Critica letteraria, borghesia, marketing

Critica letteraria, borghesia, marketing

Critica letteraria, borghesia, marketing

Critica letteraria, borghesia, marketing

Evergreen, credit Mary Blindflowers©

 

Critica letteraria, borghesia, marketing

Mary Blindflowers©

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I bene informati dicono che la critica letteraria non esiste più, che è finita quella grande e gloriosa stagione in cui accademici molto impegnati leggevano e recensivano scrittori a loro volta molto impegnati o presunti tali, e poi sciorinavano i loro pregevoli e approfonditi articoli sui giornali più importanti o sulle riviste specializzate. Oggi la critica seria ha poco spazio, tuonano i nostalgici. La critica è stata sostituita dal marketing, dalla tv in cui scrittori di dubbio talento vengono pubblicizzati da amici anch’essi di scarse qualità letterarie o da giornalisti lampo che spesso nemmeno leggono il libro che segnalano, in un crescendo di visibilità dell’oggetto-libro che garantisce la vendita. Questa è una verità solo parziale, perché se è vero che la critica letteraria ha sempre meno spazio sui giornali ed è stata largamente sostituita dalla pubblicità spiccia e superficiale di libri che spesso si rivelano essere ciofeche pseudo-letterarie per un pubblico di non-lettori, è anche vero che la critica è esistita realmente soltanto per una sola categoria di persone. Il critico non critica, e meno che mai lo faceva in passato, uno scrittore per il suo solo talento. Condizione imprescindibile per essere presi in considerazione, nel bene e nel male, dalla critica che conta, è la pubblicazione con un grosso editore. A sua volta la pubblicazione con un grosso editore avveniva in passato e avviene oggi più che mai solo e soltanto se lo scrittore ha aderenze politiche, una tessera di partito, oppure è figlio o amico di qualcuno che conta. La rivoluzione della critica che crea destini, per esempio un Roland Barthes che porta alle stelle un Robbe-Grillet di cui nessuno praticamente parla più, è uno pseudo-problema se consideriamo le cose dal punto di vista del talento. Nessun critico recensisce autori sconosciuti per il solo talento. La borghesia produce nel suo seno, da sempre, le sue finte rivoluzioni. La stessa avanguardia nasce dentro la borghesia per opporvisi fittiziamente, è una libertà pretesa dentro un cerchio di non-libertà. Si tenta una reazione che però è illusoria perché dalla rinnovata coscienza dei tarli borghesi non nasce una vera ed autentica rivoluzione culturale. La rivoluzione che si propone è settaria, di casta, di partito. Il critico marxista criticava e critica gli scrittori già agganciati che condividono la sua stessa idea politica; l’avanguardista dopo tanto baccano, io disfo, io creo, io nego, io spacco, io sono diverso, aborro la borghesia e i suoi meschini drammi da operetta, alla fine vive da borghese, è la borghesia stessa che lo nutre. Lo ammetteva lo stesso Barthes senza alcuna difficoltà nei suoi saggi critici:
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Considerando le cose dal punto di vista più ampio della storia, questa protesta non è stata altro, in realtà, che una delega: la borghesia adibiva alcuni dei suoi creatori a compiti di sovvertimento formale, pur senza rompere veramente con loro: non è forse la borghesia, in fin dei conti, che dispensa all’arte d’avanguardia l’appoggio parsimonioso del suo pubblico, cioè del suo denaro? La parola stessa di avanguardia, nella sua etimologia, non designa altro che una porzione un po’ esuberante, un po’ eccentrica, dell’esercito borghese… L’avanguardia in fondo non è che un ulteriore fenomeno catartico, una sorta di vaccino destinato a inoculare un po’ di soggettività, un po’ di libertà sotto la crosta dei valori borghesi: ci si sente meglio se si sono fatti i conti, in modo dichiarato ma ben delimitato, con la malattia… (R. Barthes, Saggi critici, Einaudi, 1966).
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Si obietterà che oggi il termine “borghese” si è dilatato nella falsa ipotesi del “siamo tutti borghesi”, pirite dell’intellettualetto contemporaneo che mente sapendo di mentire. La borghesia invece esiste, eccome. E oggi come ieri fa le sue rivoluzioni circoscritte e limitate alla sua sola casta. Che sia il marketing a suggerirci quali libri dobbiamo acquistare o la critica, la differenza è segnata solo dal tipo di approccio ad un libro che rimane sempre in mano alla casta. Come la critica di cui ci si lamenta non darebbe mai spazio al figlio di un operaio che si mette a scrivere, a meno che non faccia attivamente politica e non abbia la sua bella tessera da servo della gleba, così il marketing che certo estende i suoi orizzonti anche a libri da secchio, pubblicizza i figli rampanti dell’alta borghesia che un bel mattino si svegliano e decidono di fare gli scrittori, giusto perché si annoiano a bere drinks tutto il giorno nei salotti. Certo, diranno alcuni, la qualità, col salto dal potere della critica al potere del marketing, è decisamente peggiorata. In realtà gli scrittori pessimi sono sempre esistiti, soltanto che adesso vanno in televisione e non hanno nemmeno bisogno di essere recensiti, si improvvisano presentatori, opinionisti, pigolano a teatro recitando come cani, scrivono anche come cani perché sono cani al servizio del padrone e instaurano intere dinastie, il padre, il figlio, il nipote, la nipotina, l’amico, il protetto, tutti in tv, tutti a pubblicare appassionatamente con la grande editoria, la gran meretrice prostituitasi al denaro e dimentica dell’arte.
Marketing o critica tuttavia siamo sempre dentro un cerchio chiuso e sigillato, ed è in questo cerchio che si svolge il conformismo e la sua reazione. B si oppone ad A, definendosi alternativo, avanguardista, liberale, ma di fatto la sua liberalità, la sua forza d’urto si estrinseca sempre dentro il cerchio della sua stessa classe sociale, quell’alta borghesia di cui molti oggi negano perfino l’esistenza. Del resto quale mafioso non nega l’esistenza della mafia?
E questa mafia sottile, residuo evergreen di un passato che non vuol morire, causa principale della decadenza della letteratura e della sua morte, decide tutto. Con la passione di un becchino, decide chi è scrittore e chi no, chi è poeta e chi no, chi scrive e chi non scrive, chi è reazionario e chi ribelle, ma tutto avviene dentro il cerchio borghese. Chi è fuori dal cerchio semplicemente non esiste.
La borghesia domina la letteratura non lasciando spazio a nessun altro che non sia uscito dal suo stesso putrido deretano e scuote la testa bacata, nega, con l’acredine di chi non vuol mollare l’osso, l’evidenza, per mantenere il privilegio di casta e convincere il mondo che solo chi sta dentro il cerchio sa scrivere, il resto è tutto zero.
Un movimento culturale extra-borghese è destinato al silenzio, non ne parlerà nessuno, di qualsiasi natura esso sia, qualunque cosa proponga, nessuno si preoccuperà di capirne l’essenza né di comprendere come scrive chi vi aderisce, perché chi non appartiene alla casta viene sistematicamente escluso da ogni gioco, da ogni possibilità.
Il concetto di cultura per tutti non esiste. È un’illusione scolastica, una favoletta bellina veicolata dagli stessi media che escludono e negano l’arte, da quei becchini della letteratura che aspettano la sua definitiva agonia, mentre cercando di convincerci che viviamo in una società democratica e giusta.

L’arte è in mano alla borghesia di casta, questa è la triste realtà.

La vera rivoluzione culturale sarebbe sottrargliela per darle una dignità che, per la prima volta nella storia, sia veramente nuova ma qui ci aggiriamo sui sentieri impervi dell’utopia destrutturalista.

Quanto tempo dovrà passare prima che anche il marketing come la critica implodano definitivamente nella loro stessa inutilità? Quanto tempo ci vorrà per rompere il cerchio e dare alla luce un’arte veramente libera?

Queste domande non hanno risposta. Ma questo lo sapete già.

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https://antichecuriosita.co.uk/il-destrutturalismo-punti-salienti/

https://www.youtube.com/watch?v=vrpJB7ucC5Y

 

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