
La scimmietta Gratta Gratta?
Fluò
Erminia Dell’Oro, La scimmietta Gratta Gratta, Einaudi Editore. Ho trovato il libro in UK a un pound in un mercatino. Io, per principio, da anni non compro libri nuovi di grossi editori perché mi sono stufata di buttare soldi dalla finestra. Il libro ha una bella copertina; le illustrazioni di Elisabetta Decontardi funzionano, sono colorate e attirano l’attenzione del lettore. Chi sono i destinatari di questo libro? Lo si intuisce fin dal titolo: i bambini.
Provo dunque il libro e mi trovo davanti a storielle sciape il cui unico scopo è creare una non-letteratura pedagogica orientata verso l’educazione morale dei bimbi. Tutto molto edificante, certo, peccato che dietro l’apparente gentilezza dei racconti si celi una struttura ideologica precisa: la positività coincide con l’adattamento, con la docilità all’ordine costituito o alla legge del più forte; il nero veicola sempre sentimenti negativi, tanto che la bontà è associata alla bianchezza e alla pulizia, mentre il nero alla sporcizia e alla negatività. Ci troviamo di fronte a una pedagogia dell’ubbidienza.
Per esempio, l’alberello che sogna di tornare alla montagna dove è nato, viene piantato in città dagli uomini; desidera scappare e lo fa, ma il suo desiderio individuale viene frustrato dall’autorità esterna. Non c’è una profonda tensione spirituale tra soggetto e super-io: tutto, infatti, si risolve in un placido adattamento dell’albero, nella totale rassegnazione al suo destino di prigioniero della città, vissuta come maturazione morale e psicologica.
Vengono ripresi tutti gli stereotipi della letteratura classica colonialista, tant’è che la strega, particolare non trascurabile, per ridiventare bella, deve mettersi la candeggina:
Sei una strega
che non conta,
brutta, sporca
e anche tonta…
E la Strega Bistorta Spuzzina:
Dimmi, ranocchio, io sarò bella
più della luna, più di una stella?
domandava al suo schiavo ranocchio.
Certo, Bistorta, certo Spuzzina,
ma dovrai metterti in candeggina.
La prigioniera della strega si chiama, guarda caso, Aurorina, nome che evoca la luminosità dell’alba. Il nome Aurora è di origine latina ed è legato all’idea della luce del mattino. Sebbene non sia intrinsecamente collegato a un colore specifico come il “bianco” (inteso come etnia), il nome evoca immagini di luce e luminosità.
Insomma, in queste fiabe tutto ciò che è bianco è bello.
I cattivi poi non sono mai veramente cattivi: perfino il ladro restituisce l’asino rubato. Tutto è improntato a un sereno quanto falso buonismo, teso a convincere il lettore che occorra conformarsi al mondo.
Questi meccanismi simbolici … (continua su Destrutturalismo n. 13)
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