
Libri silenziosi e algoritmo
Mary Blindflowers©
Il libro non fa rumore sui social, a meno che non sia scritto da qualcuno che staziona in TV e riceve un bel gettone di presenza per il solo fatto di avere qualcun altro che gli garantisce un marketing costoso.
Mostrare un libro antico oggi, soprattutto sui social network, sembra un gesto da rincoglionito-boomer, specialmente se il libro è stato dimenticato dal mainstream e non rientra esattamente nella categoria dei libri continuamente ristampati.
I social, purtroppo, non sono semplicemente mezzi di diffusione: sono dispositivi di selezione, di censura e di delazione. Non valutano il contenuto, ma la sua capacità di generare un’immediata reazione popolare fatta di like e commenti. In questo contesto, il libro antico, oggetto per definizione anti‑urgente, refrattario allo scandalo, resistente alla semplificazione, appare come un corpo estraneo, qualcosa di cui si può tranquillamente fare a meno, specie se lo si presenta non per venderlo, ma per creare curiosità culturale.
Il libro dimenticato diventa un banco di prova ideale per interrogare il rapporto tra cultura e artificio.
Tuttavia, manipolazione e artificio non sono invenzioni contemporanee. Ogni epoca ha costruito le proprie forme di mediazione: il dialogo platonico, il mito allegorico, la favola morale, il frontespizio barocco. Anche i libri che oggi consideriamo “puri” o “autentici” erano spesso il risultato di un’elaborata strategia retorico‑politica.
Basti pensare a testi seicenteschi come La Vérité des Fables (1648): un libro che promette di svelare la verità nascosta dietro i miti dell’antichità, ma che per farlo utilizza proprio il linguaggio della favola, dell’allegoria, della narrazione seducente. La sua forza non sta nell’assenza di artificio, ma nella consapevolezza dell’artificio.
In questo senso, l’opposizione netta tra verità e artificio è essa stessa artificiosa.
Ciò che cambia oggi non è l’esistenza dell’artificio, ma il suo grado di automatizzazione attraverso un algoritmo senz’anima. L’algoritmo ci classifica e ci seleziona come polli da batteria e, soprattutto, non distingue tra cultura e messaggio che manipola.
Per l’algoritmo, un libro antico presentato con rigore filologico e un contenuto sensazionalistico costruito per catturare attenzione funzionano secondo la stessa logica: engagement, tempo di permanenza, reazione. In questo sistema, il contenuto culturale non viene censurato, ma semplicemente ignorato se non si conforma ai codici della visibilità.
Da qui nasce una tensione inevitabile: chi vuole condividere cultura è spinto ad adottare forme che sembrano tradirla.
È qui che si apre la questione etica. Usare un “gancio”, una domanda, un paradosso per parlare di un libro dimenticato significa alimentare l’artificio globale? Oppure significa riconoscere che ogni comunicazione è, da sempre, una forma di messa in scena e che ormai la cultura, in sé e per sé, non interessa più?
Fioriscono gruppi dedicati al “c’era una volta”, ai libri, ai mobili antichi, al restauro, ecc. A parte pochi esempi illuminati, la maggior parte di coloro che posta cerca valutazioni gratuite, spara minchiate a raffica su cose di cui ignora totalmente perfino le basi, tende a minimizzare il valore degli oggetti altrui, un po’ per invidia sociale, un po’ perché l’esaurimento è brutto e occorre sfogarsi. Così tutto diventa un teatrino senz’arte.
In poche parole, siamo schiavi di un lurido algoritmo.
E possiamo illuderci di creare piccole zone di resistenza con i nostri profili non sponsorizzati, spazi in cui si cattura l’attenzione di pochi e in cui non si usano artifici o giri di parole per esprimersi, ma sono illusioni. L’algoritmo vince. Cosa stiamo diventando? Dei robot? Ci caricheranno con la chiavetta dietro la schiena per farci dire, pensare e comprare tutto quello che il sistema dominante vuole? Oppure lo stanno già facendo?