
La frattura riflessiva
Mary Blindflowers
La scuola e le istituzioni ci hanno abituato a pensare che l’arte nasca dall’applicazione, dallo studio, dalla padronanza di una tecnica. Ci hanno ammaestrato con aforismi del tipo: «Se uno è bravo, stai tranquillo che prima o poi ce la fa».
Ma cosa significa essere bravi?
Il musicista deve conoscere la musica, lo scrittore deve possedere una lingua, il pittore deve saper dipingere — o non dipingere affatto, come dimostrano Combat de nègres pendant la nuit di Paul Bilhaud, del 1882, e Première communion de jeunes filles chlorotiques par un temps de neige di Alphonse Allais, del 1883. Due opere umoristiche, la prima completamente nera, la seconda completamente bianca: scherzi satirici e concettuali appartenenti alla stagione degli Arts incohérents.
Poi è arrivato Duchamp, che nel 1917 ha presentato un orinatoio e l’ha chiamato Fountain.
A questo punto la domanda forse non è più «quanto sei bravo?», ma «che cosa può essere considerato arte?»
Se Bilhaud suggeriva che non fosse necessario saper dipingere, Allais ribadiva che non serviva dipingere. Duchamp portò il ragionamento ancora oltre: non era più indispensabile neppure realizzare l’oggetto. Bastava sceglierlo, firmarlo, collocarlo nel contesto dell’arte e sottoporlo allo sguardo di un’istituzione.
Ovviamente, affinché un concetto possa essere chiamato «rivoluzione», occorre anche essere abbastanza accreditati perché qualcuno riconosca quella proposta come arte e le conceda uno spazio all’interno del sistema.
«Duchamp è un genio», dicono alcuni. Ho più di qualche dubbio al riguardo, ma non è questo il punto essenziale del discorso.
La domanda principale è un’altra: il genio sta nell’idea, nell’opera o nel fatto che qualcuno abbia il potere di stabilire che quell’idea sia un’opera d’arte?
Perché, a quanto pare, proporre un concetto non basta: bisogna anche essere abbastanza inseriti nel sistema affinché il mondo dell’arte lo prenda sul serio.
Saper fare è diventato un dettaglio insignificante di fronte alle esigenze del sistema e del mercato.
Eppure, ancora oggi, si dice agli studenti che occorre essere bravi e che, prima o poi, tutto filerà liscio. Favole rassicuranti e false, che hanno come unico scopo quello di anestetizzare gli ingenui.
Non sono false soltanto perché, nel mondo dell’arte, essere accreditati conta. Sono false soprattutto perché l’arte non nasce necessariamente dall’efficienza. Può nascere dal punto di rottura.
Talvolta l’opera nasce proprio là dove una capacità non c’è. Insomma, qualcosa non funziona.
L’errore, l’inefficienza, l’inadeguatezza, persino una forma di incapacità possono diventare il punto di partenza di una riflessione che conduce a qualcosa che la perfezione tecnica, da sola, non avrebbe prodotto.
Ecco dunque la frattura riflessiva.
La frattura è il momento in cui il rapporto abituale fra l’individuo e il mondo si interrompe, per un motivo o per l’altro. La riflessione nasce precisamente da questa interruzione.
Finché tutto funziona, non c’è necessariamente motivo di interrogarsi sul funzionamento delle cose. Quando invece qualcosa si inceppa, si è costretti a una valutazione più profonda.
Faccio un esempio.
Ho sempre considerato Eugène Ionesco un genio.
Nel 1948 Ionesco cercò di imparare l’inglese utilizzando un manuale di conversazione. Il suo obiettivo era pratico: imparare una lingua straniera. Non ci riuscì. Del manuale percepì invece la ripetitività delle formule, la meccanicità delle frasi, la loro dimensione stereotipata e, in quella rigidità, qualcosa di involontariamente assurdo.
Il suo fallimento nell’apprendere l’inglese lo condusse così a una scomposizione del linguaggio, percepito come inefficiente, estraniante, convenzionale.
Fu da questa esperienza che nacque La Cantatrice calva, una sorta di frattura riflessiva: l’interruzione del rapporto automatico e inconsapevole che normalmente abbiamo con una lingua.
Ionesco, non padroneggiando l’inglese, poteva osservarlo e metterlo in discussione.
Proprio perché non era riuscito a essere bravo, aveva creato le condizioni per vedere qualcosa che la padronanza avrebbe potuto nascondere.
L’arte non deve essere dunque necessariamente efficiente o perfetta. Può anche procedere nella direzione opposta.
Uno scrittore dovrebbe comunicare; Ionesco scelse invece di mettere in crisi la comunicazione, di inceppare il linguaggio, portando in superficie l’incomunicabilità e l’alienazione contenute nelle formule quotidiane.
Così, mentre all’uomo comune viene insegnato il dovere di essere bravo, l’artista può avere l’istinto di non esserlo.
Ionesco non aveva bisogno di padroneggiare perfettamente l’inglese per scoprire qualcosa sul linguaggio. Anzi, aveva bisogno di fallire nell’apprendimento della lingua per poterla osservare mantenendo una certa distanza.
La crepa produce arte.
Individuare nelle disfunzioni, nelle contraddizioni e nelle anomalie i punti dai quali è possibile mettere in discussione una struttura significa già produrre una forma di pensiero artistico.
Questo, però, non significa che Duchamp fosse un genio.
E, soprattutto, non significa che abbia prodotto una vera frattura.
L’arte è rimasta, nella sua struttura sociale ed economica, sostanzialmente quella che era. Ha semplicemente imparato a chiamare «rivoluzione» anche ciò che il sistema era perfettamente in grado di assorbire.