Iwagumi? No, i “masagni”

 

Statua vintage di Buddha, credit Antiche Curiosità©

Fluò©

Iwagumi? No, i “masagni”. La filosofia di una forma essenziale e la sua parodia contemporanea

L’Iwagumi è stato tirato in ballo per descrivere i “masagni” esposti in Piazza Maggiore a Bologna. Occorre però non bersi tutto come se fosse acqua fresca e riflettere attentamente sugli accostamenti pseudo-filosofici operati dalla propaganda. L’Iwagumi infatti non è una decorazione luminosa gonfiabile e molliccia, né una tecnica di allestimento pacchiano per incantare i bimbi dell’asilo o farli giocare: è una forma di pensiero tradotta in spazio. Affonda le sue radici nell’antica cultura giapponese, in particolare nei giardini di pietra (karesansui) e nella sensibilità zen, dove l’atto del disporre non serve a “mostrare”, ma a rivelare. Le pietre che devono essere rigorosamente vere e non dei manufatti umani, non rappresentano altro da sé: sono, nella loro nudità ontologica, presenze che alludono al tempo, alla permanenza e alla relazione silenziosa tra le cose.

La disposizione rituale delle rocce in Giappone precede di secoli l’aquascaping moderno. Già nei templi zen del periodo Muromachi (XIV–XVI secolo), le pietre venivano collocate secondo principi non estetici in senso occidentale, ma metafisici: equilibrio asimmetrico, centralità decentrata, tensione tra pieno e vuoto. Il giardino non doveva essere “capito”, ma contemplato; non spiegava, sottraeva. La filosofia Zen è infatti un percorso di comprensione senza spiegazione. È la mente che deve attivarsi per comprendere, come quando si legge un romanzo simbolico, non lo si riesce ad apprezzare fino a che tutti i simboli non siano stati eviscerati e destrutturati nella loro essenza di significazione.

Takashi Amano, nel Novecento, trasporta questa tradizione nel microcosmo dell’acquario, non come esercizio di design, ma come atto di continuità culturale. Lo Iwagumi moderno nasce così: come traslazione di un’antica disciplina spirituale in un medium nuovo, tecnologico, ma ancora governato dal silenzio e dalla misura.

Significato filosofico:

Il cuore filosofico dello Iwagumi risiede in tre concetti fondamentali:

Wabi-sabi: la bellezza dell’imperfezione, dell’incompleto, del transitorio. Le rocce non sono simmetriche né levigate: portano le ferite del tempo, sono irregolari, sofferte.

Ma: lo spazio intermedio, il vuoto attivo. In uno Iwagumi ciò che conta non è solo la pietra, ma l’aria tra le pietre, la distanza, la sospensione, il vuoto.

Anti-antropocentrismo: l’uomo non domina la composizione: si ritrae. La natura non è scenografia, ma soggetto principale e profondissimo.

Per questo le regole dello Iwagumi sono severe: poche pietre, della stessa origine, disposte secondo una gerarchia invisibile. Non per dogma, ma perché l’eccesso di intenzione distrugge il senso. Ogni pietra è necessaria, nessuna è illustrativa. La composizione non comunica un messaggio: apre uno stato mentale di riflessione.

Ora passiamo alla parodia dello Iwagumi, in accordo coi comuni. Diamo la parola ai “masagni” di piazza a Bologna, installazioni urbane contemporanee che devastano il silenzio della tradizione giapponese ma lo richiamano per farsi pubblicità e dare un senso a ciò che senso non ha. Le pseudo-.filosofie spicce per spiegare la fuffa chiamata arte, del resto, sono comunissime, basta un richiamo colto alla tradizione, due parole carine messe in croce da critici compiacenti al partito che ha voluto l’installazione, e il gioco è fatto. Arte subito.

Ma siamo davvero sicuri?

L’Iwagumi nasce dal silenzio, i blocchi in piazza addirittura si illuminano, nascono dal rumore ideologico. Sono decorazione che diverte, ma l’arte è altro. I “masagni” non sono disposti per sottrazione, ma per occupazione. Non instaurano un rapporto con il vuoto, bensì lo negano, lo occupano bruscamente. La pietra non è più presenza ontologica, ma oggetto retorico, segnale, slogan finto-mineralizzato.

Manca soprattutto ciò che nello Iwagumi è essenziale: la neutralità simbolica. Le pietre zen non “dicono” nulla, non chiedono adesione, non veicolano appartenenza. I “masagni” urbani, al contrario, sono installazioni di partito: non invitano alla contemplazione, ma all’allineamento. E più di qualcuno pensa che il fatto di non apprezzarli, sia infatti indice di avere una mentalità destrorsa, ma non è così, è solo indice di non essere una pecora. I “masagni”, infatti, non aprono uno spazio mentale, lo chiudono. Non dialogano con il tempo lungo della natura, ma con il tempo corto del consenso.

In questo senso, il loro richiamo (spesso inconsapevole) all’estetica orientale è puramente superficiale: un orientalismo decorativo, ridotto a forma senza spirito. Dove lo Iwagumi lavora sull’assenza, essi lavorano sulla presenza forzata; dove quello rinuncia al significato, questi lo impongono.

Concludo dicendo che L’Iwagumi è un’arte antica perché nasce da una domanda antica: come stare nel mondo senza possederlo. È una pratica di disciplina interiore prima che visiva, una grammatica del limite. Ogni sua imitazione che ignori questa radice non è un’interpretazione, ma una caricatura.

Quando la pietra smette di essere silenziosa e diventa discorso, quando occupa invece di misurare, quando pretende di significare invece di essere, allora non siamo più di fronte a un atto estetico o filosofico, ma a una scenografia ideologica da pollaio globale.
E la natura, ridotta a pretesto, diventa l’ennesimo manifesto travestito da forma perché ormai significato e pensiero trasversale sono aboliti del tutto.