Festival e premi? Aie mainstream

Festival e premi? Aie mainstream

Il festival, credit Mary Blindflowers©

 

Festival e premi? Aie mainstream

Mary Blindflowers©

.

Festival e premi letterari? Direi di no. Ai festival letterari che contano invitano e pagano le superstar, gli altri sono fortunati se riescono ad ammortizzare le spese di viaggio. Sono dei poveretti con la speranza della resurrezione nel paradiso dei fessi. Mettere il like a post di pagine propagandistiche in cui si dice che chi non viene invitato critica i festival, e chi non vince premi critica i premi, significa ridicolizzare il diritto di critica, avallare un sistema che tutti sanno essere corrotto, ma in cui tutti sperano di entrare. Chiara Valerio scrive come una bambina dell’asilo, anzi una bambina dell’asilo scrive meglio, e non fa che vincere premi, un esempio fra tante e tanti, la dimostrazione vivente che il paradiso è una truffa, l’editoria una fuffa. E poi ci sono loro, poeti semisconosciuti che hanno vinto il premio della porchetta e del prosciutto di terza serie e si sentono meglio di chi rifiuta di partecipare a ogni premio come la sottoscritta, si sentono realizzati, con la cravattina borghese e perbene della domenica in chiesa, inseguendo un sogno che non c’è, per poi finire con far coccodè sbattendo le alucce senza volo all’ombra di chi conta.

Il problema è che i festival non sono innocui momenti di festa, ma veri dispositivi di concentrazione del capitale simbolico: chiamano sempre gli stessi autori e autrici, consolidando il prestigio di chi già domina la scena e lasciando invisibili le voci marginali. Non è un dettaglio, perché da quegli inviti dipende la carriera: apparire in un grande festival è un lasciapassare che apre porte, garantisce visibilità, accredita agli occhi della critica e dei media. A ciò si aggiunge la dipendenza da sponsor, case editrici e logiche commerciali: la qualità letteraria viene sacrificata sull’altare del pubblico garantito, dei nomi che fanno platea, delle esigenze di marketing. Così gli autori indipendenti o legati a piccole case editrici restano fuori, nonostante magari abbiano opere più innovative o coraggiose, anzi forse proprio per questo. E se tutto ciò non bastasse, i festival alimentano l’illusione di una democrazia culturale: lettori e scrittori a confronto, in teoria; in pratica pochi parlano e molti ascoltano, riproducendo gerarchie anziché smantellarle.

E che dire poi delle logiche di partito? Non parliamo solo di politica in senso stretto, ma di cordate, fazioni, gruppi di influenza che controllano i festival come territori da presidiare. Ogni direttore artistico costruisce il “suo” cartellone in base alle appartenenze, agli amici, agli equilibri editoriali, alle pressioni delle grandi case che impongono i propri autori come moneta di scambio. Lo stesso meccanismo vale per i grandi premi letterari, su tutti il Premio Strega, il premio più salottiero d’Italia: la giuria dei cosiddetti “Amici della domenica” è storicamente divisa in blocchi, coalizioni che si contendono la vittoria a colpi di voti pilotati, campagne interne e strategie di lobby. Non vince necessariamente il libro migliore, ma quello sostenuto dal gruppo più compatto, dalla casa editrice più influente, dalla cordata che riesce a costruire consenso. È un gioco di alleanze e di spartizioni che replica la politica parlamentare, con tanto di voti di scambio, promesse e pressioni. Non è un mistero, ma un segreto di Pulcinella: tutti lo sanno, eppure tutti fingono che lo Strega sia ancora la vetrina del merito.

E non si tratta solo dello Strega. Premi come il Campiello o il Viareggio, che dovrebbero essere alternative nobili, finiscono spesso per funzionare come anticamera o propaggine dello stesso sistema. Sono arene dove si giocano gli stessi equilibri, con le stesse case editrici che piazzano i propri titoli e le stesse logiche di scambio tra giurati e cordate. Se non sei dentro il circuito delle grandi sigle, se non hai appoggi in quelle reti di potere, puoi anche scrivere il capolavoro del secolo: resterai fuori. Il premio minore diventa consolazione, la provincia della gloria letteraria, utile giusto a gonfiare la quarta di copertina, ma senza reale impatto sul mercato e sul riconoscimento critico.

Festival e premi, dunque, non sono vetrine della letteratura, ma dispositivi di conferma: chi è dentro resta dentro, chi è fuori non entra mai. Più che palcoscenici liberi, sembrano parlamentini di carta stampata, con i loro partiti, i loro voti di scambio, le loro cordate. La cultura come campo di battaglia di fazioni: ecco la verità che molti fingono di non vedere e che è molto scomodo pronunciare.

.

DESTRUTTURALISMO Punti salienti

Libri Mary Blindflowers

Thinking Man Editore