
Mary Blindflowers
Mislaid di Nell Zink
Mislaid di Nell Zink, prima edizione 2015, pubblicato negli USA da Ecco Press, non è un capolavoro. Lo stile è lineare, semplice, quasi piatto. Non ci sono tracce di sperimentalismo letterario, la trama è banale: una storia quasi melodrammatica di una studentessa sedotta da un professore carismatico, che rimane incinta, lo sposa, vive un matrimonio infelice e infine fugge. Tuttavia il libro ha delle qualità. L’autrice non punta sull’intreccio, ma sulla capacità di usare situazioni apparentemente semplici per mettere in scena una critica feroce della società americana del Sud negli anni Sessanta e Settanta. Il romanzo evidenzia alcuni elementi chiave che aiutano il lettore a riflettere su una realtà in parte, purtroppo, ancora attuale: il razzismo, la misoginia, l’ipocrisia della società “bene” americana e una morale che cambia a seconda dell’appartenenza sociale delle persone.
Stillwater College, il campus dove si svolge la prima parte del romanzo, non è soltanto un’ambientazione universitaria. È un microcosmo del Sud, un luogo che si considera raffinato, colto e progressista, ma che continua a basarsi su gerarchie sociali molto rigide. Il lago immobile, le case isolate, i sentieri nascosti e le famiglie che dominano la contea suggeriscono fin dall’inizio un mondo chiuso su sé stesso, quasi feudale. In questo ambiente il privilegio non dipende soltanto dal denaro, ma soprattutto dal cognome, dalla terra e dalla rete di relazioni familiari.
Il personaggio di Lee Fleming incarna perfettamente questo modo di pensare. Lee è insieme insegnante, poeta, seduttore e aristocratico decadente. È omosessuale, promiscuo e scandaloso, ma rimane quasi intoccabile perché appartiene alla famiglia giusta, una famiglia ricca. Al Sud chi possiede potere economico può permettersi trasgressioni che distruggerebbero immediatamente la vita di persone meno abbienti. Lee può avere relazioni con studenti, ospitare poeti eccentrici e vivere apertamente fuori dalle convenzioni perché il suo cognome protegge ogni suo comportamento.
La critica sociale del romanzo si estende anche al mondo artistico e intellettuale. Una delle idee centrali dell’opera è che “l’arte per l’arte” sia un’estetica dell’alta borghesia. Lee e i suoi amici poeti parlano continuamente di libertà, sperimentazione e avanguardia, un po’ come fanno oggi i radical chic, ma la loro libertà esiste soltanto perché hanno tempo, denaro e reti sociali che li proteggono dalle conseguenze materiali della vita e assicurano loro il titolo di poeti e scrittori. Peggy comprende progressivamente che la bohème letteraria americana non è davvero rivoluzionaria: è spesso soltanto una forma sofisticata di privilegio.
Peggy Vaillaincourt è il personaggio principale. All’inizio Peggy pensa di essere “destinata a essere un uomo”, associando il proprio desiderio lesbico a un’identità maschile. Successivamente, si allinea alla morale corrente e diventa moglie, madre e casalinga. Si rende conto di essere diventata la domestica del marito, di non contare nulla perché è una donna. Diventa dunque invisibile. Il romanzo descrive con particolare efficacia la differenza tra il prestigio culturale maschile e il lavoro femminile non riconosciuto. Peggy non viene più percepita come soggetto desiderante o intellettuale, ma soltanto come “Mrs. Fleming”. La gente la rispetta soltanto perché è la moglie di un uomo proveniente da una famiglia prestigiosa.
Anche il razzismo nel romanzo non viene mostrato principalmente attraverso esplosioni di odio, ma come struttura quotidiana. Le persone nere servono, puliscono, restano sullo sfondo. La scena della donna nera che distribuisce biscotti durante una visita guidata è emblematica:
“The tour concluded with a visit to the kitchen, where the white tour guide took a plate of gingersnaps from a silent black woman who never raised her head. The tour guide passed them out, giving Byrdie four cookies while everyone else got one.
When the plate was empty, the black woman, whose nappy hair was greased back awkwardly and who seemed somehow a cripple or a hunchback, although she was neither and had a pretty, tender face, rose again from her stool in the corner and carried the empty plate into another room.
Byrdie stared. He had never seen anyone like her. She was not an adult. Or was she? She wore a uniform or costume: a calico dress.
‘Is the colored lady a slave?’ he asked Lee.
Everybody turned to laugh at Byrdie. The memory branded itself on his brain: the gales of laughter, everyone offering him their cookies, the slave woman with her eyes on the floor.”
Il tour si concluse con una visita alla cucina, dove la guida bianca prese un piatto di biscotti allo zenzero da una donna nera silenziosa che non alzava mai lo sguardo. La guida li distribuì, dandone quattro a Byrdie mentre tutti gli altri ne ricevettero uno solo.
Quando il piatto fu vuoto, la donna nera — con i capelli crespi impiastricciati all’indietro in modo goffo e che sembrava in qualche modo storpia o gobba, pur non essendo né l’una né l’altra, e con un volto bello e delicato — si rialzò dal suo sgabello nell’angolo e portò il piatto vuoto in un’altra stanza.
Byrdie la fissò. Non aveva mai visto nessuno come lei. Non sembrava un’adulta. O forse sì? Indossava una specie di uniforme o costume: un vestito di cotonina stampata.
«La signora di colore è una schiava?» chiese a Lee.
Tutti si voltarono a ridere di Byrdie. Quel ricordo gli si marchiò nel cervello: le risate fragorose, tutti che gli offrivano i loro biscotti, la donna-schiava con gli occhi fissi a terra.
Mislaid non è necessariamente un grande romanzo nel senso classico del termine; è, tuttavia, un libro interessante.
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