Orwell, Pullman, censura, decadenza

Orwell, Pullman, censura, decadenza

Pullman, La bussola d’oro, credit Antiche Curiosità©

 

Mary Blindflowers©

Orwell, Pullman, censura, decadenza

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Che in certe università inglesi si banni Orwell e si studi Pullman, non suscita in me troppa meraviglia, perché da sempre si preferisce l’innocuo al critico, il semplice al simbolico denso. Specialmente in questa nostra epoca in cui gli accademici sono sempre pronti a recensire, elogiare e incensare i libri marketing del sistema, frutto di politica e propaganda, Orwell davvero stona parecchio, è la nota dissonante e socialista nel concertino programmato da una macina tecnocratica e antidemocratica che gira e ci rende sempre più sciocchi.
La bussola d’oro di Pullman, dunque, voilà, primo volume di una Trilogia che, secondo taluni, sarebbe carica di simboli antiteocratici e femministi.
Non si può di certo negare che al posto del noto maghetto scherzetto di impronta conservatrice, la protagonista del romanzo sia una ragazzina curiosa e intelligente; non si può non vedere come si sottolinei che certi spazi accademici siano proibiti al gentil sesso, e come le Chiese impongano un potere sottile, tuttavia la polemica che Pullman imbastisce tra una stupidaggine e l’altra, è molto controllata, quasi ovvia e banale, niente di veramente rivoluzionario, il che rende il romanzo un fantasy come ce ne sono tanti. Non c’è infatti nulla da capire oltre quello che si legge. Oltre la percezione immediata scandita da un’ossessione descrittiva che rasenta la paranoia, non si percepisce quella profondità di messaggi che invece troviamo abbondanti e sottili in Orwell, scrittore di ben altro spessore, considerato dalla censura “pericoloso”, tanto che 1984 è stato giudicato “offensivo” dai benpensanti. La descrizione delle libertà individuali violate da uno Stato totalitario e dispotico, è troppo forte per il mainstream, invece Pullman va benissimo perché di fatto finge di criticare senza criticare alcunché, e questo viene percepito come positivissimo, inoltre usa un linguaggio adatto a dei dodicenni, una comprensibilità che non richiede troppi sforzi interpretativi, dato che non c’è davvero nulla da interpretare nei suoi romanzi buoni per i piccoli ma anche per grandicelli un poco rinco.
Personalmente, ho fatto fatica a leggerlo. Già alla cinquantesima pagina sentivo di non avere quasi più le forze per continuare. L’ottanta per cento del libro è coperto da descrizioni ambientali che creano atmosfere sempre esterne, mai sottolineano o approfondiscono l’interiorità dei personaggi che rimangono macchiette stereotipate dai dialoghi sciapissimi.
La prosa è banale, scorre come acqua ma dell’acqua ha pure il sapore inesistente, non ti lascia niente a livello contenutistico e ti sfianca con particolari inutili:

 

Nell’appartamento della signora Coulter, invece, tutto era grazioso. Era pieno di luce, perché le ampie finestre erano esposte a sud, e le pareti erano coperte da una delicata carta da parati a strisce bianche e oro. Incantevoli pitture in cornici dorate, uno specchio che pareva antico, fantastiche appliques con lampade ambariche dai paralumi orlati di trine; e trine anche sui cuscini, e cortine floreali sopra i bastoni delle tende, e un morbido tappeto adorno di un motivo a foglie verdi sotto i piedi; e ogni superficie era coperta, così pareva agli occhi innocenti di Lyra, di graziose scatoline di ceramica o di pastorelle e arlecchini in porcellana.
La stanza da bagno fu un’altra meraviglia… l’acqua era bollente, il sapone color di rosa e fragrante, gli asciugamano spessi e vaporosi. E attorno ai lati dello specchio colorato c’era un sacco di lucette rosa, tanto che quando Lyra ci guardò dentro vide una figura morbidamente illuminata ben diversa dalla Lyra che conosceva… E com’era soffice, quel letto! Com’era dolce la luce ambarica sul comodino! E la stanza da letto, cosi intima, con le credenzine, e il tavolino da toletta, e il cassettone dove sarebbero andati i suoi vestiti nuovi, e quelle tendine graziosissime piene di stelle, e di lune, e pianeti! Lyra giacque rigidamente, troppo stanca per dormire, troppo incantata per farsi qualsiasi domanda.

 

Tra una descrizione e l’altra ogni tanto una frasettina sugli accademici che guadagnerebbero poco, sul maschilismo di certi ambienti universitari, sulla teocrazia che impone la sua autorità nel mondo, su una misteriosa spedizione al Nord dove accadono fenomeni strani e incomprensibili, sul rapimento dei bambini del popolo, il tutto giocato con uno stile elementare e molto esplicito dove ogni cosa è esattamente quella che si racconta e niente più.
Se dalla censura di Orwell si arriva all’esaltazione del pigolio di Pullman, forse c’è qualcosa che non funziona nel sistema culturale oggi in voga. Alcuni giornalisti sostengono perfino che l’opera di Pullman sia un’inversione del Paradiso perduto di Milton perché esplorerebbe gli effetti negativi della religione istituzionalizzata, ma al fin della ripresa l’opera di Pullman polemizza su aspetti su cui si può tranquillamente polemizzare nei Paesi anglosassoni: la religione e i diritti delle donne. Giusto gli zirlii cianotici di tre filoclericali e due autori cattolici di istant book possono scandalizzarsi per questo. La verità è che non c’è alcuno scandalo, niente di sconvolgente, se lo fosse Pullman non avrebbe tutto questo successo nella aule magne delle università che sono tutto tranne che progressiste, anche se fingono costantemente di esserlo. Inoltre l’anticlericalismo esiste fin dai tempi del cucco, non è davvero una novità. Anzi, la polemica sorta attorno ai presunti contenuti antireligiosi del libro, che in fondo sono molto all’acqua di rose, aiuta a vendere e a creare gadget legati al prodotto. Niente più che una operazione commerciale che con la letteratura vera ha poco a che fare.
Di altro spessore è la polemica orwelliana che denuncia il totalitarismo tecnocratico con notevole capacità di previsione del futuro, tuona contro le atrocità del colonialismo (e l’Inghilterra è una nazione coloniale) e la mediocrità di una borghesia sempre più asservita al potere.

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