
Mary Blindflowers & Giuseppe Ioppolo
27 marzo 2026, Il Venerdì di Repubblica, a firma Nicola Mirenzi, pubblica un articolo su Dario Bellezza. Titolone: Il più grande dei poeti dimenticati, poi, nel sottotitolo: “A trent’anni dalla morte Dario Bellezza è sparito dalle librerie. Eppure la sua vita e i suoi versi hanno segnato un’intera generazione. Ritratto di un autore maledetto ma perseguitato dall’allegria”. Alleluja!
Analizziamo queste poche righe. C’è una costruzione retorica molto evidente già nel titolo: “Il più grande dei poeti dimenticati”. Questo non è un fatto, ma un giudizio opinabile. “Il più grande” è un superlativo assoluto non dimostrabile: presuppone una gerarchia tra “poeti dimenticati” che non può essere verificata in modo oggettivo. Poi, in modo molto furbo, l’articolista accosta grandezza e oblio in una formula retorica, non dà motivazioni né per i criteri di grandezza, né per quelli dell’eventuale “dimenticanza”.
Subito sotto, l’iperbole si prolunga: “A trent’anni dalla morte Dario Bellezza è sparito dalle librerie”. Anche qui il verbo “sparito” è totalizzante: implica un’assenza completa, che nella realtà editoriale è quasi sempre una semplificazione che tende ad amplificare la realtà. Oltretutto il termine “dimenticato” è usato solo in riferimento a categorie di mercato o visibilità: non c’è in libreria quindi non se lo ricorda nessuno. In realtà non è così. Dario Bellezza non è un poeta dimenticato, lo conoscono tutti, chi legge lo conosce, è così dimenticato che sta sui giornali! Non è contraddittorio? È così “dimenticato” che, oltre a scrivere per importanti riviste letterarie del tempo (Paragone, Carte segrete, Bimestre, Periferia, Il Policordo, Nuovi Argomenti), collaborava con il Corriere della Sera, l’Espresso, Paese Sera, rilasciava interviste a L’Unità… costituiva presenza assidua nei salotti televisivi, non solo al Maurizio Costanzo Show. Abbastanza chiacchierato, poi, il suo duetto a Mixer Cultura con Aldo Busi.
I poeti dimenticati sono altri, sono quelli esclusi al Salone del libro perché fanno critica al mainstream e di cui non parla nessuno, mentre i giornali fanno pubblicità agli editori fascisti; sono gli inesistenti, condannati all’oblio perpetuo, quelli senza agganci e a cui non va di saltellare dalle associazioni cattoliche ai partiti di destra o di sinistra, sono gli spiriti liberi che non vanno a creare pagine Fb in cui si lisciano i grossi editori. Sono quelli i poeti e gli scrittori dimenticati e di cui non importa nulla a nessuno.
La frase successiva del pregevole articolista continua nella stessa direzione: “Eppure la sua vita e i suoi versi hanno segnato un’intera generazione”. Anche “un’intera generazione” è un’altra generica iperbole. Quale generazione? Di certo non la nostra.
Infine, la chiusura: “autore maledetto ma perseguitato dall’allegria”. Ossimorico e poco argomentativo, mitizza l’autore ma non spiega ancora una volta nulla.
Titolo e sottotitolo sono costituiti da un linguaggio tipicamente divulgativo che crea impatto emotivo ma non rispetta la verificabilità di ciò che si afferma.
Magari la verifica la farà dopo, pensa un lettore accorto, macché. Ecco come continua, passiamo all’articolo:
All’esordio, con Invettive e licenze, nel 1971, Pier Paolo Pasolini accolse Dario Bellezza nel mondo delle lettere come «il miglior poeta della sua generazione». La generazione era quella di Patrizia Cavalli, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Giorgio Manacorda, Renzo Paris, Elio Pecora, Valentino Zeichen, la prima dopo il Sessantotto e le scorribande delle avanguardie, che avevano ripudiato politicamente e ideologicamente la poesia. Lui, invece, no: lirico fino a rischiare il ridicolo, viveva come un poeta nella Parigi dell’Ottocento. Amico di Alberto Moravia ed Enzo Siciliano, prim’ancora di Amelia Rosselli, burrascosi rapporti con Elsa Morante, ammirato da Anna Maria Ortese. Era il più giovane riferimento della società letteraria italiana…
E qui cosa abbiamo? Un elenco del telefono di amici di amici? Era il più grande di tutti perché era amico di questo, era amico di quello, trallallà, trallallerolirulà…
Ma l’articolista fa sul serio? Qual è il messaggio subliminale che ci sta comunicando con questo elenchino?
L’articolo riflette esattamente la mentalità italiana: se non sei amico di nessuno, non sei poeta nemmeno dimenticato, nemmeno per sbaglio, sei solo uno scemo. E tutto questo lo chiamano cultura.
Insomma: più che dimenticato Dario Bellezza è stato, a suo tempo, sovraesposto, spettacolarizzato, forse persino sovradimensionato. Ma dirlo ad alta voce ci farebbe iscrivere, seduta stante, nella lista dei cattivi. Che, in fondo, è il posto dove ci troviamo meglio: quella dei buoni è sempre terribilmente affollata di mediocrità.