L’ora del mondo, romanzo

L'ora del mondo, romanzo

L’ora del mondo, romanzo

L'ora del mondo, romanzo

M.Meschiari, L’ora del mondo, credit Antonio Francesco Perozzi©

 

Antonio Francesco Perozzi©

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L’ora del mondo, romanzo

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Occorre innanzitutto ricordarsi di essere uomini.
Comincerei così, una nota sul romanzo L’ora del mondo di Matteo Meschiari, pubblicato a maggio 2019 per i tipi di Hacca. Ma non perché Meschiari ci inviti a un antropocentrismo di cui oggi, in realtà, son piene le fosse; semmai perché l’autore scorge tutto il limite di una weltanschauung che metta la presenza umana al primo posto, nella gerarchia del pianeta. Occorre innanzitutto ricordarsi di essere uomini: nel senso che occorre ricordarsi del nostro limite – della nostra finitudine, direbbe Foucault – nel senso che dobbiamo morire – mo’ me lo segno, direbbe Troisi.
Il concetto di Antropocene è certamente una delle chiavi di lettura di questo libro. Il concetto, cioè, che si possa individuare, nella presente, l’epoca terrestre condizionata dall’azione umana. Il concetto, ancora, che fa abdicare l’essere umano dal trono auto-assegnato in cima alla scala dei valori, e insieme attribuisce alla stessa civiltà Sapiens la consapevolezza di una responsabilità – quella nei confronti dell’ambiente.
L’ora del mondo, infatti, è un romanzo che riduce drasticamente la centralità dell’uomo tra le materie che compongono l’universo. Predominano paesaggi oscuri e selvatici, i boschi dell’Appennino, le bestie. La stessa protagonista, significativamente battezzata Libera, distrugge l’immagine della bambina di pura e candida innocenza: non ha una mano, Libera, e si presenta fin dall’inizio come forma deturpata di un topos letterario ormai scaduto, come essere inquietante e immacolato allo stesso tempo. Ma L’ora del mondo, a mio avviso, è anche romanzo di responsabilizzazione: riscoprire la dimensione naturale in cui è inserito l’uomo – ed una dimensione a trecentosessanta gradi, non ingenuamente bucolica, – il suo contatto necessario con la materialità extra-urbana del mondo, significa anche ridefinire il suo ruolo, ragion per cui Libera funziona anche come allegoria politica (“Signorina Anarchia”, la chiama il Mezzo Patriarca, forse per interposta reminiscenza deandreiana) e ragion per cui, specie verso la fine, il romanzo prende una piega metaletteraria, con la chiamata in causa dell’autore stesso, come a tirare dentro, nome e cognome, i necessari all’azione (con l’autore, noi tutti).
Nella forza di questo anti-antropocentrismo responsabilizzante, L’ora del mondo si apre senza remore, con un punto di vista che è insieme affascinato e scosso, a tutta una serie di sfere a metà tra l’uomo e l’animale, o del tutto extra-umane. Sicuramente è utile ricordare che Meschiari è geografo e antropologo: il bagaglio gnoseologico che deriva da quelle discipline è completamente rifunzionalizzato in un’ottica letteraria di nuova mappatura dell’immaginario. Libera, nel suo viaggio alla ricerca del Mezzo Patriarca perduto, attraversa una serie di luoghi – soprattutto modenesi – che sono identificati con la perizia del cartografo, ed evocati sulla pagina spesso con la tecnica dell’elenco; tecnica direi omerica, che carica la pagina di un’atmosfera arcaica e ancestrale.
Poi i Patriarchi incontrati da Libera, che sono tutte figure chimeriche: l’Uomo-Salamandra, l’Uomo-Luccio e soprattutto l’Uomo-Somaro, il compagno principale di Libera. Presenze che campeggiano sulla scena come forze oscure e inquietanti, che intrecciano l’umano e il bestiale: il “naturalismo” de L’ora del mondo non è francescano o fiabesco, è l’apertura verso una sorta di rimosso collettivo che in questa specie di dei decaduti ritrova la strada per riemergere. Con lo scopo, però, di individuare la compenetrazione tra civiltà e geologia, nell’era in cui l’umano modifica radicalmente lo spazio naturale e allo stesso tempo ne sottovaluta l’impatto: “L’ora tarda piena di buio e di ombre era la cosa migliore per immaginare la spinta sotterranea delle montagne. Libera era in cima al Tignoso e aspettava. E aspettando immaginava quel blocco monumentale di serpentino quando ancora brulicava nel fondo di un atavico oceano. E la crosta sottomarina che si scopre. E l’alterazione delle peridotiti. E i filoni colonnari. E i basalti a cuscino. E il gabbro isotropico. E il frazionamento del magma. E la Tetide. E tutta l’orogenesi appenninica. Ognuna di queste cose Libera la vedeva non si sa bene come dentro di sé perché le storie delle pietre ancestrali si srotolavano nel suo cervello come luci e colori ma senza forme senza suoni senza nomi. Sentiva l’acqua salata riscaldarsi per i vapori fuoriusciti dal mantello. Il ruscellare delle piogge che ripulivano le masse effusive dalle sabbie e dalle argille. E poi tutte le stelle e i pianeti e le nebulose incagliarsi contro gli scogli del Sasso Tignoso per ere e millenni e secondi fino al momento esatto in cui seduta sulle scaglie inospitali del grande drago appenninico tese l’orecchio al buio e disse chi va là.” (pag. 19).
L’ora del mondo è un romanzo che si espone al diverso, dove il diverso, però, non è altro che ciò in cui siamo costantemente immersi, ma rivestito da una scorza antropica che ci illude di una nostra meritata preminenza e insieme ci convince innocenti. Una nuova connessione tra geografia e letteratura – entrambe, in qualche modo, pratiche umane di mappatura, l’una dei luoghi, l’altra dei significati – può perforare questa scorza, permettere di ri-conoscere lo spazio che abitiamo, e restituire all’essere umano la dimensione che gli spetta, nel bene e nel male: “Se canti alle piante capirai” (p. 88).

https://antichecuriosita.co.uk/il-destrutturalismo-punti-salienti/

https://www.youtube.com/watch?v=HyHNuVaZJ-k

 


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