Letteratura, politica, partito, critica

Letteratura, politica, partito, critica

Letteratura, politica, partito, critica

Letteratura, politica, partito, critica

Pandora’s box, the replicants, mixed media on canvas by Mary Blindflowers©

 

Mary Blindflowers©

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Letteratura, politica, partito, critica

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Scrive Sclavi in Arte di ascoltare e mondi possibili:

gli Indiani Hopi dell’America settentrionale possiedono solo due parole per indicare tutte le cose che volano, una si riferisce agli uccelli e l’altra a tutto il resto. Per cui per indicare un calabrone, un aereo o un aviatore, usano una stessa parola. Noi ci chiediamo: ma come fanno a capirsi? Potremmo pensare: “Ma sono davvero primitivi!” Se solo prendessimo il tempo di osservare come nelle situazioni contingenti e concrete gli Hopi si esprimono, ci renderemmo conto che spesso sono in grado di specificare benissimo, in certi casi anche meglio di noi, le differenze che ci interessano. Certamente quella fra un calabrone, un aereo o un aviatore… possiamo immaginare le riflessioni di un eschimese sulla lingua italiana. Loro hanno una quindicina di parole distinte per indicare la neve a seconda se sia a fiocchi larghi e attecchisca o a fiocchi larghi e melmosa, o nevischio, o la neve ghiacciata sul terreno e così via. “Come fanno gli italiani a capirsi?” può pensare l’eschimese. “Sono davvero primitivi!” (pp. 39, 40).

Il giudizio su un’altra cultura, un altro modo di concepire il mondo o di vedere le cose, la tensione sul punto di vista, non può mai partire senza conoscenza, altrimenti si rischiano errori grossolani, valutazioni molto superficiali e ci si posiziona su un piedistallo supponente che non fa nessuno sforzo per capire una mentalità differente.
Ebbene la posizione degli pseudo-intellettuali oggi è simile a colui che, senza punto leggere, dà giudizi di valore senza basi concrete e giudica primitivi e privi di senso quegli interventi destrutturanti della comune ragione e del buon senso fittizio abbarbicati ai miti del nome, all’autorevolezza del giudizio critico e alla completa superficialità delle analisi sul testo. Così una poesia che porta una firma celebre non viene nemmeno più letta coi propri occhi ma con gli occhi della critica autorevole e accademica. L’autorevolezza di una critica viene giudicata ancora una volta, non dal suo contenuto, bensì dal nome del critico che spesso ha motivi non sempre edificanti per portare in cielo un autore. Inoltre la cosiddetta critica autorevole ha spesso manipolato autori del passato per giustificare un’ideologia. Basti pensare alle tante sciocchezze dette da Russo e Branca, peraltro autorevolissimi accademicamente parlando, su Boccaccio. Branca riduce il Decameron a “epopea di mercatanti”, Russo rifiuta la palese natura irreligiosa e anticlericale delle novelle, salvo poi parlare di “laicizzazione dell’aldilà”, addirittura di “ateismo” che non intaccherebbe la religione (G. Boccaccio, Il Decameron a cura di Luigi Russo, Sansoni, Firenze, 1944). Passiamo ora a Mengaldo che critica la poesia di Fortini Agli dei della mattinata, giudicandolo “un capolavoro” all’interno di Questo muro,  dove a suo parere:

è evidente l’allegorizzazione della storia di pensatori contemporanei sospesi tra marxismo e teologia, come Benjamin. E dal punto di vista formale proprio l’allegoria garantisce quella tensione… fra segno e senso cui Fortini con Brecht tiene tanto…

 

Dopo essersi profuso nell’esame della metrica, citando pure Raboni, (altro pezzo da novanta che ha reso celebri i titillamenti in versi della sua amante), Mengaldo attacca un polpettone pseudo-dotto sul valore dell’idillio:

Fondamentale nella raccolta, e specie nella parte finale, è l’ampia presenza di ciò che l’autore stesso chiama “idillio”, pregando gli “dei inesistenti di proteggerlo (Agli dei della mattinata)… L’idillio apparirà ancor più centrale nei due libri successivi, quando Fortini si sentirà non tanto fuori, quanto espulso dalla storia…

La critica insiste poi a più riprese più sul valore storico-politico del ruolo di Fortini che sul testo in se stesso, rimpolpato ad hoc di significati che non possiede.

Luciano Aguzzi crede in questo tipo di critica, scrive infatti:

L’importanza di un autore, al di là di una sua singola poesia, sta nel ruolo storico complessivo che ha svolto. Fortini è una presenza forte nel panorama letterario italiano della seconda metà del Novecento e la sua collocazione di rilievo se l’è guadagnata con il percorso dell’intera vita, dalla lotta partigiana (in Val d’Ossola, lui, di famiglia ebraica e costretto a rifugiarsi in Svizzera), all’intensa attività di saggista e traduttore presente, in modo autorevole, nel dibattito culturale. E poeta che esprime in testi mai banali la parte più intima, anche problematica e contraddittoria, della sua esperienza; poeta che cerca anche strade innovative nella costruzione metrica e nell’elaborazione della forma in cui si esprime. Quindi, al di là della condivisione o meno della sua opera, è un autore che merita rispetto e critiche, quando è il caso, meditate e articolate, non semplicistiche e liquidatorie sulla base di assunti banali quali il presunto successo perché “raccomandato”… Diversità di autori e di giudizi che testimoniano che Fortini si deposita nella storia della cultura, della letteratura, della poesia. Da qui si può partire per darne giudizi diversi, anche critici, anche molto critici se si vuole, ma è da qui che bisogna partire, da questa storia, da questa sua storia.

Si deve partire dalla storia, ignorando il testo. Di fatto Aguzzi non ha detto nemmeno una parola sua in merito all’analisi del testo. Siccome Fortini era partigiano e saggista, deve essere per forza anche poeta: “L’importanza di un autore, al di là di una sua singola poesia, sta nel ruolo storico complessivo che ha svolto, dalla lotta partigiana all’intera attività di saggista…“. In pratica Aguzzi ci sta dicendo, esattamente come Mengaldo, che una poesia andrebbe sempre legata al ruolo politico che un nome ha svolto nella storia, abolendo un giudizio obiettivo sul contenuto in sé ed optando per un giudizio falsato dalle logiche di partito. Ciò significa che se la stessa poesia l’avesse scritta un qualsiasi poeta slegato dalla politica, il giudizio non sarebbe stato lo stesso.
La critica infatti più che sul testo si sofferma sul ruolo politico e storico di Fortini. Scrive Gaetanina Sicari Ruffo:

“Fortini… Tra i maggiori poeti e saggisti europei del secondo dopoguerra […]. Il suo classicismo inquieto e manieristico, la sua capacità di connettere letteratura e storia, la sua tensione etico-politica di matrice marxiana, ne fanno un intellettuale sui generis tra i letterati italiani”.

A questo punto ci si interroga sul ruolo della critica letteraria.
Una poesia è un’operazione politica, oppure un’espressione letteraria? E fino a che punto la letteratura si giudica col metro della politica? È giusto non valutare il testo in sé ma leggerlo coi vetri appannati del ruolo storico del suo autore e sulla base di questo giustificare tutto, anche produzioni letterarie non esaltanti, giudicandole capolavori assoluti?
Gli dei della mattinata è una poesia classicheggiante in cui si abolisce il confine tra prosa e poesia, segnando un definitivo messaggio: che scriviate prosa che va a capo o poesia, fa lo stesso, purché abbiate un nome e un passato storico-politico, siete comunque poeti inappellabili.
La confusione tra lettere e politica è una delle principali cause del decadimento della letteratura oggi.
Se crollasse il mondo e qualcuno trovasse la poesia di Fortini dentro una bottiglia e la leggesse, cosa penserebbe senza conoscere l’autore e i suoi autorevoli critici? Che sia un capolavoro assoluto e indiscutibile della letteratura del Novecento?

 

Il vento scuote allori e pini. Ai vetri giù acqua
Tra fumi e luci la costa la vedi a tratti, poi nulla.
Un filo di musica rock, le matite, le carte.
Sono felice della pioggia. O dei inesistenti,
proteggete l’idillio, vi prego. E che altro potete
o dei dell’autunno indulgenti dormenti,
meste di frasche le tempie? Come maestosi quei vostri
luminosi cumuli! Quante ansiose formiche nell’ombra!

(Fortini)

E voi lettori che vi trovate a passare di qua, cosa pensate? Vedete profondità abissali in questo vento che scuote pini, nelle formiche nell’ombra, metafora abusata dell’umana condizione, nell’idillio di dei inesistenti? Vi vedete Brecht, Benjamin e Marx? Vi vedete la politica del traduttore e dell’uomo impegnato di sinistra, del partigiano antifascista? Vi vedete il partito, l’ideologia?
Io vedo solo una gran pioggia classica di immagini già viste perché a me piace la poesia ma poco la politica. Il citazionismo compulsivo e completamente acritico di critici autorevoli non si giustifica in alcun modo senza la lettura personale del testo in sé, perché si può dire tutto e il suo esatto contrario, specie quando si è investiti di autorevolezza accademica, la stessa che da secoli monopolizza menti e giudizi, la stessa che farebbe dire ad un italiano che la lingua degli Inuit che (la Sclavi farebbe meglio a chiamare con loro nome originario, Inuit, e non Eschimesi), è primitiva.

Troppa politica non fa bene alla letteratura, poi non domandatevi come mai le librerie chiudono.

 

 

https://antichecuriosita.co.uk/il-destrutturalismo-punti-salienti/

http://www.poliscritture.it/2020/01/17/fortini-pasolini-e-il-realismo-piu-reale-del-re-quello-dei-dominatori/#more-9710

 


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