Sandro Penna e la riduzione poetica monotematica

Di Lucio Pistis & Sandro Asebès©

Un rimedio voltarsi, credit Mary Blindflowers©

 

Scaldando le nostre attempate ossa al caldo sole primaverile che a sprazzi si fa sentire in cortile, eccoci intenti alla lettura del libro di un signore che è considerato da alcuni uno dei massimi poeti del Novecento. Non amiamo molto queste definizioni, perché troviamo che siano sciocche e inutili, non solo considerando la soggettività con cui un testo letterario può essere percepito e vissuto, ma soprattutto perché simili espressioni ci sembrano soltanto degne di certa marca propagandistica faziosa, e ricordano molto da vicino le pubblicità dei prodotti di largo consumo. La poesia, purtroppo o per fortuna, decidete voi, non è un prodotto di largo consumo, perciò i toni da presentatore circense, che ripete a pappagallo ciò che un certo tipo di sistema chiede e ottiene, non suscitano la nostra simpatia. Comunque il signore in oggetto è Sandro Penna. Lo abbiamo riletto recentemente e ci ha sorpreso… sorpreso, ma non positivamente. Una prosa ridondante che va a capo per fingersi poesia, uno stile semplice, ma scarno di riferimenti o di significati che vadano oltre certa lirica piccolo-borghese del novecento letterario italiano, la rima piuttosto elementare:

Era la mia città, la città vuota
all’alba, piena di un mio desiderio.
Ma il mio canto d’amore, il mio più vero
era per gli altri una canzone ignota.


L’amore che ricorre in quasi tutte le liriche, ossessivamente, per rime scontate, già ampiamente visitate e rivisitate da altri. Poesie di notazioni sintetiche e a volte inutili:

Era l’alba sugli umidi colli
e la luna danzava ancora assorta
colle lepri del sogno. La lattaia
discendeva il suo colle. Ognuno amava
la propria casa come una scoperta.

Cosa ci importa di sapere che la lattaia all’alba discende il colle mentre la luna danza assorta? Ci descrive egli le sofferenze di quella lattaia forse? Ci descrive la sua fatica di discendere il colle prima delle luci piene del mattino? No, è troppo intento a guardare la luna che danza o a considerare che ognuno ama la propria casa come una scoperta. Non c’è pathos nelle poesie di Sandro Penna, non c’è sangue né carne, sono liriche di superficie che non affrontano mai problematiche sociali. L’osservatore è freddo, ostenta una sorta di superiorità senza coinvolgimento. E inutili appaiono dal punto di vista contenutistico anche i seguenti ridondanti versi:

Le porte del mondo non sanno
che fuori la pioggia le cerca.
Le cerca. Le cerca. Paziente
si perde, ritorna. La luce
non sa della pioggia. La pioggia
non sa della luce. Le porte,
le porte del mondo son chiuse:
serrate alla pioggia,
serrate alla luce.

Anche qui si avverte la fredda prospettiva dell’osservatore che parla senza dire nulla, e ripete senza significare, senza approfondire, senza capire più di tanto. Per chi sono chiuse queste porte? Che metafora o che significato portano la luce, la pioggia?

E ancora:

Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.

Con tutta la buona volontà sembrano i versi di un bambino che ha appena concluso la terza elementare, ridondanti, senza ritmo, prosaici e privi di significati profondi.

Ora la voce tua disparirà.
E domani cadrà anche il tuo fiore.
E nulla più verrà. Forse la vita
si spegne in un falò d’astri in amore.

Qualcuno poi ci spiegherà come fanno ad amarsi tra loro gli astri, poiché l’espressione in amore si usa con una valenza sessuale abbastanza marcata, se non andiamo errati. La improvvisa cesura dei futuri semplici con un presente non sembra poi dare omogeneità temporale al poemetto.

Fiore con amore per una poesia che è più che altro un aforisma. Non c’è… (Continua su Destrutturalismo n. 11).

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