Io sono un taxi?

 

Io sono un taxi

Io sono un taxi, Fabbri editori, 2007, credit Antiche Curiosità©

 

Mary Blindflowers©

Io sono un taxi?

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Io sono un taxi, di Deborah Ellis, Fabbri Editori, pubblicato per la prima volta da Groundwood Books nel 2006, tradotto in italiano da Fabbri Editori nel 2007, è un libro che se fosse stato scritto da un’altra anziché dalla Ellis, forse avrebbe potuto essere un buon libro. La trama non è malvagia, sebbene qua e là presenti delle inverosimiglianze e abbia un finale affrettato poco credibile. Tuttavia il problema è lo stile, totalmente piatto e inespressivo. Frasette brevi da primina, come insegnano nelle scuole di scrittura creativa a pagamento, riducono la trama a una serie di azioni prive totalmente di pathos, di profondità psicologica. L’Autrice parla di un argomento, quello delle carceri Boliviane e dei bambini usati per produrre e smerciare cocaina, come una turista qualsiasi. Il punto di vista è totalmente esterno e freddo. Tutto si svolge molto in fretta, la vita, la morte, la sofferenza. Il lettore vien colto dal gelo per l’inadeguatezza dell’autrice, la sua totale incapacità di condurlo dentro l’ambiente che non solo non viene minimamente descritto, ma nemmeno vissuto, interiorizzato. Ad aggravare la situazione contribuisce la nuova moda editoriale di non mettere la punteggiatura dopo i caporali, per segnalare la pausa, l’interruzione del discorso diretto, in modo da rendere tutto ancora più veloce:

«Stai sprecando il tuo tempo» disse Mamà».

«Come ti chiami?» chiese Diego.

«Sono in prigione» sussurrò.

L’eliminazione della punteggiatura che ho riscontrato anche in altri libri relativamente recenti di grossi editori, fa parte di un preciso programma di semplificazione del linguaggio, creato ad hoc per fare in modo che non ci siano pause di riflessione mentre si legge, tutto viene triturato molto velocemente perché semplice e semplicistico. La neolingua ha esigenze di far divorare libri che non indirizzano verso la profondità estetico-contenutistica, ma verso il consumo spiccio. Eliminando le virgole si eliminano i respiri, le giuste pause che un lettore dovrebbe sempre fare mentre legge. In Politics and the English Language (1946), Orwell ha criticato fortemente la semplificazione eccessiva del linguaggio, vedendola come un mezzo per limitare il pensiero critico. Orwell sosteneva che la chiarezza e la precisione della lingua fossero essenziali per il pensiero libero. In 1984, la Neolingua è progettata proprio per eliminare le sfumature e ridurre il numero di parole, impedendo alle persone di formulare concetti complessi o sovversivi. In 1984 il modo in cui Winston scrive nel diario con frasi sconnesse e punteggiatura incerta, riflette il suo stato mentale e la difficoltà di esprimere pensieri liberi in un mondo oppresso dal regime. Se il linguaggio diventa troppo semplificato e privo di struttura, può effettivamente limitare la capacità di pensare in modo critico e sfumato. La punteggiatura aiuta a organizzare il discorso, a creare ritmo e a distinguere le idee; eliminarla può rendere tutto più piatto e meno riflessivo. Oggi vediamo questa tendenza non solo nei libri, ma anche nei messaggi digitali e nei social media, dove spesso si scrive senza virgole, senza punti e con frasi minime. Questo tipo di comunicazione immediata favorisce la rapidità, ma potrebbe impoverire la capacità di esprimere concetti più profondi. La semplificazione estrema del linguaggio conduce alla inevitabile riduzione della libertà di pensiero.

Deborah Ellis nel 2002 ha vinto il premio Andersen nonostante il suo stile atono, freddo e le sue analisi superficiali. È un segno dei tempi, si premia un nome e un contenuto che finge di interessarsi ai problemi sociali, ma questo interesse è puramente di superficie, infatti i personaggi sono stereotipati, piuttosto monolitici e inespressivi. Anche la nota finale dell’autrice è di una superficialità disarmante, dà informazioni spicce  sulla Bolivia e sulla cocaina, senza una nota, senza uno straccio di riferimento bibliografico, in tre pagine attraversa i secoli con informazioni che già in quinta elementare sono più approfondite. L’autrice passa dal 500 all’800 al 2005 in men che non si dica, per educare le nuove generazioni alla sintesi? La nota finale sembra un post di fb, non una nota informativa per giovani lettori, ma in fondo, a pensarci bene, tutto il libro sembra una di quelle storielle buoniste che è possibile trovare a puntate nelle riviste di quinta categoria oppure nei social.

Ci sono anche vistosi refusi e Lui Lei usati spesso come soggetto, ma la neolingua pare che lo consenta. Del resto consente questo ed altro…

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