
Libri, credit Mary Blindflowers©
Mary Blindflowers©
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Vanity press, Eap, caos!
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La mentalità di un popolo si riflette anche nel modo di gestire la comunicazione e l’informazione. Per un inglese o un americano dire che un editore è un Vanity Press perché magari ne ha avuto personale esperienza, è una cosa normale. Se cercate nei siti e blog anglosassoni troverete un fiorire di discussioni intorno a questo argomento. Per esempio commenti come questo:
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“Austen Macaulay is a vanity press. You pay them to publish your work. This is no guarantee that you will be able to sell the books you pay them to publish. If you are just interested in having the book published then they are probably as good as any other vanity press.
If you want to publish commercially then you will have to try to find an agent who will try to get it seen by publishers who will pay you depending on the sales your book generates” (Laura Mohsene, Professor at University of Texas at Dallas).
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Chi commenta, che proviene perfino da ambienti accademici, si firma senza problemi. L’editore citato non interviene, non fa il diavolo a quattro, non si mostra offeso o piccato, non insulta l’interlocutore, non ha uno stuolo di servi pronti a difenderlo.
Se ci si sposta in Italia le cose cambiano radicalmente, prima di tutto gli accademici italiani pensano di essere dei in terra e non intervengono mai in discussioni riguardanti l’editoria, tanto pubblicano regolarmente con i Vanity press perché paga l’Università per loro, coi soldi pubblici, soldi che potrebbero essere impiegati diversamente, ma sorvoliamo. Poi dire che un editore italiano è a pagamento crea scandalo e se chi lo dice si firma, nascono discussioni offensive in cui lo scrittore che ha osato spifferare il gran segreto di Fatima dell’Eap pubblicizzato free, viene accusato di pochezza, di scarsa autorevolezza e zero considerazione da parte della critica.
C’è in Italia un meccanismo davvero perverso in cui ogni editore ha uno stuolo fisso di cavalier serventi e valletti che intervengono a difenderlo a spada tratta contro chiunque osi anche solo scrivere su un social che potrebbe essere un Vanity press, denigrando sul piano personale lo scrittore che ha ricevuto da quell’editore una richiesta di soldi per pubblicare.
Lo scrittore diventa così un idiota che dovrebbe soltanto vergognarsi di aver parlato male dell’editore in questione, come se dire che un editore chiede soldi per pubblicare sia un’offesa da lavare col sangue e non un’esigenza di informazione.
C’è una cappa pesante, una piaggeria capillare, diffusa, un amore del falso, del posticcio, per cui chiunque osi parlare seriamente di un’editoria italiota che va lentamente ed inesorabilmente verso la sua stessa rovina, viene immediatamente attaccato sul piano personale: “ma chi sei? Come ti permetti? Sei un invidioso, sei un livoroso, i tuoi articoli offendono gli editori, la critica non ti considera, non sei nessuno, etc.”, questi gli attacchi più comuni, provenienti da un sottobosco pseudo-culturale e demenziale di gente che probabilmente ha studiato poco e passa il suo prezioso tempo nell’arte della lisciata per nulla.
Di fronte a tanta pochezza mentale non può non affiorare un sorriso, nella triste constatazione che ancora una volta, si crea un caso d’aria fritta.
L’editore da cui ci si aspetta un comportamento un attimo più intelligente, dato che si considera un operatore culturale, non è da meno. Inizia a martellare il sedere sulla sedia, pigolando di denunce e di diffamazioni, come se fosse stato offeso in modo sconsiderato e senza cognizione di causa. Ammette pubblicamente perfino di aver chiesto finanziamenti per pubblicare l’autore, quindi in pratica gli dà indirettamente ragione, ma subito dopo parla di diffamazione e mentre prima posava da uomo occupatissimo che non aveva tempo nemmeno per andare un secondo al bagno, improvvisamente trova tutto il tempo possibile e immaginabile per interagire su un social, lo stesso social dove è stato “accusato”, se di accusa mai si possa parlare, di essere un Eap, o come direbbero gli autori di lingua inglese, un Vanity Press.
In Italia ogni aspetto della vita viene ingigantito, editori ed autori che dovrebbero rappresentare la parte ragionevole e pensante della società, si impegolano in conversazioni fuffa, in cui il bianco sembra nero e il nero sembra bianco, si fa tanto chiasso per nulla, si vede il nemico dappertutto, lo si deve sparare a vista, cercare di liquidarlo attraverso l’elaborazione di una conversazione che cerchi di ridicolizzarlo, di presentarlo come essere deprecabile oltre che inutile sul piano letterario, poco considerato, insomma un signor Nessuno senza nessuna autorevolezza instillata dal Paradiso della politica o della critica, come se ci volesse il beneplacito di un grande critico o di un politico importante per capire se un editore ti sta chiedendo soldi per pubblicarti un libro.
Ma l’aspetto più sconcertante e ridicolo di tutto questo non è tanto che l’editore chieda lo sponsor per pubblicarti, quanto il fatto che si pubblicizzi come non Eap, come non Vanity Press, come una realtà editoriale tradizionale che non chiede contributi per pubblicare, mentre invece di fatto li chiede. Qui sta l’inganno, la truffa, la muffa-fuffa di tutta questa patetica situazione. Siccome poi gli italiani sono fantasiosi, ci sono diversi modi per chiedere soldi, da quello ex abrupto, vogliamo uno sponsor, a quello dei corsi o dei laboratori letterari a pagamento. Molti editori organizzano corsi di scrittura creativa per aspiranti scrittori. A parte il fatto che la creatività non si insegna, ma questo è un parere mio personale, l’aspetto più divertente di questi corsi è che pagando, entri nel novero degli scrittori prossimi alla pubblicazione con l’editore che ha organizzato il tutto. In pratica non paghi direttamente l’editore ma lo paghi indirettamente facendo il suo corso di scrittura creativa che è il nuovo metodo di reclutamento scrittori paganti. Infatti nomi mai sentiti, gente senza uno straccio di curriculum editoriale, senza nemmeno una pubblicazione, se non qualche articoletto per sbaglio, pubblica narrativa e poesia con editori medio-grossi.
Da quale cappello a cilindro o quale lampada di Aladino sono usciti tutti questi geni?
Dai corsi di scrittura creativa a pagamento. Più è importante l’editore più costano. Insomma una corsia preferenziale per soli ricchi. Più sei ricco più voli. È la nuova frontiera di un’editoria che in realtà sta fallendo, non vende più, le librerie infatti chiudono, e si paga l’investimento coi soldi degli autori che possono pagare.
Ma in questa nuova editoria rampante, già morta prima di nascere, il talento e la cultura c’entrano qualcosa?
Rispondetevi da soli.
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https://antichecuriosita.co.uk/il-destrutturalismo-punti-salienti/
https://www.quora.com/Is-Austin-Macauley-a-trusted-publisher