
La Canzone del Leopardo
Fluò
“The Leopard’s Song” di Eric Campbell, prima edizione 1992, tradotto e ripubblicato da Antonella Borghi per Mondadori con il titolo “La Canzone del Leopardo”.
La prima cosa che si nota leggendo l’edizione italiana è la traduzione che, per sforzarsi di rimanere fedele all’originale, fa vari errori. Ci sono diversi casi di traduzione scolastica “semicalcata” in cui la traduttrice mantiene la struttura del periodare mentale inglese che però in italiano non funziona. Le frasi sono poco armoniose, talvolta sgrammaticate o artificiali:
“guadagnandosi il diritto a dormire accanto al fuoco”…
Al posto di “a dormire”, avrei usato “di” che suona più naturale.
“Le finestre della casa erano buie, i suoi abitanti stavano ancora dormendo, ma all’ingresso principale stavano due fari potenti…”
Il doppio uso di stavano nella stessa frase crea ridondanza espressiva che appesantisce parecchio il periodo. Bastava scrivere “c’erano due fari potenti”.
Ma lui le ragazze lo evitavano”.
Anche qui sembra un calco un po’ goffo dall’inglese.
“Aveva atteso il momento del ritorno a casa per troppo tempo per lasciare che qualcosa lo guastasse”.
Non è grammaticalmente errata ma lo stile lascia alquanto a desiderare. Ancora la reiterazione di “per” appesantisce parecchio la frase che poteva essere resa in modo molto più scorrevole.
In sintesi, la traduzione non mi è piaciuta.
Si dice che i libri belli resistano anche alle cattive traduzioni, ma non sempre è così, o forse, molto semplicemente “La Canzone del Leopardo”, può non essere del tutto considerato un libro “bello”.
Il difetto principale del libro è che viaggia su alcuni luoghi comuni sia sugli inglesi che sugli africani. La vicenda è infatti ambientata in Africa:
“L’Inghilterra ti smorza l’entusiasmo per la vita, ti fa sbiadire il colore della pelle, ti incurva le spalle sotto il peso di quella maledetta pioggerellina che non si ferma mai. L’Inghilterra ti fa sentire in prigione, ti fa soffrire di claustrofobia, con tutto quel brulicare di gente e il traffico caotico”.
Questi non sono altro che una serie di cliché piuttosto frusti e anche falsi, non è infatti vero che in Inghilterra piove sempre e la campagna inglese non è affatto caotica o claustrofobica. La pelle non sbiadisce per il clima, se non si prende sole rimane semplicemente del suo colore naturale.
Il protagonista si sente africano anche se è bianco inglese, ma in realtà appartiene a una famiglia di colonizzatori. Il padre ha una piantagione, gira in Land Rovere, alcuni africani lavorano per lui. Quando questi si rifiutano di eseguire i soliti lavori, l’inglese trova del tutto naturale che un suo amico, il comandante Makayowe che rappresenta la legge, li minacci e si metta al servizio del colonizzatore bianco.
La trama è a tratti piuttosto inverosimile, con alcune parti in cui viene inserita una violenza forzata che sembra avere il solo scopo di ravvivare una tela spenta.
Nel complesso abbastanza deludente.