
Mary Blindflowers
James Thurber, le favole
Se dovessi utilizzare degli aggettivi per definire James Thurber, sceglierei intelligente e geniale. Eppure questo autore satirico americano, in Italia è poco conosciuto, nonostante scrivesse sulle pagine del New Yorker e fosse piuttosto famoso ai suoi tempi. Quali tempi? Le sue Fables for Our Time furono pubblicate per la prima volta nel 1940 da Harper & Brothers, a New York. Si tratta di un libro divertentissimo ma anche profondo, e le due cose insieme non sempre si trovano così abilmente intrecciate in un testo letterario.
I personaggi sono tutti animali, parlano, vivono, interagiscono come se fossero persone e si muovono in un universo delirante da cui spesso è totalmente bandito il buon senso.
Thurber riprende le favole di Esopo ma dà loro contemporaneità, cercando di comunicarci che la verità non solo non è una, ma non è nemmeno troppo stabile. Lo scopo delle favole però, non è affatto insegnare, ma fare critica sociale. Fin dalla prima favola, The sea and the shore, è possibile cogliere una morale femminista:
Let us ponder this basic fact about the human. Ahead of every man, not behind him, is a woman.
Riflettiamo su questo fatto fondamentale riguardo all’essere umano: davanti a ogni uomo, non dietro di lui, c’è una donna.
In What Happened to Charles, invece affronta il tema della propaganda di massa. Una notizia falsa propagata da un’anatra, diventa verità collettiva accettata da tutti, ossia si diffonde a macchia d’olio e diventa vera, non perché lo sia, ma perché tutti sono convinti della sua attendibilità, senza ovviamente nessuna verifica. Thurber segnala qui un sistema corrotto che genera verità preconfezionate, tese a premere sulle reazioni emotive piuttosto che su studi approfonditi. Ai tempi di Thurber non esistevano i social ma la propaganda sì, eccome. Del resto, cosa sono i social se non una forma amplificata di propaganda in cui vince chi riesce ad aggirare un algoritmo attraverso il marketing?
Quando qualche tempo fa ho chiesto a un utente Facebook perché avesse scritto che Eco è un grande semiologo, mi rispose: “Lo è perché lo dicono tutti”. Quando gli ho domandato se abbia mai letto i suoi saggi mi ha risposto di no. Che differenza c’è tra l’anatra di Thurber e costui? Nessuna.
La giustizia viene analizzata in The Cricket and the Wren, in cui il giudice non è esplicitamente corrotto, ma è reso malleabile da regali e piccole grandi attenzioni.
Un ulteriore livello di analisi emerge nella favola Ivory, Apes, and People, dove l’autore affronta il tema dell’arbitrarietà del valore. Le zanne degli elefanti, prive di significato economico per chi le possiede, diventano merce attraverso l’intermediazione e il linguaggio del mercato. La satira colpisce in particolare la vacuità autoreferenziale del discorso economico (“the business of business is business”), smascherando un sistema che produce complessità burocratica e profitto. Significativamente, gli elefanti, unici attori estranei alla logica del guadagno, si sottraggono semplicemente al meccanismo, rivelandone l’inconsistenza.
In Oliver and the Other Ostriches Thurber mette in scena il conflitto tra autorità e pensiero critico. Il vecchio struzzo fonda la propria superiorità su argomentazioni retoriche, mentre il giovane Oliver introduce obiezioni verificabili. La comunità, tuttavia, aderisce compatta al discorso dominante, fino a tradurlo in comportamento autodistruttivo. L’immagine dello struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia diventa così metafora di una negazione della realtà, sostenuta dal consenso collettivo. La sopravvivenza dell’unico struzzo pensante dimostra che non sempre adeguarsi alla massa è un vantaggio.
Thurber non si limita a criticare singoli aspetti della società affrontati anche dalla filosofia e dalla sociologia, ma indaga il rapporto tra verità e realtà in modo magistrale, affrontando temi universali come la guerra, la dittatura e la religione, in chiave contro-antropocentrica e scettica.
Che un autore di tale portata resti “marginale” nel contesto italiano è un dato significativo che indica come chi esercita il pensiero critico venga lasciato spesso ai “margini” del mercato del libro, e, in questo caso, pubblicato dai grossi editori ma sempre poco pubblicizzato dagli stessi.
Thinking Man Editore