
Mary Blindflowers
Il libro nero dell’Impero britannico
A volte i libri migliori si scoprono per caso o per una sorta di affinità elettiva e istintiva. Il libro nero dell’Impero britannico di John Newsinger, pubblicato in Italia da 21 Editore, è sicuramente uno dei migliori libri di saggistica che abbia letto negli ultimi tempi. L’ho scoperto da pochissimo, anche se, di fatto, la seconda edizione aggiornata è del 2013 e la prima edizione italiana del 2014.
Si tratta di un saggio storico che ricostruisce il percorso di sangue dell’espansione dell’Impero britannico, basato su sopraffazione e violenza, spacciate in madrepatria e nel mondo per “opera di civilizzazione”.
Tra gli episodi affrontati nel libro figurano: la rivolta in Giamaica, la carestia in Irlanda, le guerre dell’oppio in Cina, la grande rivolta indiana, l’invasione dell’Egitto, la crisi dopo la Grande Guerra, la rivolta in Palestina, la carestia del Bengala, la repressione delle rivolte in Kenya e Malesia, l’invasione di Suez, la guerra in Vietnam, la guerra in Afghanistan; insomma, le violenze inaudite compiute durante l’espansione coloniale in vari continenti.
Il libro documenta numerosi casi di crudeltà, oppressione e dominio coloniale, sostenendo che questi aspetti siano stati a lungo minimizzati nella memoria pubblica britannica. Gli accademici inglesi, assecondando il potere politico, hanno deliberatamente omesso la verità, esattamente come giornalisti e intellettuali. Newsinger sottolinea che, se da un lato nella stampa inglese venivano taciute le violenze sui popoli colonizzati, dall’altro venivano invece enfatizzate le violenze dei ribelli:
I fatti di Kanpur e altri episodi del genere furono, in effetti, grottescamente deformati: si riferì di donne inglesi cucinate vive, costrette a mangiare i propri bambini, orribilmente mutilate, con nasi e orecchi tagliati e occhi cavati dalle orbite, spogliate e pubblicamente violentate. Tutto ciò non era vero (p. 109).
E ancora:
In Gran Bretagna l’opinione pubblica venne mobilitata a sostegno della soppressione della Grande rivolta indiana, aizzata dai racconti sulle atrocità dei ribelli pubblicati dalla stampa inglese… Perfino un Charles Dickens giunse a bramare l’opportunità di «sterminare quella razza sulla quale rimane la macchia delle recenti crudeltà, di cancellarla e spazzarla via dalla faccia della terra». (p. 118).
Questo gioco della stampa, in cui la verità viene costantemente taciuta a favore di una bugia preconfezionata e convincente, che fa leva sull’emotività della gente, è diventato la norma in Occidente, così come è diventato normale giustificare l’invasione di territori non propri con l’etica dell’“esportazione della democrazia”, tanto cara agli inglesi e agli americani. Un artificio verbale per nascondere, sotto un manto etico, violenze di ogni tipo, appropriazione di beni altrui e bombardamenti, nonché sistematici massacri di civili, con le “bombe intelligenti”. Una narrazione che ci viene servita tutti i giorni sulle pagine dei giornali e nei libri di storia.
Preme sottolineare che l’autore è uno storico e accademico britannico, professore emerito di storia presso la Bath Spa University. È noto per i suoi studi sulla storia dell’Impero britannico, sulla controinsurrezione, sul movimento operaio e su George Orwell.
Newsinger non scrive da una prospettiva “anti-britannica” esterna: è uno storico inglese che sottopone a una critica molto severa il passato imperiale del proprio Paese, mettendo in rilievo come nell’insegnamento inglese vengano sistematicamente omesse o minimizzate le atrocità e le stragi commesse dagli inglesi colonizzatori.
Il libro demolisce alcune credenze diffuse, per esempio che i laburisti siano progressisti, cosa che, secondo l’autore, non è vera, dato che hanno spesso assunto atteggiamenti molto ambigui, riempiendosi la bocca con la parola “democrazia” e ordinando stragi in Paesi non propri. Lo stesso Gladstone viene presentato come esempio di questa contraddizione. Il liberalismo vittoriano poteva proclamare libertà e autodeterminazione in patria, mentre negava quegli stessi principi ai popoli colonizzati, esattamente come, secondo Newsinger, il neoliberismo moderno.
Newsinger contesta anche la rappresentazione di Churchill come figura esclusivamente eroica e invita a considerare anche il suo ruolo nella difesa dell’ordine coloniale britannico:
Nel febbraio del 1945 Churchill disse al suo segretario particolare che «gli indù erano una razza orribile… e magari Bert Harris avesse potuto mandare qualche altro cacciabombardiere per distruggerli tutti». Come c’era da aspettarsi, il ruolo di Churchill nei mancati soccorsi delle vittime della carestia del Bengala, uno dei peggiori crimini commessi durante la guerra, non è qualcosa che i suoi innumerevoli biografi si siano dati la pena di esplorare. Il che è in effetti vergognoso. (p. 215).
Leggete questo libro, non ve ne pentirete. E magari fatelo leggere pure a chi va in sollucchero per la monarchia britannica.