
Lupin e il puzzle
Fluò
Las aventuras del joven Lupin, Marta Palazzesi, tradotto pure in spagnolo da Helena Aguilà Ruzola per i tipi di B DE BLOK, pubblicato in Italia per Salani nel 2019, è uno di quei libri su cui, dopo aver letto, puoi esclamare: mah! L’autrice sfrutta il personaggio creato dalla penna di Maurice Leblanc aggiungendovi elementi propri del romanzo picaresco e creando ad hoc una specie di puzzle. Ci troviamo alle prese con Lupin ancora bambino, povero, affamato, ospite di un orfanotrofio, alle prese con le prime avventure criminali: apparentemente, un nuovo capitolo della sua storia che la narrativa precedente non aveva raccontato.
A uno sguardo più attento, tuttavia, l’operazione appare più ricompositiva che inventiva. Palazzesi sembra infatti costruire il proprio romanzo attraverso la sovrapposizione di materiali letterari senza dubbio già esistenti: da una parte il Lupin di Leblanc, dall’altra, come si è detto, il repertorio del romanzo picaresco, cui si aggiungono le convenzioni della narrativa d’avventura per ragazzi. Il risultato è un personaggio nuovo soltanto nella disposizione degli elementi che lo compongono, in pratica, un noioso miscuglio in cui Lupin non è più un ladro elegante e mondano. Già Leblanc aveva fornito al lettore una biografia piuttosto complessa del personaggio in cui vengono specificate l’origine familiare, la morte della madre, le difficoltà economiche, la sua intelligenza e la straordinaria inclinazione all’astuzia e al furto.
La biografia di Lupin, inoltre, non viene raccontata da Leblanc in modo completamente lineare. È disseminata nelle diverse opere, attraverso episodi retrospettivi e informazioni che permettono progressivamente di ricostruire il passato del personaggio. Anche l’idea di un Lupin precocemente coinvolto nel furto non è dunque una scoperta di Palazzesi.
Questo è importante perché ridimensiona l’apparente originalità dell’operazione. Palazzesi non deve inventare da dove provenga l’abilità criminale di Lupin: la trova già nel personaggio. Non deve creare ex novo la sua precocità. Non deve neppure costruire dal nulla una biografia segnata dalla perdita e dalla difficoltà: una parte di quel materiale è già presente in Leblanc.
La vera libertà dell’autrice consiste allora nel prendere ciò che Leblanc aveva lasciato frammentario e trasformarlo in una storia continua. L’orfanotrofio che sembrerebbe elemento originale, in realtà è mutuato dai romanzi picareschi in cui il protagonista è frequentemente un individuo collocato ai margini della società, privo di protezioni, costretto dalla necessità a sviluppare astuzia e capacità di adattamento. La fame, la povertà, l’inganno e la sopravvivenza costituiscono spesso il motore dell’azione.
Il Lupin di Palazzesi viene precisamente collocato in questa posizione.
Il Lupin elegante diventa così, temporaneamente, un picaro.
Il problema reale però è che questo procedimento non produce necessariamente un’idea nuova. L’orfano povero, affamato e costretto a vivere di espedienti è uno dei personaggi più antichi e riconoscibili della narrativa europea, quindi in cosa consiste la novità che è approdata pure su Netflix?
Palazzesi non inventa nulla, semplicemente combina elementi già esistenti, fa, in poche parole, un’operazione di montaggio. C’è un’enorme differenza tra combinazione e invenzione, la stessa che corre tra reimpasto e letteratura.
Ed è questo il punto critico che emerge nel caso di Las aventuras del joven Lupin.
In un puzzle i singoli pezzi esistono già. Il lavoro consiste nel riconoscerli, collocarli e farli combaciare. Alla fine compare un’immagine che prima non vedevamo, ma nessuno dei singoli elementi è stato realmente creato da chi ha composto il puzzle.
È naturalmente possibile sostenere che anche la composizione richieda una certa abilità. Non tutti i puzzle vengono ricomposti con la stessa efficacia, e non tutte le combinazioni producono lo stesso risultato estetico. Ma questo non elimina la distinzione fondamentale: la capacità di ricomporre materiali preesistenti non coincide con la capacità di inventare nuovi materiali narrativi, oltretutto la storia si trascina in modo molto prevedibile.
Nel caso di Palazzesi, la domanda critica diventa quindi inevitabile: che cosa rimane propriamente dell’autrice una volta riconosciuti i materiali che compongono il romanzo?
Reinventare Lupin avrebbe significato sottoporre il personaggio a una trasformazione capace di modificare radicalmente il suo significato, la sua psicologia o la sua funzione narrativa, producendo qualcosa che non fosse immediatamente riconducibile ai suoi modelli, ma questo avrebbe richiesto uno sforzo in più.
Quanto resta dell’autore?
Secondo me nulla.
Deludente.