
La pecora, credit Mary Blindflowers©
La santificazione postuma? Marketing
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La morte di una figura pubblica attiva quasi sempre un processo di “santificazione laica”, e quello che sta accadendo intorno alla memoria di Michela Murgia ne è un esempio evidente. Questo meccanismo segue alcune tappe ricorrenti e collaudate. Primo: sospensione del giudizio. Nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa, scatta un tacito accordo mediatico e sociale per mettere da parte qualsiasi critica “per rispetto”. L’argomento è semplice: non si parla male di chi è appena morto. Ma è proprio in questo silenzio forzato che si insinua una narrazione parziale e controllata, che spiana la strada alla seconda fase.
Secondo: selezione degli episodi. Dalla vita della persona scompaiono le zone d’ombra e vengono scelti solo i frammenti utili all’immagine che si vuole celebrare. È un lavoro di potatura: si mantengono le dichiarazioni e le scelte politiche compatibili con il ritratto che si vuole esporre al pubblico, e si eliminano quelle che stonerebbero. Nel caso della Murgia, oggi si ricorda l’attivista progressista, la voce per i diritti civili; ma si sorvola sul suo volantinaggio per Mario Adinolfi, figura simbolo dell’anti-femminismo militante, ostile alla libertà delle donne e delle persone LGBTQ+, difensore di una famiglia rigidamente tradizionale. Un femminismo coerente non può appoggiarsi a un uomo che ha costruito la sua carriera politica opponendosi sistematicamente a diritti basilari come aborto, parità di genere e libertà sessuale: è una contraddizione insanabile, non una semplice “fase della vita”.
Si dimentica poi il suo passato nell’Associazione Cattolica, organizzazione legata alla dottrina sociale della Chiesa. Ora, per quanto si possa parlare di correnti interne più “aperte”, il cattolicesimo ufficiale è strutturalmente incompatibile con il femminismo: rifiuta l’uguaglianza piena nella gerarchia ecclesiale, limita l’autodeterminazione femminile su temi come la contraccezione e l’aborto, e continua a fondare la propria visione sociale sulla centralità della maternità e della famiglia tradizionale. Frequentare, sostenere e condividere questi ambienti significa, almeno per un periodo, accettare di muoversi all’interno di un quadro valoriale che nega in radice alcune delle conquiste fondamentali del femminismo moderno.
Terzo: creazione del mito coerente. La biografia reale di ogni persona è piena di contraddizioni e cambiamenti di rotta; ma il mito non sopporta ambiguità. Così, la Murgia viene oggi presentata come una figura lineare, sempre e solo femminista, sempre e solo schierata con la parte giusta della storia. Nessuno racconta che il femminismo e Adinolfi sono incompatibili per definizione, o che militare nelle Associazioni cattoliche implica accettare un’idea della donna che non è affatto emancipata. Nessuno sottolinea che aderire a un partito di centro-sinistra moderato creato con gli avanzi della vecchia Democrazia Cristiana ripulita, partito che è tutto tranne di sinistra, significa abituarsi ai compromessi, anche su diritti fondamentali.
Quarto: canonizzazione pubblica. La figura così ripulita viene proclamata simbolo di valori universali, buona per libri, documentari, speciali televisivi, post sui social e merchandising. La memoria diventa un prodotto da vendere, e per renderlo appetibile si elimina tutto ciò che potrebbe urtare la sensibilità di chi compra. Qui si innesca la più grande tensione emotiva: se osi ricordare le zone grigie vieni accusato di mancanza di rispetto, ma se alteri la biografia di un morto per motivi commerciali nessuno solleva obiezioni. Criticare un morto è eticamente inaccettabile; falsificarlo, invece, è business.
Nei social network questa dinamica si fa ancora più rigida e opprimente: chiunque osi sollevare dubbi, critiche o semplicemente ricordare le contraddizioni viene immediatamente sommerso da attacchi, insulti e accuse di cattiveria o insensibilità. Non è più possibile discutere senza subire una gogna mediatica, dove il rispetto per il morto si trasforma in una barriera invalicabile contro ogni forma di analisi critica.
Il risultato è un’operazione di “pulizia biografica” che trasforma un percorso complesso e pieno di compromessi in un santino perfetto, un’icona priva di crepe. Ma il femminismo che passa per Adinolfi, la Chiesa cattolica e il PD non è un femminismo libero e puro: è un femminismo che ha stretto più di un patto col nemico. Presentarlo oggi come un modello assoluto, senza riconoscerne le contraddizioni, non è un atto di rispetto: è un inganno narrativo che toglie forza e verità tanto alla memoria della persona quanto alle battaglie che diceva di rappresentare.
Questa santificazione non serve a difendere la Murgia o chiunque altro: serve a difendere il racconto di comodo di chi oggi gestisce il discorso pubblico e vuole vendere libri che forse, finita l’estasi del personaggio onnipresente, non si vendono più. Ripulire le biografie non è un atto d’amore verso chi se n’è andato, ma un atto di potere verso chi resta. È un’operazione che trasforma persone reali, con contraddizioni e scelte discutibili, in strumenti di propaganda perfetti per confermare l’immagine che il sistema vuole dare di sé. Non è la Murgia che si protegge così: è il femminismo addomesticato, (quello che può permettersi di passare per Adinolfi, per la religione maschilista e per la finta sinistra radical chic del PD) senza mai mettere in discussione i veri rapporti di forza, a farsi scudo dietro di lei. Chi oggi ne fa un’icona immacolata non sta difendendo la sua memoria: sta difendendo la propria narrazione mentre cerca pecore da convincere che il cielo è blu e gli uccellini cantano.
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DESTRUTTURALISMO Punti salienti