Editori. Scrivere è un lavoro?

Editori. Scrivere è un lavoro?

Giochi di luce, credit Mary Blindflowers©

 

Mary Blindflowers©

Editori. Scrivere è un lavoro?

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Gli editori italiani non pagano i diritti d’autore agli autori, ormai è una cosa ufficiale, lo sanno praticamente tutti e anche il mainstream lo ammette, ma soltanto perché da pochi annetti, qualche autore straniero ha avuto il coraggio di dirlo nei social e di scoperchiare un marcio vaso di Pandora di cui tutti ma proprio tutti sapevano, ma di cui nessuno parlava.
Scrivere è dunque un lavoro che non viene pagato, se si escludono quelle mosche bianche che campeggiano in tv e fanno di tutto tranne che scrivere, perché scutrettolare nel piccolo schermo rende molto di più che stare seduti ore a sporcare pagine bianche, è un fatto incontrovertibile. Inoltre a quei pigolanti privilegiati figli imbrattacarte delle muse giuste, vengono elargiti perfino anticipi sostanziosi che fanno rodere i fegati contratti dei piccoli semisconosciuti scriventi.
Ogni lavoratore ha diritto di essere pagato, tranne gli scrittori, ovviamente, quelli non sembrano avere diritti, tranne quello di azzuffarsi, uno contro l’altro, per questioni personali spesso puramente oziose e tirarsi gli occhiali e i libri in faccia per vedere chi è più bravo a fare il cerchio perfetto nel nulla, sgomitando per ottenere un contratto spesso ridicolo e da cui non ricaveranno perlopiù un soldo.
Gli editori, ce ne sono una marea mareggiante e smareggiata nello stivale in cui non si legge nulla, stilano fogli con sopra parole scritte pomposamente, promettendo che rendiconteranno vendite che non verranno mai rendicontate e che pagheranno royaltes che non arriveranno mai se non nel mondo della fantasia.
I suindicati stampatori domenicali contano sul fatto che impegnarsi in cause lunghe e costose, sarebbe una rogna per un autore, e che spesso la cera della candela ricavata, sarebbe troppo poca anche per illuminare uno sgabuzzino tarlato, quindi gli autori cambiano editore, sperando che il prossimo sia quello buono, ma quello buono non esiste.
Troppi editori, pochi lettori, molta disonestà, poca solidarietà tra autori che, anziché denunciare questa situazione deprimente e dar fiato alle trombe di una giusta protesta, tacciono, un po’ per vergogna, un po’ per orgoglio, un po’ perché non vogliono farsi la cattiva fama di rompiscatole presso altri potenziali editori che tanto poi non li pagherebbero lo stesso, ma fa’ niente, tanto vivono d’altro. Una risposta consolatoria e stupida. Il fatto di vivere d’altro non toglie che qualcosa sia stato preso, che ci sia stato un furto, che il lavoro non sia stato riconosciuto né tantomeno pagato. Oltretutto l’autore vive nell’ignoranza di non sapere quante copie ha venduto, ossia viene trattato come un perfetto deficiente integrale e subisce anche l’umiliazione di mancate risposte quando deve essere pagato. L’editore infatti nicchia o si dilegua.
La scrittura diventa così un’attività puramente dilettantistica, propria di chi accetta quel sorriso ironico un po’ velato, un po’ irriverente, che si forma sulla bocca della gente, quando un autore dice, io scrivo. Cosa fai? Scrivo libri. E la gente ride come se fosse una barzelletta, tanto che la maggior parte degli scrittori dice di fare qualcos’altro.
E invece cosa fai? Il giornalista. Ecco che la gente non ride, anzi, talvolta si imbarazza, si sente in soggezione, sì perché nell’immaginario collettivo, la scrittura di libri è un ozio per bizzarri un poco annoiati dalla vita e che non sanno cosa fare, derelitti un po’ senz’arte né parte, poveretti, mentre il giornalismo, caspita, quello sì che è una cosa seria, un’attività per la quale si viene pure pagati! Non c’è dunque confronto. Il giornalista è un lavoratore, lo scrittore un buffone che per evitare di sembrare del tutto un clown tace sul fatto che non viene neppure pagato o che, nel peggiore dei casi, paga addirittura per pubblicare. Quindi fa la tossetta, si dà un tono da intellettuale ferito e corre nei social a dire a tutti i suoi amici che ha pubblicato un nuovo libro, sperando in cuor suo che qualcuno di loro, magari più disperato di lui, si compri quelle quattro pagine per cui ha sborsato pure quattrini e spiegando diffusamente per quale motivo tutti dovrebbero comprarle.
Mai ho visto gente più ridicola degli scrittori o aspiranti tali, mai ho visto gente più falsa che si accapiglia per una critica, una parola sincera, un’avversativa, per poi sgambettare e scosciarsi correndo a pubblicare con editori che non stampano nulla e a cui lisciano costantemente le penne da fagiano.
Si assiste sempre più spesso allo spettacolo di poeti e poetucoli che strombazzano stupide teorie post-romantiche sulla sacralità della poesia, sul ruolo del poeta che salverà il mondo, dell’arte gloriosa della parola rivelatrice, quando gl’infelici non riescono neppure a farsi pagare i diritti d’autore nella vita reale e non sono capaci nemmeno di una piuma di solidarietà tra loro, buoni soltanto a dichiararsi guerra e a mordere il primo che osa dire ma contro gli editori e i loro speteggianti ornamenti di facciata.
Se la scrittura non è considerata un lavoro forse è anche colpa degli scrittori, dei loro colpevoli omertosi silenzi, delle loro guerre da gossip e dei loro fuochi fatui, pronti a spegnersi al primo soffio di vento alimentato dai peti del primo editor che capita.

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