettata come “letteratura coloniale”. In realtà contiene elementi molto più ambigui, contraddittori e persino destabilizzanti rispetto ai cliché imperiali dell’epoca.

Ridurre il romanzo di Brandon a “narrativa coloniale” è infatti un errore critico, o quantomeno una sciocca semplificazione. Il romanzo riproduce certamente un immaginario coloniale: Hong Kong britannica, Kowloon, le Tong cinesi, il porto, i coolie, il lessico razziale tipico degli anni Trenta, ma la struttura morale e narrativa del testo non coincide affatto con la classica propaganda imperiale. Anzi, in più punti la sovverte.

Uno degli aspetti più importanti è proprio la visione dei personaggi cinesi. In molta narrativa coloniale tradizionale il personaggio asiatico è ridotto a una massa indistinta, un semplice e accessorio elemento decorativo, oppure a una minaccia anonima. Qui invece c’è una netta differenziazione morale, psicologica e narrativa fra i vari personaggi cinesi. Ying Meng, per esempio, è moralmente limpido, intelligente, leale, coraggioso. Sceglie consapevolmente di aiutare Davenal e Casdale pur sapendo perfettamente che rischia la morte. E Casdale comprende come stanno le cose grazie alla sua testimonianza.

Del resto anche Harkness non è affatto il vecchio saggio occidentale, ma un bianco criminale, un predatore coloniale che ha violato un tempio antichissimo. I cinesi lo chiamano Diavolo bianco.

L’Oriente è terribile ma anche affascinante e misterioso. La Tong, in pratica la mafia cinese, è un’organizzazione sovranazionale e clandestina che ingloba individui di ogni livello sociale. È descritta più come una rete invisibile, una potenza occulta parallela, piuttosto che come un gruppo criminale etnico.

L’Occidente non è la perfezione, tutt’altro, è burocratizzato, disumanizzante, non è descritto in termini esaltanti, è superficiale, tanto che perfino un personaggio intellettualmente semplice come Davenal, avverte l’esigenza di rompere la sua routine da ufficio, seguendo il richiamo ancestrale del misterioso Oriente. E il cinese americanizzato che troviamo all’inizio del romanzo incarna la cattiveria pura, un personaggio moralmente irrecuperabile che vuole far del male a un gattino innocente.

I personaggi sono volutamente stereotipati, le risse quasi fumettistiche, come in un film di Tarantino, che, in fondo, non si è inventato nulla. Alcune scene sono inverosimili, per creare un effetto caricaturale tipico del pulp. Tuttavia, ridurre questo romanzo a un semplice pulp è un errore di base, perché c’è molto di più: il registro cambia continuamente, c’è una sottile ambiguità di fondo che induce a una riflessione ulteriore. La dicotomia Oriente-Occidente non risponde esattamente all’etichetta buono o cattivo, bensì a un linguaggio meno semplicistico, meno lineare, che si muove seguendo una trama cinematografica. Le descrizioni sono, infatti, visive; lo slang usato dai personaggi contribuisce a creare un effetto realistico che contrasta con un immaginario mitico di un Oriente pieno di contraddizioni e sfumature incomprensibili per l’uomo bianco. L’aristocratico cinese a capo della Tong non è pericoloso perché brutale ma perché impenetrabile. Chang T’su non è un barbaro orientale, è un mandarino classista, disprezza i coolie quasi quanto un aristocratico europeo disprezza i proletari. Così il romanzo spezza lo stereotipo dei cinesi tutti uguali, introduce una struttura sociale interna cinese, che non è migliore di quella occidentale.

La Limehouse non è una città reale, ma un luogo quasi mitologico e oscuro, una sorta di Chinatown mitica, coi vicoli fumosi, degradati, personaggi ambigui, traffici e identità misteriose come ombre che è impossibile controllare.

Il romanzo non rappresenta affatto l’apparato britannico come onnipotente o civilizzatore. Al contrario: la polizia inglese appare limitata, impotente, quasi cieca. Casdale e il capo della polizia capiscono chiaramente che l’amministrazione coloniale britannica non controlla davvero il territorio cinese. Più volte il testo suggerisce che le autorità locali manipolino informazioni, occultino prove e proteggano interessi invisibili. Gli inglesi non dominano realmente nulla; navigano dentro un sistema che li supera.

Tutto questo è molto lontano dal colonialismo trionfalista alla Sax Rohmer.

Anche Davenal non è un tipico eroe imperiale. Certo, è atletico, bianco, ma il romanzo insiste continuamente sulla sua vulnerabilità fisica. Lo vediamo ferito, terrorizzato, braccato, insonne, ossessionato dall’idea di essere osservato. La lunga sequenza nella stanza d’albergo è quasi gotica: paranoia, silenzio, presenza invisibile, paura psicologica. Siamo al weird thriller o persino al proto-horror.

Il Joss di giada che dà il titolo al romanzo è carico di suggestioni mitiche, non è solo “superstizione orientale”, ma un dio ambiguo e antico, un simbolo esoterico attorno a cui ruota la vicenda.

Anche stilisticamente il testo è più sofisticato di quanto sembri. La tensione viene costruita attraverso dettagli materiali molto concreti: i vestiti bagnati, i bottoni insanguinati, il materasso squarciato, il silenzio dei corridoi, l’odore acre del porto, il volto dietro il vetro. L’autore lavora molto sulla percezione fisica dello spazio coloniale notturno; gli ambienti sono vissuti come luoghi liminali, dalla potenza febbrile, divisi tra hotel europei e quartieri governati da logiche al di fuori di qualsiasi legge scritta.

Importante è anche il rapporto fra verità e menzogna. Tutta la trama ruota attorno a falsi alibi, corpi nascosti, versioni ufficiali manipolate, incendi usati come copertura, sparizioni. La dimensione politica reale del romanzo non è “Occidente contro Oriente”, ma superficie ufficiale contro rete clandestina. In questo senso anticipa temi tipici del noir geopolitico novecentesco.

Il fatto che non sia mai stato pubblicato in Italia rende ancora più rilevante un eventuale recupero editoriale che la Thinking Man Editore si sta accingendo a fare.

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