
Mary Blindflowers
Arte concettuale? Ossimoro, purga
Leggere la regola, capirla, applicarla alla lettera, obbedire, mettere a riposo ogni connessione neuronale, usare le parole solo nel senso canonico e scolastico, senza nessuna deviazione dall’imposizione della definizione ufficiale: questo fa il famoso, violento e ordinario «uomo di fede» di cui parlava il professor Bellavista nel noto film.
L’uomo di fede, che chiameremo qui Y, è un reazionario, acquista un manuale di grammatica e legge: «Figura retorica consistente nell’accostare nella medesima locuzione parole che esprimono concetti contrari». E capisce solo quello che ha letto, cioè nulla.
Infatti, quando il signor X dice: «L’arte concettuale è un ossimoro», Y, uomo di fede accertata e inossidabile, scatta come la molla di quei giocattolini in cui il pupazzo esce all’improvviso da un cilindro o da una scatoletta, e inizia una lezioncina su Facebook, mettendo il minuscolo dopo il punto. Grande conoscitore di ossimori, ma scarso nella punteggiatura, del resto, nessuno è perfetto. Riporto come ha scritto:
Non è un ossimoro: al massimo è un pleonasmo o una
tautologia semantica. L’ossimoro nasce dall’accostamento di due termini
concettualmente contraddittori; qui, invece, “concettuale” viene
considerato già implicito nel concetto stesso di arte.non è affatto vero
inoltre che, perché un’opera abbia un concetto, essa sia per ciò stesso arte
concettuale. Altrimenti praticamente tutta la storia dell’arte diventerebbe
retroattivamente “arte concettuale”, svuotando completamente di
significato la categoria storica. E soprattutto c’è un salto logico: “Ogni
opera d’arte può avere un concetto” è diverso da “ogni opera d’arte è
concettuale”. È un po’ come dire: “La musica è armonica, quindi
chiamare qualcosa “musica armonica” è un ossimoro…
Analizziamo la frase che usa.
«Non è un ossimoro: al massimo è un pleonasmo o una tautologia semantica».
Qui c’è già una prima contraddizione nel suo ragionamento, perché X non ha mai sostenuto che l’arte fosse semplicemente concettuale. Il concetto è una componente dell’arte, non la sua totalità. L’arte implica infatti un’elaborazione concettuale; pertanto, isolare il «concettuale» e trasformarlo in una specificazione totalizzante pone un problema teorico sul rapporto fra concetto e forma.
La domanda allora sorge spontanea: può essere definita arte un’attività in cui il concetto pretende di sostituire ciò che rende l’idea un’opera d’arte? E può essere definita ossimoro un’espressione in cui il concetto nega l’arte, soffocandola e pretendendo di sostituirla, fino a entrare in contraddizione con il concetto stesso di arte?
Nell’arte concettuale il concetto vuole essere arte, ma l’arte non è solo concetto: in questo senso, concetto e arte diventano ossimorici, al di là delle definizioni scolastiche.
L’arte è anche forma, ha una sua materia, è immagine, ritmo, spazio, gesto, percezione soggettiva, mistero, disturbo, turbamento ed estasi, relazione tra le parti che la compongono, ecc. È qualcosa che si percepisce attraverso una configurazione sensibile non di trascurabile portata.
È precisamente qui che il termine arte concettuale, non si limita ad essere pleonastico ma diventa ossimorico, producendo un paradosso insanabile.
Il concetto vuole essere arte: questo genera un attrito, una contraddizione.
Se il concetto può essere l’opera, se l’idea può sostituire l’oggetto, se l’enunciazione può sostituire la realizzazione, allora bisogna domandarsi: che cosa resta dell’arte oltre al concetto?
L’arte può certamente avere un concetto. Il problema nasce quando il concetto, da componente dell’opera, pretende di diventare l’opera stessa e di rendere superflua la sua realizzazione annullandola. È questa pretesa di sostituzione che io definisco ossimorica.
Non perché arte e concetto siano contrari in sé, ma perché il concetto, elevato a sostituto dell’opera, pretende di occupare uno spazio che non può e non deve occupare da solo. L’attrito nasce quando una componente viene trasformata nel tutto, dire che l’arte è concettuale è come affermare che l’orologio è una lancetta.
A quel punto non abbiamo più semplicemente un concetto nell’arte, ma il concetto che, con arroganza, pretende di farsi arte, la lancetta che pretende di essere l’intero orologio. Il concetto così gonfiato dà uno spintone all’arte e le dice: «L’arte sono io, levati di mezzo, leva di mezzo la manualità che non serve più, leva di mezzo la scultura, la pittura, il gesto, la forma».
Abbiamo il concetto al posto dell’arte.
Quindi non è necessario dipingere, non è necessario scolpire, non è necessario saper fare nulla, tanto è il solo concetto che conta, tant’è che alcuni artisti sono arrivati a dipingere una tela tutta nera e a dire che è un concetto contro la schiavitù: si veda Ligon, esposto al Fitzwilliam di recente. E che dire dei quadri inesistenti di Garau?
Ed è precisamente questa sostituzione che io chiamo, sic et simpliciter, un ossimoro: il concetto arriva a negare l’arte, diventa marketing allo stato puro e l’artista diventa un business man.
L’uomo di fede non può accettare tutto questo ragionamento, perché ha imparato a memoria la lezionciona del dizionario e non va oltre, poveretto, non ce la fa. È un dogmatico anticreativo, non si può pretendere troppo da lui. Di buon mattino, dunque, il signor Y, si siede sul water e si sforza di spiegare al mondo che i dizionari vanno seguiti alla lettera, che il termine arte concettuale non può essere un ossimoro, cercando di non farsi venire un prolasso.
Nonostante i suoi sforzi, il risultato rimarrà una semplice defecata che lo farà sentire felice per tutta la giornata. Il giorno dopo ricomincerà, nella solitudine del suo bagno, a dare lezioni al mondo, e la durata della lezione dipenderà solo dal suo grado di stitichezza congenita e incurabile. Non possiamo che augurargli una purghetta.