
Nois non cherimus gherras (immagine fornita da Luciano Piras)
Mary Blindflowers©
Nois non cherimus gherras
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La guerra, diceva Orwell nel suo distopico 1984, per il quale non ipotizzò grandi vendite, è una vera pagliacciata… Alcuni si preoccupano semplicemente di pianificare la logistica delle guerre future; altri mettono a punto bombe razzo sempre più grandi, esplosivi sempre più potenti e baluardi sempre più impenetrabili; altri cercano gas più mortali o veleni solubili che si possano produrre in quantità tali da distruggere la vegetazione di interi continenti, o ceppi di malattie che resistano a qualunque anticorpo; altri si impegnano a costruire un veicolo che percorra le viscere della Terra con la facilità con cui un sottomarino si sposta sott’acqua, o un aeroplano che non debba rispondere ad alcuna base, come una barca a vela; altri, perseguendo obiettivi ancora più arditi, vogliono concentrare i raggi solari per mezzo di lenti sospese a migliaia di kilometri dalla Terra, o produrre terremoti e maree sfruttando il calore del nucleo terrestre…
Jebeleanu scriveva nel Sorriso di Hiroshima edito per l’Italia da Guanda:
Chi ha visto un uomo,
…che potrebbe ancora camminare
senza crollare come un albero fulminato
sapendo che la polvere
che ricopre i suoi stivali, non è polvere,
ma le ceneri dei bambini uccisi?
Chi ha incontrato un uomo che ha ucciso
e che poi fa
la statistica del proprio delitto,
chiamando le vittime
alle radioscopie
per vederne le palme distrutte delle ossa
e poi, con un gesto indicare la strada:
– Partite, siete morti…
La guerra, purtroppo, è un argomento attuale, oltre che un grande affare per molti. La corsa agli armamenti continua. Gli intellettuali interventisti, proni al regime, alzano i pugni per alimentare il fuoco con la benzina. Il dissenso non è concesso.
Focolai di guerre note e dimenticate sono accesi e vivi in tutto il mondo.
Nois non cherimus gherras, Noi non vogliamo guerre, l’iniziativa lanciata da Luciano Piras, giornalista della Nuova Sardegna, nel suo blog @ddurudduru, non è rivolta soltanto a raccogliere voci poetiche contro la guerra in Ucraina, ma contro tutte le guerre, perché non esistono guerre giuste. L’uso delle armi è sempre sbagliato sia che muoia un ucraino sia che muoia un bambino yemenita.
Si invitano dunque i poeti a comporre rime contro le guerre. Gherras in sardo è il plurale di guerra.
Ha senso questo invito?
Secondo me sì, perché al di là dei risultati estetico-espressivi relativi ai componimenti dei partecipanti, al di là del fatto che si potrebbe assistere ad una carrellata di stereotipi sulla sola guerra ucraina e di poesia inautentica, che parla di ciò che non conosce, una sorta di verseggiar per interposta persona, del resto è inevitabile quando si invitano tutti alla partecipazione, ritengo l’esperimento interessante, più che altro per capire in quanti riescono a comporre versi che vadano al di là del senso contingente della parola scritta per dire qualcosa in più.
Nell’ovvietà del disgusto per ogni guerra, nel marasma delle frasi scontate, dei pensierini di pace, dei cip e ciop contro l’orrore, cogliere anche poche voci originali che sappiano dare una visione critica di quanto sta accadendo nel mondo, sarà stato già un successo perché la poesia è per tutti, una comunicazione universale, ma non tutti sono ovviamente poeti, anche se in molti pensano di esserlo.
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DESTRUTTURALISMO Punti salienti