Nancy Drew: mito vuoto

Nancy Drew: mito vuoto

Mary Blindflowers

Nancy Drew e il mistero dell’orologio, Nancy Drew and the Secret of the Old Clock, pubblicato in Italia da DEA, traduzione di Manuela Piemonte. Uno dei libri peggiori che abbia mai letto, con una trama del tutto inconsistente e priva di spessore, a tratti parecchio inverosimile. Un libro scritto coi piedi da Carolyn Keene, che non è altro che uno pseudonimo dietro cui si celano più scrittori, tesi ad alimentare romanzetti seriali di quarta categoria ispirati al personaggio di Nancy Drew, simbolo dell’upper class bianca, figlia di un famoso avvocato di River Heights, con “eccezionali doti di detective”.

Insomma, una biondina con gli occhi azzurri che gira con una decappottabile blu scuro, regalo di compleanno del papino, e che ama fare shopping:


“Quali sono i tuoi piani per stamattina?” chiese il signor Drew a Nancy durante la colazione.
“Pensavo di andare a fare spese”, rispose lei. I suoi occhi scintillarono. “Presto ci sarà un ballo al country club e vorrei comprare un vestito nuovo”.

Il libro propone un’immagine stereotipata e vincente di americana bianca e ricca. Dovrebbe essere rivolto a un pubblico giovane per creare una sorta di indottrinamento a disvalori edonisti e patinati, in un mondo in cui gli avvocati pieni di soldi e rigorosamente bianchi sono buoni e le loro figlie bionde lo sono ancora di più.

La struttura narrativa rivela tutti i difetti di una mediocre scrittura seriale, con morale paternalista, narrativa schematica e coincidenze improbabili: i problemi sociali non vengono risolti attraverso un cambiamento oggettivo del sistema, ma grazie alla benevolenza individuale della protagonista, incarnando il mito del “buon bianco generoso”.

In quarta di copertina è scritto: “Nancy Drew ne sa una più del diavolo. Anche quando sembra impossibile, alla fine riesce sempre a risolvere il mistero” (The New York Times).
E ancora, sempre in quarta di copertina: “Ogni detective dovrebbe leggere questa serie e imparare da Nancy Drew: lei sì che sa come incastrare i colpevoli!”.

Dopo aver letto queste strombazzate, apro il libro. Leggo l’incipit e qualche pagina e già mi viene da ridere. Mentre Nancy si trova a bordo della sua macchina, vede una bambina di cinque anni precipitare in mezzo alla strada proprio mentre passa un furgone; la bimba riesce a salvarsi, ma cade da un muretto. La prode figlia dell’avvocato scende dall’auto e soccorre la bambina. Dopo aver pensato che potesse aver battuto la testa, che fa? Invece di chiamare i soccorsi, la prende in braccio e la porta a casa sua, dove due anziane signore, Edna e Mary Turner, zie della bambina, le raccontano tutte le loro disgrazie.

In Italia, come in molti altri paesi, opere letterarie storicamente significative spesso rimangono nell’ombra, mentre testi di narrativa popolare continuano a essere ripubblicati con serena costanza.

La trama stessa è artificiosa. Le sequenze narrative sono veloci e incoerenti. La bambina salvata diventa immediatamente veicolo di confessione. Tale schema è veramente pietoso: la gestione del trauma stesso con del semplice ghiaccio, invece di ricorrere al pronto soccorso, fa ridere. L’esposizione improvvisa dei dettagli dell’eredità è patetica.

Non esiste introspezione alcuna.

Da una prospettiva critica, questo schema mette in luce una tendenza editoriale contemporanea: la valorizzazione della pseudo-letteratura a scapito della vera arte, ovvero di testi che richiedono al lettore partecipazione, riflessione e capacità critica. La narrativa popolare, rassicurante e funzionalmente coerente con stereotipi culturali dominanti — come quello della protagonista bianca e benestante che salva i poveri — viene riproposta perché sicura, vendibile e immediatamente comprensibile, mentre opere letterarie complesse rischiano di non trovare un pubblico sufficiente per giustificarne la pubblicazione in un mondo che ormai è solo un mercato.

Thinking Man Editore

Destrutturalismo

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