
Mary Blindflowers
Cultura, slogan e impoverimento digitale
La discussione culturale negli ambienti digitali subisce, di giorno in giorno, un importante impoverimento che va a detrimento della qualità dell’informazione e della struttura stessa della comunicazione. Ogni singolo argomento viene sintetizzato in uno slogan pronto all’uso. La cultura diventa una pillola da ingerire seduta stante e senza discussioni complesse o critiche. La dinamica del confronto argomentativo viene totalmente distrutta da divismo, schieramento senza ragionamento e ripetizione di schemi mentali imposti dall’alto, specie se l’argomento verte su scrittori già noti. Ultimamente ho notato la tendenza delle testate a distrarre il popolo digitale con comunicazioni ripetitive e false, applicabili non solo, ovviamente, alla cronaca nera, ma anche al discorso culturale sul solito noto che viene spacciato per autore dimenticato. Più articoli digitali ripetono, per esempio, il mantra di una Grazia Deledda dimenticata, anche se questa scrittrice è di fatto conosciutissima. Dimenticato vuol dire sepolto nell’oblio. La Deledda viene continuamente citata, un po’ ovunque e non solo in Sardegna: i suoi libri sono disponibili e ristampati di continuo. Quindi, in cosa consisterebbe questa dimenticanza? Gli articoli giocano sul noto, fingendo che non sia tale per attirare consensi, commenti e litigi. Basta un niente e si accende una miccia.
Sotto un post online del Corriere della Sera ho scritto che Canne al vento è un capolavoro, ma… è un’opera così rappresentativa che basta leggerla per aver letto tutta la Deledda. Ci sono nella sua produzione, infatti, temi ricorrenti: l’onore, la vendetta, la morte, l’amore, ecc., che ritroviamo in tutti i romanzi, immersi in un paesaggio animistico e tipico. «Letto questo, hai letto tutto». L’enunciato, preso alla lettera, è volutamente iperbolico. Il suo scopo reale non consiste affatto nella pretesa di stabilire un’identità assoluta fra tutti i romanzi dell’autrice, bensì nello scatenare un ragionamento: quanti e quali sono i motivi ricorrenti nell’opera deleddiana?
Una risposta intelligente e dinamica dovrebbe confrontarsi con questa domanda. Potrebbe, per esempio, individuare in alcuni romanzi elementi che rendono insufficiente l’affermazione provocatoria di base. Potrebbe distinguere tra continuità di temi inconscia o reiterazione cercata. Potrebbe sostenere che la ricorrenza di alcuni motivi non impedisce una significativa evoluzione dello stato d’animo dei personaggi o delle strutture narrative. E invece cosa succede?
La risposta nei social è irragionevole e piccata, consiste nel mettere in dubbio la capacità dell’interlocutore di leggere: «Dubito che tu sappia leggere». Non c’è stata alcuna confutazione, ma una valutazione emotiva della persona che l’ha pronunciata. Questo è proprio un classico della realtà digitale. Quindi il soggetto che si discosta dallo slogan diventa oggetto di bersaglio, per il semplice fatto di non aderire alla mentalità comune e alla visione idilliaca che proviene dal post, per il fatto di non credere a ciò che dice in senso assoluto.
La delegittimazione dell’interlocutore ha dei vantaggi immediati presso gente che ragiona poco: si capisce subito, è aggregante, non richiede competenze specifiche, quindi qualunque asino del villaggio globale può schierarsi. È sufficiente decidere da quale parte stare, non occorre aver letto nulla.
Una confutazione articolata richiede tempo, conoscenza e attenzione. Una frase che mette in dubbio le capacità dell’interlocutore è già uno slogan. La discussione si trasforma così in un pigolio da pollaio. Il like non misura la verità di un’affermazione, ma la capacità di aderire a uno slogan che ti fa schierare e mitizzare l’eroe del momento.
L’accumulo di like non costituisce una prova epistemica, ma segnala, spesso, purtroppo, una sorta di demenza collettiva propria di chi ha pochi strumenti culturali per la confutazione. Dopo averti dato della deficiente, l’eroe del like, infatti, di fronte a ragionamenti più stringenti, scappa, oppure getta frasi ad effetto vuote come un guscio bianco di riccio eroso dal mare, continuando a insultare l’interlocutore senza mai rispondere in merito a ciò che dice. La separazione tra sostegno sociale e validità degli argomenti segna già un particolare tipo di propaganda, quella che non ha bisogno di convincerti ragionando, ma costruisce categorie preimpostate che siano facilmente identificabili dalla massa irragionevole e sciocca: competente/incompetente, colto/ignorante, buono/cattivo, dentro/fuori. Una discussione complessa viene quindi compressa in un conflitto tra due persone, eliminando ogni perturbazione rispetto allo slogan iniziale.
Il discorso si impoverisce, diventa non cultura, in semplici parole, spazzatura. La provocazione testa soltanto la qualità del dialogo, che nel 90 per cento dei casi latita totalmente; infatti, la non-risposta, che non affronta la domanda ma insulta gratis, può risultare più popolare della risposta che la affronta, della confutazione e della profondità culturale. Si può costruire consenso senza confutazione. In questo modo qualunque bugia diventa subito verità assoluta e chiunque contesti viene immediatamente isolato, spacciato per un tipo sospetto, uno che rompe le uova nel culo dei depensanti. Poi ci meravigliamo se gli slogan di Vannacci hanno tanta presa? Il mondo è pieno di idioti e i social ne sono solo la conferma.