Arte, capitalismo e consenso

Tecnica mista su carta, Mary Blindflowers

L’INTERVISTA IMPOSSIBILE

Arte, capitalismo e consenso

Giuseppe Ioppolo & Mary Blindflowers©

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Care lettrici, cari lettori,
state per leggere un’intervista che definire “impossibile” è ancora un eufemismo.

Apriamo con due parole di presentazione sul soggetto che ha accettato di farsi intervistare: Mary Blindflowers. “Blogger”? Così la definisce il mainstream che ha sempre buone parole riduttive contro chi protesta. “Direttrice di una sartoria?”, come da suggerimento di un suo appassionato estimatore. La nostra intervistata Mary alias Pinka di nome e Pallina di cognome, è figura avvolta da un alone di mistero: non sappiamo da dove provenga, né se sia laureata, né se sia maschio, femmina, animale, vegetale o minerale, liscia o gasata. Sappiamo però che ha dato alle stampe vari libri o “librini” come dicono quelli che ben parlano senza mai averli letti.

Mary Blindflowers è anche direttrice della rivista “Destrutturalismo” e, nei ritagli del suo tempo infinito, impiastriccia pure qualche tela e teletta di ragno che dà più fastidio che altro al buon gusto e al buon senso. Ha ricevuto dei premi di cui nessuno si è accorto e ora risponde alla mia intervista intervistante. A proposito, io sono Giuseppe Ioppolo, indicato qui come G. Lo so, lo so, a cosa state pensando: “e questo chi è?” Ma non formalizziamoci. Andate oltre questi inutili quesiti e procediamo.

G. Mary, cosa è l’arte per te?

M. E per te?

G. Nella presentazione ho scritto provocatoriamente “blogger”, e di fatto lo sei: conduci il blog artistico-letterario legato al pensiero destrutturalista in arte, letteratura e filosofia.
Domanda: cosa si deve fare o essere per entrare nel novero degli autori canonizzati dal sistema editoriale vigente?

M. Perché tu vuoi entrare nel sistema degli autori canonizzati dal sistema artistico-editoriale vigente? Io no, non ci penso nemmeno, quindi non so proprio cosa si deve fare per entrare dove non voglio entrare.

G. Nel mondo destrutturalista, la biografia di un autore è l’ultimo tassello da considerare. Prima si legge il libro, poi si guarda chi è l’autore e infine, volendo, si analizza la sua biografia.
Dal punto di vista critico: quanto la biografia può influenzare il lettore? E quanto di biografico c’è davvero in un autore?

M. Il Destrutturalismo non bada alla biografia ma al contenuto. La biografia oggi pare sia tutto, per questo io la considero niente, ma solo perché sono fatta al rovescio. Il lettore in genere, grazie al marketing, non compra un libro, compra una biografia. Un vero autore trascende se stesso, gli altri che autori non sono, parlano di se stessi.

G. Domanda telegrafica: come si fa carriera nel mondo artistico-letterario?

M. E io che ne so, mica ne ho fatta. Sono Pinka Pallina.

G. Qualche parola sulle gallerie: quelle che trasformano le “opere” in oggetti di culto per miliardari in cerca di miliardi. Tutto ciò che entra nei costosissimi palinsesti di queste gallerie diventa, come per re Mida, oro a ventiquattro carati. Ma, volendo dare un giudizio critico spassionato, quanto valgono artisticamente le banane o le piscine esposte in questi luoghi degli affari, e spesso del malaffare, chiamati gallerie d’arte?

M. L’arte, qualsiasi tipo di arte, dal segnetto insignificante al capolavoro, vale solo se Qualcuno con la Q maiuscola decide che valga, indipendentemente dal contenuto. Qualcuno ha deciso che gli squali sottaceto, gli arcobalenini e le banane appese siano arte, e dunque sono arte anche se non sono arte. Il capitalismo è grottesco, le gallerie anche. Sono templi del business capitalistico. Nel 2019 ho vinto il premio di disegno alla Henry Moore Foundation. Se n’è accorto qualcuno? No. Ne ha parlato qualcuno? No. Nemmeno i giornali locali. Eppure la Henry Moore Foundation è conosciuta in tutto il mondo. Ma se chi vince è Pinka Pallina non interessa a nessuno, a meno che non ti paghi un articolo su un giornale. Ma a quel punto che senso ha? Nessuno. Fai prima a scrivertelo da sola.

G. Restiamo sul tema gallerie, ma stavolta quelle piccole. Qui il discorso potrebbe essere diverso, più alla portata di autori indipendenti e critici non allineati. Eppure anche queste sembrano rispondere a logiche di appartenenza del tutto slegate dal pensiero critico. Qual è la tua esperienza?

M. Gallerie piccole? Sì, ci ho esposto, ma dopo che ci esponi, stai esattamente al punto di prima. Pinka eri e Pinka rimani. Esporre in gallerie piccole è come pubblicare con piccoli editori, non serve a nulla, tanto vale che ti pubblichi da solo, magari così qualche soldo lo vedi.
Nel 2024 la Gibberd Gallery di Harlow mi ha esposto in una collettiva. Alla fine della collettiva hanno deciso che io meritassi il titolo di “artista altamente consigliata”. Ah che figata, ho pensato. Mi hanno dato un foglietto che avrebbe dovuto mandarmi in un brodo di giuggiole. Ma siccome io penso sempre al rovescio e sono venuta male, ho chiesto se questa dicitura bellina bellina con relativo foglietto potesse servire a fare una personale nella galleria stessa. Si paga, mi dissero. E a che serve allora questo foglietto? Che ci devo fare? Nulla. Il brodo.
Inoltre fino a che non ho sollevato obiezioni sulle modalità di selezione – da me percepite come fortemente campanilistiche e socialmente selettive – il mio lavoro veniva ritenuto pienamente idoneo. Quando ho espresso in modo argomentato alcune incongruenze, la valutazione nei miei confronti è mutata bruscamente, trasformando una precedente apertura in esclusione. Le risposte che ti danno quando protesti sono sempre standard, sembrano compilate da un robot o dall’IA, improntate alla difesa della loro trasparenza. Ma anche un pezzo di ghiaccio è trasparente e può sembrare un autentico cristallo di rocca nelle apologie delle risposte standardizzate, peccato che dopo poco si scioglie.
Le esperienze sulla incoerenza dei criteri adottati e sull’eventuale tendenza a privilegiare realtà già economicamente consolidate sul territorio, piuttosto che una lettura realmente meritocratica della ricerca artistica, fanno pensare che pure le gallerie piccole seguono criteri discutibili. Ne deriva l’impressione di una gestione poco disponibile al confronto critico e ancora legata a logiche locali, più che a una prospettiva autenticamente inclusiva e contemporanea.

D. Cambiamo argomento. Nonostante tu non perda occasione per dichiarare il tuo spirito antifascista, tra i tuoi estimatori e detrattori circola spesso l’accusa di un tuo qualunquismo ideologico, parente stretto del qualunquismo fascistoide. Come lo spieghi?

M. Con il pagliaio. Le persone intelligenti sono come aghi nel pagliaio, pungono e non le vedi, vedi i cretini che parlano pure, aprono la bocca e ci fanno entrare l’aria. Il pensiero trasversale non è popolare.

G. Domanda cattiva. Cos’è per te il comunismo, al di là della sua realizzazione pratica – e fallimentare – nei paesi del cosiddetto “socialismo reale”, che però, mi permetto di aggiungere, è stata la gestione della società da parte di partiti comunisti al potere, non la realizzazione del comunismo.
Ritieni possibili punti d’incontro tra anarchia – luogo della responsabilità individuale, che non ha bisogno di uno Stato che indichi il bene e il male – e comunismo/socialismo, cioè il luogo dell’utopia dove libertà, giustizia sociale ed eguaglianza possono esprimersi in modo compiuto?

M. Il comunismo e l’anarchia sono pure utopie degne di un’umanità più evoluta, ma noi non siamo un’umanità evoluta, basta affacciarsi sui social per capire come stiamo messi, e anche vendere libri contro diventa, in questa situazione, una follia.

G. Per chiudere: a un giovane o una giovane di belle speranze che volesse intraprendere la carriera letteraria, che tipo di consigli daresti?

M. Consiglierei di fare altro. Ma i buoni consigli sono fatti per non essere seguiti, io infatti non non li seguo e non li do.

G. E non pensi che alla giovane e intraprendente artista converrebbe piuttosto aprire una sartoria, attività più confacente a una donna?

M. Non esistono attività più confacenti alle donne piuttosto che agli uomini, questo è un falso mito misogino. Non so cucire, infatti, ma questo non fa di me un uomo o un minerale o una specie animale rara.

Thinking Man Editore

Destrutturalismo, punti salienti

2 replies on “Arte, capitalismo e consenso

  • Giuseppe Ioppolo

    Ecco una breve e incompleta panoramica delle pubblicazioni di Mary Blindflowers:
    Poesia: Cristo era femmina, Genesys, Metilaranci spoesia.
    Saggistica: Il Diavolo Freddo, Il Collegio dei Nobili di Parma agli inizi del
    Settecento, Ichnussa il piede di Dio, Quando si andava scalzi.
    Romanzi: Cronache di Dailorg, Un elefante in bottiglia, Memorie straordinarie di un libro vivente, Goodbye Mister Cavendish, L’uomo dal pitale in testa.
    Metateatro o teatro dell’assurdo: I Gelsi neri, Mister Yod non può morire, Tutta colpa del Polistirolo, La stanza della Carne fredda.
    Dipinti: Les danseuses, Ulysses and the song of the sirens, Post-Cristmas, The pope’s cabinet, Ecce homo, Il premio Strega, Il Premio Nobel, ecc… Nel 2019 ha ricevuto il primo premio Henri Moore per il disegno.
    Mary Blindflowers vive in UK e dirige la rivista quadrimestrale di Lettere ed arti Destrutturalismo.

    • Destrutturalismo

      Hahaha, la parte che ti ho tagliato nell’intervista l’hai voluta mettere nei commenti, e dopo questa sviolinata elencativa diranno che ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli, del resto ci intervistiamo pure da soli, quindi ci sta! MARY (tutto maiuscolo, così anche noi ci diamo un certo non so che).

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