Gozzano, baci, morte, serve

Guido Gozzano, baci, morte e serve

Gozzano, baci, morte, serve


Di Lucio Pistis & Sandro Asebès©

 

Gozzano, baci, morte e serve

Guido Gozzano, I Colloqui e altre poesie, Milano, Treves, 1935, credit Antiche Curiosità©

 

Poesia di baci e di morte quella di Gozzano, complicata da venature perverse che inneggiano all’amore delle cameriste, espresso in prosa sintetica: il padrone borghese e ricco che seduce la serva, un classico:

Gaie figure di decamerone

le cameriste dan, senza tormento,

più sana voluttà che le padrone…

I Colloqui sono un’immersione dentro il mondo gozzaniano, quel mondo stagnante piccolo borghese che il poeta descrive molto bene nella sua mediocrità e che probabilmente in fondo odia, ma anche ama, dato che non riesce ad esserne critico, se non velatamente, in modo molto leggero.

Il soggetto delle sue liriche, intrise di vieto sessismo borghese, purtroppo ha ispirato tutta una successiva e succedanea letteratura, in prosa e in immagini, gravida di un machismo meschino e protervo in cui la figura della donna e del padrone si rincorrono in un circuito anulare che trae radici addirittura nel mondo classico. La figura del δεσπότης, della δέσποινα e della παιδίσκη è un esilarante τόπος della grecità classica, rintracciabile perfino in un passo dell’orazione di Lisia “Per l’uccisione di Eratostene”, un classico sfruttato a boomerang dalla moglie di Eufileto per coprire la sua tresca indoor con Eratostene sotto gli occhi del marito Eufileto; si legga qui:

Io infatti, o Ateniesi, quando mi sembrò opportuno sposarmi e condussi moglie in casa, per il rimanente tempo mi comportavo così da né infastidirla né permettere che dipendesse troppo da lei fare ciò che voleva, e la tenevo d’occhio quanto era possibile e stavo attento come era normale. Ma quando mi nacque un bambino, avevo fiducia ormai e affidai a lei tutti i miei interessi, pensando che questo vincolo fosse importantissimo; nel primo periodo dunque, o Ateniesi, era la migliore di tutte; e infatti era abile amministratrice del patrimonio familiare e buona risparmiatrice e una che gestiva tutto scrupolosamente; ma quando mi morì mia madre, morendo diventò per me causa di tutti i mali. Infatti mia moglie mentre la seguiva per il funerale, adocchiata da questo individuo, col tempo fu sedotta; tenendo d’occhio infatti la serva che andava al mercato e attaccando discorsi la corruppe. Innanzitutto dunque, signori giudici, (bisogna infatti raccontarvi anche questi dettagli) io ho una casetta a due piani, che ha uguali il piano di sopra al piano di sotto divisi nel reparto donne e nel reparto uomini. E quando ci nacque il bambino, la madre lo allattava; ma affinché, quando bisognava che fosse lavato, non corresse pericolo scendendo per la scala, io alloggiavo sopra, le donne invece sotto. E ormai era una cosa così abituale, che spesso mia moglie se ne andava giù a dormire presso il bambino, per dargli la mammella e affinché non strillasse. E le cose per molto tempo andavano così, e io mai sospettai, ma ero così ingenuo, da credere che mia moglie fosse la più giudiziosa di tutte le donne della città. Ma passando il tempo, signori giudici, tornai all’improvviso dalla campagna, e dopo la cena il bambino strillava e faceva i capricci infastidito dalla serva appositamente perché facesse questo; l’individuo infatti era dentro; in seguito infatti venni a sapere tutto. E io invitai mia moglie ad andare e a dare la mammella al bambino, affinché smettesse di piangere. Ma lei all’inizio non voleva, come se mi avesse rivisto con piacere dopo che ero tornato a distanza di tempo; ma poiché io mi arrabbiavo e le ordinavo di andare subito “Certo affinché tu, disse, ci provi intanto con la schiavetta; e anche prima, essendo alticcio, l’hai accostata”. E io ridevo, mentre lei, alzatasi e andandosene, accosta la porta fingendo di scherzare e gira la chiave.”

Gozzano pesca a piene mani da quel patrimonio irrorato dalla figura della subalternità muliebre, la stessa che sfruttavano i gerarchi fascisti, paludati nelle loro linde ed aristocratiche divise nere che non esitavano a svestire per copulare con servette e padrone durante le adunate delle Figlie della Lupa: Gozzano ha piacevolmente e corresponsabilmente alimentato quel tipo di sottocultura ipocritamente benpensante, talché quei germi sono agevolmente rintracciabili in un romanzo come “La spartizione” di Piero Chiara, storia di un concusso ispettore del Ministero delle Finanze, già veterano mussoliniano, che sfrutta il suo potere d’acquisto come funzionario dell’erario per sposare la maggiore di tre sorelle benestanti di Luino, copulando, a pesa di ogni notte, con ognuna delle tre, fino a rimanere vittima del suo impulso eretistico nella trasposizione cinematografica a cura di Lattuada nel film “Venga a prendere il caffè da noi”, colto da emorragia cerebrale mentre allupatissimo cerca di raggiungere Caterina, la procace servetta interpretata da Ottavia Piccolo.

E stesso brodo di coltura è rintracciabile nel film di Samperi “Malizia” dove il commerciante di tessuti Ignazio La Brocca, vedovo padre di tre maschi, perde la testa per la domestica Angela La Barbera e la sposa, ignaro delle attenzioni dei suoi pargoli sulla procacissima servetta. Nino sedurrà la colf venendone sedotto.

Icone classiche della mistione tipicamente fascista e post-fascista dei cosiddetti “vizi privati e pubbliche virtù”, rintracciabili perfettamente, del resto, nel modo di approcciarsi all’universo femminile da parte del capostipite del ventennio; basti leggere i diari dissecretati di Claretta Petacci e risalire allo stupro della contadinotta Rachele perpetrato sulla poltrona della casa della moglie del padre dal rampante e machissimo futuro duce, il quale sguazzava a piene mani, anzi diremmo a pieno membro virile, in questa funerea mixis di finte idealità e realissime carnalità. Gozzano ne fu emblema stentoreo quant’altri mai, postandosi a cavaliere tra gli slalom delle sue mirabili incatenate ed alternate e l’odore di aglio e basilico delle signorine Felicite!

Sembra davvero brutto da dire, ma a salvare la poetica di Gozzano dall’inutile facezia dell’amore borghese e maschilista, sono stati la morte e lo stile, quel senso crepuscolare di continuo e incessante decadimento che rende le sue poesie degne di essere lette e il ritmo condito di rime baciate velocizzanti e smorzanti il tedio a loop delle storie amorose che fingono di appartenergli mentre il poeta dichiara contemporaneamente il suo totale distacco, la sua completa estraneità:

Amore no! Amore no! Non seppi

il vero Amor per cui si ride e piange;

Amore non mi tanse e non mi tange,

invan m’offersi alle catene e ai ceppi.

O non amate che mi amaste, a Lui,

invan proffersi il cuor che non s’appaga.

Amor che mi piagò di quella piaga

che mi parve dolcissima in altrui…

A quale gelo condannato fui?

Non varrà succo d’erbe o l’arte maga?

Se Gozzano non fosse desolato e profondamente ironico nello stesso tempo, probabilmente il suo compito si sarebbe esaurito nella descrizione d’ambiente e di atti insignificanti del reale, come la copula con le serve, o gli appunti “sulle buone cose di pessimo gusto”. Ma Gozzano sa che la poesia è soltanto un artificio in cui si parla di qualcosa per dire ed esprimere sempre qualcos’altro, attraverso uno stile sicuramente più prosaico di quello dannunziano da cui prende l’avvio per un successivo e ben concertato rifiuto e capovolgimento, preferendo il metro dell’ironia e una sostanziale sfiducia nella poesia stessa che, finalmente, viene strappata dagli scranni divini dell’intoccabilità perpetua e ricondotta agli atti quotidiani, perfino elementari:

Nutrirsi… non fare più versi… nessuna notte più insonne… non più sigarette… non donne… tentare bei cieli più tersi;

A Nervi… Rapallo… San Remo… cacciare la malinconia:

e se permette faremo qualche radioscopia…

Le poesie migliori sono indubbiamente quelle che parlano della morte, la “Signora senza forma” e “vestita di nulla”, quelle in cui la descrizione di particolari inutili serve per concertare una base ironica che fa volare la sua poesia nell’oltre, superando di molte lunghezze il pomposo e tronfio superomismo dannunziano, tutte glorie, allori e machismo trionfale.

Gozzano supera D’Annunzio e, nonostante i suoi difetti sessisti, apre le porte alla poesia moderna perché è il tarlo che rode il legno tronfio del versificare stesso, facendo cascare la poesia dai troni divini in mezzo ai cherubini, alla terra nuda.

Le cose inutili del quotidiano, minuziosamente descritte, sono il mezzo attraverso cui la malinconica tristezza si trasforma in parodia della vita e degli interni di una classe sociale in parte logorata e logorante, con una tecnica che accosta, come diceva Montale, “l’aulico con il prosaico”, allo scopo di demolire la tronfiaggine del dannunzianesimo e creare un nuovo modo di fare poesia, strappata alle inconsistenti nuvole del suo stesso inutile autocompiacimento.

Eppure la grande lezione di Gozzano che strappa la poesia alle nuvole e agli dei, per collocarla tra le cose terrene, non sembra sia stata assimilata molto bene neppure dalla nostra generazione di poeti, tutti intoccabili, dei in terra.

La poesia non è il nettare delle divinità, ma il parto di comuni mortali, sappiatelo.

Il poeta mangia quando non muore di fame, espleta le sue funzioni animali, scrive e muore, non è affatto un dio. Scendete dai vostri scranni celesti dunque e leggetevi Gozzano, consapevoli che pure i pedagoghi, anzi, soprattutto quelli, possano essere criticati:

Un giorno al chiuso, il pedagogo fiacco

m’impose la sciattezza del comento

alernato alla presa di tabacco…

Leggete Gozzano consapevoli del fatto che abbia scritto anche poesie brutte, datate e terribilmente ottocentesche:

Ma poi che nel tuo bacio ultimo spensi

l’ultimo bacio e l’ultimo sussulto,

non udii che quell’arido singulto

di te, perduta nei capelli densi…

Leggete Gozzano, con la consapevolezza che ha scritto ironiche verità valide oggi più che mai sull’arte:

L’arte è paga di sé, preclusa ai molti,

a colui data che di lei si muore…;

ma intender non mi può benché m’ascolti

la figlia della cifra e del clamore.

Salvate di lui il salvabile, l’ironia, la lungimiranza sull’arte, il resto lasciatelo agli dei che tutto incensano e nulla leggono nelle loro pattumiere ideologiche.

https://antichecuriosita.co.uk/destrutturalismo-e-contro-comune-buon-senso-psico-pillole/

https://www.youtube.com/watch?v=4Tr0otuiQuU


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