Umberto Eco, arte, consumo

Eco, l'arte di consumo

Umberto Eco, arte, consumo

Eco, l'arte di consumo

L’editoria, credit Mary Blindflowers©

 

Eco, l’arte di consumo

Mary Blindflowers©

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In un articolo intitolato “Il gattopardo della Malesia”, in Apocalittici e integrati, Eco depaupera l’arte dell’arte stessa. L’arte è infatti tale perché è originale, ma Eco capovolge questa semplice verità, negandola totalmente per fini utilitaristici. Sostiene infatti che c’è “un’arte tesa alle esperienze originali e un’arte tesa all’assestamento delle acquisizioni”, in poche parole c’è un’arte creativa e c’è un’arte del déjà-vu. La seconda è arte? Direi di no, invece per Eco la carta carbone è arte, del resto a questo tipo di arte pare che l’esimio non fosse del tutto estraneo, ma andiamo oltre. Per dimostrare questa sua tesi che detta molto volgarmente, sostiene che in pratica anche copiare è arte, prima fa tutto un discorsetto furbetto e pseudo-dotto sul fatto che non sempre l’arte che tende alla poesia è perfetta, mentre può esserlo molto di più un prodotto di mero consumo nato per le masse. Leggete bene, perché quello che scrive ha implicazioni molto importanti e gravissime nell’editoria attuale:

Ma sovente un messaggio tendente alla funzione poetica, pur realizzando le condizioni fondamentali di questo tipo di comunicazione, mostra degli squilibrii, una sua instabilità strutturale; mentre altrettanto spesso un messaggio che tende a una funzione di onesto consumo, realizza un suo equilibrio pressocché perfetto. Segno che nel primo caso, malgrado la chiarezza delle intenzioni, non inequivocabili, si ha un’opera non riuscita, o riuscita per un solo verso; e nel secondo si ha un bene di consumo talmente riuscito che l’attenzione del fruitore arriva a spostarsi sulla perfezione della sua struttura, e il bene di consumo ridà freschezza, sapore, evidenza a stilemi che pure esso non proponeva per la prima volta… per cui il bene di consumo diventa vera opera d’arte e funziona in modo da proporre esso…certi modi di formare che pure altri avevano già sperimentato. Si stabilisce così una dialettica tra un’arte tesa alle esperienze originali e un’arte tesa all’assestamento delle acquisizioni, in modo che talora è la seconda a realizzare le condizioni fondamentali del messaggio poetico, mentre la prima costituisce solo un coraggioso tentativo di realizzazione.

Individui come Eco sono responsabili dell’attuale degrado dell’editoria. Tutto il discorsetto suindicato infatti è un’arma pericolosa per la letteratura: è come se Eco puntasse un cannone contro l’arte creativa che è la sola che possa definirsi arte, e esaltasse l’imitazione, il bene di consumo, la letteratura spazzatura destinata alle masse e senza velleità creative. È esattamente quello che fa oggi l’editoria, uccide l’arte creativa sostituendola con un prodotto imitativo da imprinting che annulla l’esperimento base di ogni sensibilità poetica per reiterare concetti già espressi in cui la massa finisce con l’identificarsi perché manipolata.
L’arte poi di per sé non può offrire certezze a chi la fruisce, ma al contrario, creare dubbi. L’arte creativa è disequilibrata e crea disequilibri, è quello il suo scopo, far riflettere, creare problemi, non risolverli. Eco però sostiene che la stabilità dogmatica del contenuto di consumo certo e massificato, è più arte dell’arte, è un prodotto perfetto, mentre l’arte creativa viene minimizzata come “coraggioso tentativo di realizzazione”, un tentativo non riuscito. Eco sta in pratica descrivendo il volto oscuro della nuova grossa editoria che egli stesso e quelli come lui, hanno contribuito a creare, un’editoria che esalta il prodotto di mero consumo come se fosse arte, mentre affossa l’arte creativa come imperfetta.
Le stesse parole di Eco le ho sentite in sintesi da un editor Feltrinelli tempo fa:

“Noi pubblichiamo solo libri perfetti”.
“Scusa”, dissi, “ma voi pubblicate Moccia!”
“Certo”, rispose, “è perfetto”.

Ma perfetto per chi e per cosa? Mi sono chiesta. La risposta è semplice: per vendere un prodotto di scarto a una massa di deficienti paganti che si illudono di leggere qualcosa, ovvio.

L’arte creativa è pericolosa, fa pensare troppo. È così che lo scarto diventa arte del nulla, il copia incolla, sublime e i cattivi maestri, dei.

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Rivista Destrutturalismo

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