La poesia inutile dell’accademico Piersanti

La poesia inutile dell'accademico Piersanti

La poesia inutile dell’accademico Piersanti


Di Lucio Pistis & Sandro Asebès©

 

La poesia inutile dell'accademico Piersanti

Metal Corkscrew, Umbra design, credit Antiche Curiosità©

Se l’innocuità inutile, l’idilliaca fragilità del verso stanco e l’assenza totale di contenuti, di ritmo e di ricerca linguistico-poetica avesse un nome, si chiamerebbe poesia di Umberto Piersanti. Questo signore, un accademico che mette sciarpette Fendi con la marca bene in evidenza sui social network, in modo che si legga bene, viene insignito del titolo di poeta e secondo i bene informati sarebbe anche bravo.

Qui di seguito una sua lirica:

Quando volge il cammino

tu violacciocca,

fiore dei dirupi,

di altissime muraglie

e delle torri,

allo spineto t’innalzi

tra le crepe

che il bianco delle nevi

lento abbandona,

segni la primavera

coi tuoi colori

quel giallo e quell’avena

fusi e lievi

che l’azzurro di marzo

tutt’attorno rischiara

e lo rallegra

felice anche il tuo passo

che s’inoltra

nella bianca strada

tra ceppi e rovi

in quell’età remota

e sconfinata

superi quel sentiero,

la Grande Porta

che segna la città

e la racchiude,

tra i vasti campi entri

e li risali,

nelle immense cesane

se vai

ti perdi

senza ritorno vuoi

il tuo cammino,

quel sentiero per sempre

seguitare

scende la nube nera

fino alla terra,

uno scuro silenzio

avvolge i campi,

solo il canto dei frati,

ma lontano,

nei loro scanni stanno

come statue,

il convento sospeso

nel cielo buio

tu vorresti il cammino continuare

solo temi le anime dei boschi,

loro escono di notte

in mezzo ai rami

nella morbida casa

sul torrione

t’aspetta padre e madre

e le sorelle,

il riso coi fagioli,

niente l’uguaglia,

a quella casa

tu devi tornare

ma tu hai nostalgia

di quel cammino,

tornare dispiace sempre,

almeno un poco

(marzo / aprile 2017)

Peccato davvero che in questa “poesia”, ci viene da ridere a chiamarla così, non ci sia un solo verso. È una prosa che non parla di niente. Quale sarebbe l’argomento? Il fiore dei dirupi segna con la primavera i suoi colori e torna sui muri delle case, in particolare a una casa dove si mangia riso coi fagioli, questo dopo aver scomodato il buio e perfino un convento da cui la violacciocca, protagonista, sentirebbe i canti dei frati durante la notte. Quindi? Il senso di tutto questo. Un nostalgico ritorno metaforizzato tramite un fiore?

Lo stile è veramente dilettantistico, per non dire scarso. Non vi è ritmo né elaborazione creativa di nessun genere. Questa lirica vuota e priva di senso non può infatti essere definita nemmeno un esercizio di stile, nulla, è davvero deprimente anche solo commentarla.

Ma parlare dello stile è esercizio di alta generosità, allorché ci si avvede degli errori grammaticali che questo docente accademico commette, specie nell’abuso del pronome personale:

  1. segni la primavera coi tuoi colori quel giallo e quell’avena fusi e lievi che l’azzurro di marzo tutt’attorno rischiara e lo rallegra”; se il complemento oggetto della relativa è stato già espresso dal pronome relativo “che” riprendendo il giallo e l’avena rischiarati dall’azzurro di marzo, il secondo verbo (rallegrare), è riferito al medesimo complemento oggetto, già enunciato e presente nel pronome relativo stesso, ed è grave errore inserire il pronome personale “lo”: il pronome va introdotto quando deve fare le veci di un sostantivo, qui abbondantemente presente in quanto ricapitolato dalla funzione del pronome relativo; la formulazione corretta sarebbe dunque “segni la primavera coi tuoi colori quel giallo e quell’avena fusi e lievi che l’azzurro di marzo tutt’attorno rischiara e rallegra”;

  2. anche poco dopo il professore si avventura in un abuso di pronome personale laddove una tranquilla coordinazione dei due verbi transitivi attivi con il sostantivo a far funzione di complemento oggetto renderebbe più fluido lo stile superi quel sentiero, la Grande Porta che segna la città e la racchiude”: a nostro parere la periodizzazione più scorrevole sarebbe “superi quel sentiero, la Grande Porta che segna e racchiude la città”. In entrambi i casi comunque, non se ne esce, è pura prosa.

  3. E così subito dopo, essendoci una fisiologica coordinazione tra due verbi di movimento, dunque entrambi intransitivi: tra i vasti campi entri e li risali”, si leggerebbe megliotra i vasti campi entri e risali. Insomma l’abuso del pronome personale è evidente.

  4. Come non è il massimo dell’eleganza unire ἀπὸ κοινοῦ il servire volere prima ad un complemento oggetto e poi estenderlo ad un infinito: senza ritorno vuoi il tuo cammino, quel sentiero per sempre seguitare”; ci si augurerebbe un’omogeneità delle dipendenti decisamente più marcata: senza ritorno vuoi camminare, quel sentiero per sempre seguitare”.

  5. Qual è poi il predicato verbale in questa sequenza?uno scuro silenzio avvolge i campi, solo il canto dei frati, ma lontano, nei loro scanni stanno come statue, il convento sospeso nel cielo buio”; l’unico verbo è “avvolge”, il resto del periodo è totalmente e tautologicamente ellittico nel predicato rendendo oscuro il pensiero.

  6. Anche la coordinazione tra soggetti plurimi e verbo al singolare fa specie: nella morbida casa sul torrione t’aspetta padre e madre e le sorelle, il riso coi fagioli”; se il soggetto è isolato al singolare richiede la coordinazione con un predicato verbale alla terza persona singolare; ma in questo caso ci sono padre, madre, sorelle e riso coi fagioli che attendono la violacciocca! Come mai il verbo non è stato posto alla terza persona plurale? nella morbida casa sul torrione t’aspettano padre e madre e le sorelle, il riso coi fagioli” questa la scrittura grammaticalmente ortodossa della proposizione!

Basta! Siamo saturi! 6 errori in un ristrettissimo numero di linee (giammai battezzabili come versi!)! Lo leggano altri con uno stomaco meno irritabile questo professore!

A quanto pare basta essere professori universitari per pubblicare con grossi editori, se poi il talento non c’è pazienza. Abbiamo letto anche altre poesie di Piersanti e abbiamo capito che esiste anche qualcosa di peggio di Scalfari poeta, non c’è limite all’indecenza.

Ecco i primi versi di un’altra sua poesia:

Al Fontanino

com’era fresca l’acqua

in quell’aprile,

l’acqua del fosso

che odora di verde,

verde di muschio

e raganella

dentro le foglie,

o altre erbe alte

a coda di cavallo,

le conosce il cugino,

lui conosce ogni erba,

ogni stradino,

entra nella gran macchia

e mai si perde…

Ci informa che l’acqua fresca odora di verde muschio e raganella. Siamo veramente colpiti da tanta profonda inutilità. Davvero informazioni di cui non potevamo fare a meno.

Se questa è la poesia dei grossi editori, finitela di leggere poesia, buttate i libri nel fuoco, perché questa è solo politica, la poesia non c’entra, non pronunciate il suo nome invano.

Noi alziamo le braccia.

https://antichecuriosita.co.uk/destrutturalismo-e-contro-comune-buon-senso-psico-pillole/

https://www.youtube.com/watch?v=9ieoyvY2RcE


Comment (1)

  1. Claudio

    Secondo me è ancora più stupefacente il fatto che certi personaggi siano professori universitari, ma neanche più di tanto, perché le università sono dei baronati, delle estensioni della politica, una riserva di poltrone per potenti, e ormai lo sanno tutti. Anche se alcuni fingono non sia così. Fatto sta che è solo un caso quando un professore è anche bravo, perché non è lì grazie a quello.

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