Fortini, Ennio Abate, miti

Fortini, Ennio Abate, miti

Fortini, Ennio Abate, miti

Fortini, Ennio Abate, miti

Indigestion, linocut, prova colore by Mary Blindflowers©

 

In risposta a Ennio Abate

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Mary Blindflowers©

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Ieri sulla bacheca di Ennio Abate è stata pubblicata la copertina Einaudi di un libro di poesie di Fortini. La cosa migliore nei social quando si ha un parere non coincidente con il postante è passare oltre, il famoso dantesco non ti curar di loro… ormai abusatissimo. Infatti se si posta un’opinione contro, si sa benissimo che si viene immediatamente attaccati. È assolutamente proibito pensare, si sa. Nonostante questo, di fronte allo sbandieramento mediatico di questa poesia di Fortini, non ho resistito:

Qualcosa tintinna
nel vuoto, qualcosa
si è rotto.

Il filo rovente
che spento ora oscilla
non vedi

ma senti e un ronzio
si ostina se scuoto
nel buio

quel filo che più
non brilla e che fu
tuo, mio.

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A me personalmente, e lo dico da lettrice, questa poesia non piace. Non mi piace la prosa che va a capo e che viene definita poesia soltanto perché c’è dietro un nome illustre. Sapevo che dicendo questo avrei inevitabilmente suscitato una reazione perché la cultura italiana è costruita sul mostro sacro che non si può toccare. Quindi io da innocente lettrice non posso assolutamente dire che questa poesia a me non dice assolutamente nulla, che non ha ritmo, non ha sangue, mi comunica zero significati a livello contenutistico e in quanto allo stile è costruita in modo molto elementare, sembra la filastrocca senza rima di un bambino. Penso anche che se l’avesse scritta un poeta fb, nessuno si sarebbe preso la briga di commentarla.

Sacrilegio!

Abate, che aveva già mal digerito l’articolo di Lucio Pistis e Sandro Asebès sulla poetica fortiniana, sostiene a gran voce che bisognerebbe imbastire un discorso critico-sofistico sul perché la poesia di Fortini sembri prosa, sulle ragioni che lo hanno portato a questo tipo di scelta, dato che Fortini, come asserito da qualcuno nella sua bacheca, “era un esempio di cultura e umanità, un intellettuale in cui politica e poesia coincidevano nel modo più profondo e consapevole di stare al mondo”. A questo punto sorge spontanea una domanda:

ma il valore di un testo letterario si giudica sulla base di quello che c’è scritto sulla carta o sulla base di una indagine del rapporto dell’autore con la politica?

Eh qui bisogna stare un attimo attenti alla confusione arte-politica perché è proprio questa identificazione che ha portato l’editoria italiana ad uno stato di disfacimento e di totale annichilimento del talento. Insomma Abate ci sta dicendo che quando leggiamo una poesia dobbiamo prima di tutto considerare il nome di chi l’ha scritta e il suo fecondo rapporto con il potere, sì perché sempre secondo il suo parere, l’arte dovrebbe andare a braccetto con la politica e col potere, costruire un rapporto di feconda sinergia. Sulla base di queste premesse essenziali per me errate, chiama “disfattista”, inutilmente “abbaiante” e “caricaturale”, chiunque osi dire il contrario. Insomma siccome Fortini è Fortini, Pasolini è Pasolini, che sono le icone mito della sinistra, tutto quello che hanno fatto, poesie comprese, ci deve piacere per forza, è obbligatorio, non ci sono vie d’uscita perché la politica è cultura e la cultura è politica, quindi il discorso non deve mai appuntarsi sul fatto che proprio il legame tra cultura e politica ha rovinato definitivamente e irrimediabilmente l’editoria. Ma dire questo è fare discorsi di apolitica rassegnazione invidioso-nichilista, meglio giustificare la pura prosa di Fortini con sottili sofismi e arzigogoli pseudo-filosofici e panegirici commemorativi dell’eroe per sempre, sbandierando, per combattere il sistema, i libri della grossa editoria legata a doppio filo col potere, mostrando la copertina Einaudi del suo libro mentre si dice contemporaneamente di combattere quello stesso sistema che si sta propagandando. Ovviamente Abate non procede a nessuna critica del testo, non si usa, ci mancherebbe. Si guarda bene dal dirci perché la suindicata poesia di Fortini lo fa cascare in terra dall’emozione che noi non siamo in grado di provare.
Affermare che tutto l’impianto della cultura occidentale è un semplice bluff, che noi leggiamo esattamente ciò che vogliono farci leggere e che ormai non si distingue più l’arte dalla politica, tant’è che un poveraccio non ha vie di scampo se non diventa un servo di partito, sarebbe lamentarsi inutilmente. Dire che l’upper class ha in mano tutta l’editoria che conta, sarebbe pigolare per nulla e con invidia. Certo, per non essere disfattisti e invidiosi, per non abbandonarsi al pigolio, secondo Abate, occorrerebbe annullare completamente il proprio senso critico, applaudire a un nome celebre, soltanto perché è celebre, farsi piacere le sue poesie anche se sono insignificanti e chiamare gli agganci politici, giuste “relazioni amicali”, fingendo che la zuppa non sia pan bagnato ma oro colato.

La domanda a questo punto è:

se Pasolini e Fortini non avessero avuto queste relazioni amicali e politiche, oggi parleremmo di loro? Saremmo qui a fare discorsi di lana caprina sul perché le loro poesie sembrano e sono prosa?

Una domanda imbarazzante a cui è meglio non rispondere, perché la risposta segnerebbe la definitiva e amara consapevolezza che i mostri sacri della cultura occidentale sono semplicemente una costruzione concertata a tavolino. Ammettere che la nostra cultura è tutta un bluff è dura. Abate e quelli come lui non lo ammetteranno mai, piuttosto cercheranno di giustificare la prosa di Fortini come poesia per sempre, con discorsi in cui il pelo del capro ritorto si innesta su quello delle chimere risorte, un po’ come quelli che giustificano la banana di Cattelan come provocazione e grande arte rivoluzionaria, perché significherebbe questo e quello.

Scrive Abate:

“Mary  parla della politica astoricamente, senza fare alcuna distinzione tra destra e sinistra, senza dunque valutare se e quanto uno scrittore sia stato fascista o antifascista, riformista o rivoluzionario, quindi nella logica tutta antipolitica – e si potrebbe dire populista -oggi dominante sui mass media”.

Caro Abate io leggo il testo, e se un autore non mi convince a me poco importa che sia di destra o di sinistra, che sia bianco o nero, rosso o verde, a pois o a stelline coi pupazzetti sulla fronte, è sulla base di questi pregiudizi che Fontamara del grande Silone, non venne pubblicato in Italia e l’autore fu costretto ad autopubblicarsi all’estero. Il pregiudizio politico non deve mai influenzare il giudizio su un’opera letteraria. Se lo fa non si sta giudicando l’opera ma il suo autore, il che è sbagliato. Il contesto serve per capire meglio l’opera, non per giustificarne il valore intrinseco. Essere apolitici e rifiutare le logiche di partito non significa fare del populismo, ma collocarsi in una posizione intellettualmente assai scomoda e precludersi le vie del successo. Se la via del successo è la destra o la sinistra, ebbene, io preferisco il fallimento al consociativismo politico che nega la critica del testo in se stesso e per criticare il testo cita i compagni di partito e le virtù dell’autore, senza avere mai un parere oggettivo e personale e senza mai entrare nel merito della parola scritta.

Giocando con le parole si può dire tutto e il suo contrario, lo dimostrò pure il grande Ionesco, ma una banana attaccata al muro con del nastro adesivo, alla fine è soltanto una banana da due soldi destinata ad essere digerita e defecata e la poesia di Fortini, anche se si chiama Fortini, è soltanto prosa e nessuno di coloro che continua a confondere l’arte con la politica, facendo il gioco sporco dell’editoria italiana e segnando la definitiva rovina del talento, mi convincerà mai del contrario.

https://antichecuriosita.co.uk/il-destrutturalismo-punti-salienti/

http://www.poliscritture.it/2020/01/17/fortini-pasolini-e-il-realismo-piu-reale-del-re-quello-dei-dominatori/

 

 

 


Comment (1)

  1. Claudio

    In realtà i veri invidiosi sono quelli che recensiscono positivamente emerite porcherie solo per piaggeria, mentre in realtà le stanno schifando con tutta la loro anima, ma lo fanno nella speranza di attirare l’attenzione proprio delle grandi case editrici che hanno pubblicato quei libri o dell’autore stesso. Perché in fondo si sentono mogliori di quegli scrittori che stanno recensendo, o almeno di buona parte, e pensano di meritarlo più loro quel posto nell’olimpo (metto la minuscola per far capire che in questo, dèi non ce ne sono, e non è neanche un monte). Di Mary proprio non si può dire che stia aspirando a questo, o che invidi qualcosa, visto che non teme di inimicarsi grandi editori e autori più o meno famosi. Persegue solo un principio di onestà intellettuale nel giudicare opere letterarie E non lo dico nemmeno io per piaggeria nei suoi confronti, perché non ho nulla da guadagnarci né interessi di sorta. Mary, nonostante l’amicizia, ha sempre criticato le mie di poesie, ma io non me la sono mai presa. Anzi, mi sono sempre trovato d’accordo con la sua critica, almeno sui difetti che mi trovava. Tutto sommato ho sempre dovuto riconoscere che aveva ragione. Comunque, tornando all’invidia, se Mary fosse invidiosa farebbe come tanti recensori e blogger, che a furia di salamelechi a editori importanti e autori famosi, con recensioni generose persino ai libri più insulsi, sono riusciti a farsi pubblicare anche loro da editori importanti. Sarebbe più facile anche per Mary fare così, ma non lo fa. Vuol dire che ci tiene di più a certi principi. E c’è bisogno di attaccarla per questo? Comunque nemmeno a me è piaciuta quella poesia di Fortini. Trovo che non dica davvero nulla. E non lo dica, pure male!

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