Palestina, pseudo-intellettuali, ambiguità

Giuseppe Ioppolo

Palestina: pseudo-intellettuali, ambiguità

Rivendicare oggi il termine sionista senza ulteriori qualificazioni è un gesto che sfiora l’acrobazia semantica. È paradossale per chi si colloca nell’area laica, radicale, libertaria o marxista; è intellettualmente irresponsabile in un tempo in cui il sionismo dominante assume i volti truci di Benjamin Netanyahu, Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich.

Eppure accade. E accade soprattutto sulle sponde italiche, dove qualche intellettuale super coccolato dal mainstream editoriale – Mondadori, Einaudi, Feltrinelli, Giuntina, Dante & Descartes – si scopre improvvisamente “sionista”, e lo sbandiera su tutti i muri mediatici quasi fosse un distintivo di coraggio civile, un atto di resistenza contro un presunto conformismo anti‑israeliano.

Il problema è che questo gesto non è un atto di coraggio: è un atto di cecità politica.
O peggio: di complicità morale.

Perché dichiararsi sionista dopo oltre settantamila trucidati palestinesi dei quali almeno trentamila bambini non può essere considerato un errore semantico specialmente quando non sono chiare le distanze e i confini con chi egemonizza l’attuale sionismo politico e religioso.

La Corte Internazionale dell’Aia ha formalizzato nei confronti di Benjamin Netanyahu e Yoav- Gallant l’accusa di Crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Si riportano, di seguito e per correttezza, i capi d’accusa per i crimini di guerra:

  • Uso della fame come metodo di guerra.
  • Attacchi intenzionali contro i civili.

Altrettanto si fa con i crimini contro l’umanità;

  • Persecuzione del popolo palestinese con chiara e grave volontà discriminatoria.
  • Negazione sistematica di beni essenziali (acqua, presidi medici e farmacologici)
  • Restrizione discriminatorie delle libertà di movimento.
  • Violenza o intimidazione mirata contro un gruppo politico, nazionale o religioso.

Si potrebbe obiettare che il sionismo esuli dai comportamenti concreti di Benjamin Netanyahu e del suo cerchio magico, poiché – secondo la definizione più accreditata – esso è un progetto politico‑teologico volto a costruire lo Stato ebraico come parte di un disegno divino. A una prima occhiata potremmo dunque considerare il sionismo politico qualcosa di profondamente diverso dal sionismo religioso e, soprattutto, dai fondamentalismi integralisti. Ma basta scalfire la superficie per accorgerci che la sostanza – un crogiuolo ben compenetrato di pensiero politico-religioso e azioni concertate – risulta sorprendentemente analoga ai tanto biasimati, dagli intellettuali occidentali cosiddetti laici e democratici, fondamentalismi religiosi.

Cosa intendiamo per Progetto politico-teologico? (Continua su Destrutturalismo n. 13).

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