
Ennio Flaiano, Tempo di uccidere, credit Antiche Curiosità©
Ennio Flaiano, Tempo di uccidere
Mary Blindflowers©
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Ennio Flaiano, con Tempo di uccidere, consegna alla letteratura italiana un’opera che incarna l’ambiguità morale, politica e culturale di un certo intellettualismo italiano del Novecento. Apparentemente un romanzo introspettivo, è in realtà il racconto disturbante di un crimine coloniale narrato esclusivamente dal punto di vista del carnefice, un ufficiale italiano in Etiopia durante la guerra fascista. Fin dalle prime pagine, il protagonista esibisce una visione razzista e gerarchica del mondo, priva di qualunque umanità verso l’altro, in particolare nei confronti della donna africana che diventa oggetto del suo desiderio e della sua violenza. A colpire non è solo l’abiezione del personaggio, ma la non compromissione di Flaiano che, come autore, non prende mai le distanze: non smaschera il protagonista, non lo contraddice, non gli oppone alternative.
L’intera narrazione è mediata da una voce colta e autoreferenziale, più interessata a registrare i turbamenti interiori del protagonista che a restituire la portata del crimine coloniale. Il protagonista legge, disegna, riflette, e in questi gesti si identifica progressivamente con l’autore stesso. Non si tratta semplicemente di un personaggio, ma di un doppio attraverso cui Flaiano sembra esprimersi, riflettendo una complicità piuttosto che una presa di distanza.
Il linguaggio è spesso artificioso e aulico, tradisce un compiacimento stilistico che cozza con la gravità dei contenuti:
“Io ero sceso a quella donna e più che un peccato sentivo di aver commesso un errore. Ella non dava all’esistenza il valore che le davo io, per lei tutto si sarebbe risolto nell’obbedirmi, sempre senza chiedersi nulla. Qualcosa più di un albero e qualcosa di meno di una donna”.
L’uso di forme arcaiche o scorrette (“scendere a quella donna”) evidenzia una certa trascuratezza grammaticale, sintomo di un’estetica che privilegia l’effetto letterario sull’esattezza espressiva. La donna etiope, nel frattempo, non possiede voce, né pensiero: è una presenza muta, ridotta a simbolo, a cosa. L’opera non problematizza questa assenza, anzi la conferma in ogni scelta narrativa, rendendo di fatto il racconto funzionale a una prospettiva coloniale mai davvero criticata.
Non è possibile leggere in questo romanzo una esplicita condanna del colonialismo: la violenza è banalizzata, l’orrore è sublimato nella forma. L’autore pare interessato a rappresentare il male solo come occasione letteraria, e non come fatto storico e politico da decostruire. Anche l’autocoscienza del protagonista si traduce in narcisismo: la colpa non genera consapevolezza, ma piuttosto autocommiserazione e vittimismo.
Tale atteggiamento è coerente con la figura ambigua di Flaiano stesso, che durante il fascismo non prese mai posizioni pubbliche contro il regime. Partecipò alla campagna d’Africa, non aderì mai a forme di dissenso, e solo dopo il crollo del regime elaborò una visione ironica e disillusa dell’Italia. Ma l’ironia, da sola, non basta a sostituire la responsabilità morale. Anche nel dopoguerra, Flaiano fu più osservatore che critico, più testimone distante che soggetto impegnato. Questa forma mentis si riflette nel romanzo, dove l’orrore non è mai messo veramente in discussione, checché ne cianci la critica, ma raccontato come se fosse un evento tra gli altri, da registrare più che da denunciare.
Tempo di uccidere non è un’opera di denuncia, né un tentativo di espiazione. È un documento problematico, figlio di una cultura che non ha mai veramente fatto i conti con il colonialismo italiano. La sua ambiguità non è una scelta letteraria di raffinata ambivalenza, ma il riflesso di una coscienza storica inadeguata, ancora impigliata nei residui del privilegio coloniale e della retorica fascista. Più che potente, il romanzo risulta disturbante per ciò che non dice, per le omissioni e le connivenze che attraversano ogni pagina. E il paragone che alcuni critici hanno fatto con Buzzati decisamente non regge. Buzzati lavora quasi sempre in chiave allegorica, surreale, spesso onirica (Il deserto dei Tartari, Sessanta racconti). L’ambientazione è sospesa, atemporale, simbolica, satirica e estraniante. Flaiano è molto più radicato nel reale, nel costume italiano. Anche Tempo di uccidere, pur con momenti visionari, parte da un’esperienza concreta. In Buzzati la violenza è astratta, metaforica, filtrata dal mito, lo stile frizzante alla Wilde. In Flaiano la violenza è diretta, storicamente situata, anche sgradevole (guerra d’Etiopia, relazioni di potere coloniali), lo stile stentato, poco scorrevole, in molti punti anche in un italiano discutibile. Buzzati di solito mantiene un distacco morale chiaro: il lettore percepisce cosa è “ingiusto” o “assurdo”. Flaiano gioca con l’ambiguità, lasciando che il lettore si perda in una zona grigia in cui si avverte che l’autore non prende mai posizione, per rispettare il suo carattere opportunista e fondamentalmente ambiguo.
Buzzati, nato nel 1906, durante la guerra d’Etiopia (1935–36) lavorava al Corriere della Sera e non fu mai coinvolto direttamente nelle operazioni militari coloniali. La sua esperienza bellica diretta si limitò alla Seconda guerra mondiale, quando venne mobilitato come corrispondente di guerra, soprattutto in ambito navale, ma senza partecipare ad azioni di terra in Africa.
Flaiano invece prese parte realmente alla campagna d’Africa. In qualche misura non solo non si oppose al fascismo ma ha partecipato. Tanta letteratura iper-premiata del Novecento italiano, forse andrebbe ridimensionata alla sua reale portata letteraria e contenutistica, ma i miti sono duri a morire, specie per gente che grida al capolavoro senza perlopiù leggere nulla.
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DESTRUTTURALISMO Punti salienti