Canto di Natale di Dickens, un capolavoro?

Canto di Natale di Dickens, un capolavoro?

Canto di Natale di Dickens, un capolavoro?


Di Mary Blindflowers©

 

Canto di Natale di Dickens, un capolavoro?

Charles Dickens, Canto di Natale, Edizione BUR, credit Antiche Curiosità©

 

Canto di Natale di Charles Dickens pubblicato nel 1843 è considerato un intramontabile classico, stampato e ristampato innumerevoli volte, un racconto di cui si sono fatte diverse riduzioni e manipolazioni cinematografiche fin dal 1901, ancor prima dell’arrivo del sonoro.

L’ho riletto dopo anni.

Non mi piacque quando lo lessi la prima volta a dieci anni e non mi mi è piaciuto nemmeno ora, da adulta. Il finale si intuisce molto presto, la sua prevedibilità appare del tutto scontata e non si hanno sorprese finali che possano far dire che si tratti di un grande affresco.

La protesta sociale è altresì pacata, glassata da innumerevoli e stucchevoli luoghi comuni sul povero e sul ricco, sul bene e sul male delle scelte individuali. C’è l’idea che il povero stia sempre allegro nonostante le sventure, che si accontenti del poco che ha, che sia estremamente saggio e che abbia una filosofia di vita molto positiva e felice, mentre il ricco sia talmente egoista da essere infelice, avaro e solo.

La povertà è ammantata da una sorta di aureola di santità per cui se le circostanze della vita diventano sfavorevoli, comunque si va avanti sempre con il sorriso e l’allegria dentro il cuore. In realtà non c’è nulla di bello e di santo nella povertà, chi è povero lo sa bene. I poveri non sono affatto allegri perché si accorgono di non avere possibilità di successo nella vita e nel mondo dominato dai ricchi, sanno di essere la parte dimenticata della società, quella che conta meno di zero.

La corrispondenza santità-povertà-buoni sentimenti, mi è sempre parsa un poco stucchevole e forzata. I personaggi infatti sembra che ridano a comando: è Natale si ride, siamo poveri, abbiamo i debiti, il figlio malato che forse morrà, trullallà, ma ridiamo lo stesso perché lo impone la tradizione natalizia, e a Natale siamo tutti più buoni e felici, ci mettiamo il vestito della festa coi nastrini colorati da minchioni e indossiamo la maschera della felicità telecomandata.

Il racconto che non è un capolavoro nemmeno stilisticamente parlando, prevede i classici spiriti, le ambientazioni vittoriane muffose e umide, e ovviamente, essendo Natale, l’immancabile neve il cui colore contrasta con le atmosfere gotiche degli interni e della casa del vecchio Scrooge, uomo votato interamente agli affari e all’avidità di cuore.

La lettura è rallentata da un linguaggio ottocentesco un po’ desueto e dagli innumerevoli luoghi comuni. La rappresentazione dei tre spiriti che condurranno il protagonista sulla via del cambiamento, non ha tratti di originalità tale, da poter dire che ci troviamo in presenza di un racconto innovativo. Lo sdegno per la miseria da cui Dickens stesso venne salvato in virtù di una provvidenziale eredità, si stempera qui completamente nelle descrizioni. Vi è come un ruggito represso in questo quadretto di genere con ricerca del bizzarro affacciato ma solo superficialmente sul sovrannaturale spiritico, pretesto per raccontare una storia tutta umana che sa di miele colato ma ha poco mordente.

Perché il canto di Natale è così popolare allora, nonostante sia un’opera deludente dal punto di vista letterario?

Lo stile è semplice, facilmente comprensibile, inoltre cattura il diffuso spirito natalizio che fa presa sulle masse e poi, non dimentichiamolo, nel 1843 Dickens era già uno scrittore famoso. Gli scrittori famosi vendono, indipendentemente da quello che scrivono. Accade pure oggi, di continuo.

Il vero problema del libro è che non emergono in tutta evidenza le condizioni sociali del popolo perché vengono continuamente stuccate e ovattate da una trasbordante e fastidiosa felicità natalizia che allappa.

Lo stesso Dickens era stato povero, aveva lavorato da bambino in una fabbrica di lucido da scarpe. Ma le condizioni dei lavoratori bambini o della classe operaia in Canto di Natale non sono descritte in modo sufficientemente efficace. L’autore usa toni molto leggeri e ammanta la povertà di un buonismo insopportabile, di canti, di risate, di cibo cucinato per l’occasione della festa, di vestiti carichi di nastrini a buon mercato ma che consentivano di fare comunque una bella figura:

Non vi era nulla di aristocratico in tutto questo. Essi non erano belli, non erano eleganti, le loro scarpe erano ben lungi dall’essere impermeabili all’acqua, I loro vestiti erano lisi, quelli di Peter sembravano usciti dalla bottega di un rigattiere, e probabilmente lo erano. Eppure erano felici, riconoscenti, buoni l’uno con l’altro, contenti del presente… tutti i bambini si precipitavano fuori nella neve a incontrare le sorelle maritate, i fratelli, i cugini, le zie e gli zii, per essere i primi a far loro festa.

Non c’è in questi personaggi caricaturali la benché minima scintilla di ribellione all’ingiustizia sociale, sembrano delle amebe rassegnate. Personalmente simili macchiette riescono solo ad innervosirmi.

Siamo ben lontani dall’urlare al capolavoro. Probabilmente Dickens scrisse Canto di Natale per tirar su un po’ di soldi di cui aveva bisogno in quel periodo. Quindi lo costruì in fretta e senza pensare troppo alla profondità dei personaggi.

https://antichecuriosita.co.uk/destrutturalismo-e-contro-comune-buon-senso-psico-pillole/

https://www.youtube.com/watch?v=IttjM7KVocg

 

 


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