Rajberti, ceti, poesia, editoria

Rajberti, ceti, poesia, editoria

Rajberti, ceti, poesia, editoria


Di Mary Blindflowers©

Rajberti, ceti, poesia, editoria

Rajberti, L’arte di convitare, credit Antiche Curiosità©

 

Giovanni Rajberti a metà Ottocento pubblica L’arte di convitare poi riproposta da Formiggini nell’edizione a cura di Giulio Natali coi disegni di Giuseppe Mazzoni, serie i Classici del Ridere.

Di cosa si tratta?

Il titolo suggerirebbe che si parla di galateo, in modo non dissimile da altri galatei più famosi che lo stesso autore in prefazione, critica, prendendo le dovute distanze:

 

Si vorrà oppormi di primo colpo che di Galatei ve ne sono già due, e famosi: quello del Casa e quello del Gioja. E invero, se fossero due opere corrispondenti alla loro fama ve ne sarebbe già una d’avanzo: eppure ne abbisogna una terza perché la prima non si legge più, e non si può più leggere la seconda. Non si legge la prima per essere una cosuccia magrina, mingherlina, da fanciullini, un vero abecedario della creanza; oltre di che è scritta in una lingua e in uno stile che, quantunque facciano sdilinquire gli intelligenti, oggidì non sarebbero da augurarsi a nessuno; perché, a dirla fra noi ignoranti, contengono il secreto di addormentare alla prima pagina, meglio del più destro magnetizzatore. Quanto al Gioja, il suo libro è così poco italiano, il suo porgere così fiacco, stracco e bislacco, sono scelte così male le sue citazioni, e i suoi mille anedottini così insignificanti, e così abbondante quella sua artimetica ficcata negli affari di sentimento, che a leggerlo tutto è un lungo supplizio, per non dire una fortissima impresa, come a salire l’ultima vetta del monte Bianco.

 

Rajberti fa nella sua prefazione qualcosa che ormai è passato di moda, ossia criticare. Un autore che osi criticarne un altro oggi è bandito come invidioso, perciò si preferisce sempre e solo tacere. Sono finiti i tempi del politicamente scorretto.
Nel rivolgersi al suo lettore ideale però Rajberti dimostra anche una scorrettezza di altra natura, ben più snob e insopportabile, sforando nella piaggeria. Dice senza mezzi termini che il suo libro è rivolto ai borghesi, il ceto a cui anch’egli come nobile decaduto, costretto, suo malgrado, a fare il medico, appartiene. Scrive sfacciatamente che la plebaglia e il popolaccio che muore di fame non andrebbe di certo a comprarsi il suo libro, e che nemmeno i ceti alti hanno bisogno di leggerlo, dato che l’arte di saper convitare è in loro, natura:

A chi volesse sapere prima di tutto che cosa io intenda per popolo, dico a scanso di astruse e complicate definizioni, che intendo il ceto medio: giacché il ceto basso si usa e si osa ancora chiamare plebaglia o popolaccio. Io che amo poco i peggiorativi, non mi occupo di questa classe per non rubare la clientela agli ultrademocratici che si sono messi alla mirabile impresa di farne col tempo la più eletta porzione della società. Oltre di che sarebbe stravaganza ragionar di conviti a gente la quale, non che essere incapace di dar pranzi, ha un bel daffare a cavarsi la fame quotidiana… Il mio discorso poi non s’attaglia per nulla al ceto alto. Grandi e potenti della terra, ricchi nati, aristocratici, gente di puro sangue, ma distinti per modi e abitudini signorili, come se aveste un sangue, voi non avete bisogno del mio libro; anzi il mio libro avrà sommo bisogno di voi; poiché sarà dai vostri esempii che io trarrò i più sani e indeclinabili precetti di un’arte che in voi è natura…

 

Se l’autore avesse studiato un po’ meglio la storia, avrebbe scoperto che i nobili ancora a fine Settecento erano soliti buttare sotto i tavoli le ossa degli animali ingeriti, mettere le mani nei piatti altrui, se non addirittura sputare nel proprio piatto e offrire agli altri il cibo masticato. Tra le prescrizioni che Padre Antonio Magaza, gesuita, dà ai nobili convittori del Collegio dei nobili di Parma a fine Settecento, compaiono molte prescrizioni che invitano gli aristocratici a non adottare i suddetti comportamenti che evidentemente erano abbondantemente in uso. Quindi tutta questa distinzione e signorilità di cui ciarla l’autore, suona storicamente falsa e inappropriata.

Probabilmente Rajberti non ha mai risolto il conflitto del dover appartenere al ceto medio nonostante la nascita nobile e ostenta disprezzo per il popolaccio, eccessiva ammirazione per l’aristocrazia alla quale in cuor suo vorrebbe appartenere.
Nella prefazione alla parte II, dopo essere stato criticato per il modo in cui appella i ceti bassi di scarsa fortuna economica, raddrizza ironicamente il tiro:

 

Vi propongo un accomodamento… Ogni volta che voi leggerete su d’un mio libro le parole marmaglia, popolaccio, plebaglia e simili, farete l’elemosina di un soldo al poveretto: e io nelle occorrenze userò ancora quelle parole senza scrupolo, sapendo che faranno un po’ di bene a molti e nessun male a chicchessia…

 

Ma passiamo al libro in se stesso. L’arte di convitare. Si tratta più che di un trattato di galateo, di un pretesto bello e buono per parlare d’altro, di poesia e di letteratura, per esempio. Pranzi, caffè, antipasti, maiali e arrosti, libagioni varie, sono il mezzo attraverso cui l’autore riesce in due libri, a fare delle dissertazioni sull’arte, sulla censura, sulla religione, sull’editoria e sugli scrittori in genere nell’epoca dei malcontenti:

Malcontenti quei che dettano, e malcontenti quei che stanno curvi sotto alla dettatura: malcontento chi stampa, e malcontento chi legge: malcontento chi vuol essere pagato (intendo sempre dei libri), e malcontenti coloro che pagano, e perfino coloro che non pagano mai…

Il dotto più impara più sente di sapere pochissimo e più si fa cauto e guardingo nel giudicare le cose che non entrano nel raggio de’ suoi studii o nel campo delle sue osservazioni. Ma l’ignorante sa tutto: egli scioglie al momento i più ardui problemi, e ha pronto un rimedio per ogni male, e trova un provvedimento per qualunque bisogno…

Del resto, sulla questione del caro e del buon mercato in materia di libri, ho troppe cose a dirvi da non doverle rimettere in massa ad ogni occasione… Intanto sappiate in fretta in fretta che gli autori sono sempre inchiodati al dilemma: o vender caro o vender poco e restare a mani vuote: che col primo sistema so almeno di che male si muore, e non ho il coraggio di tentare la morte per inedia col secondo… che per le opere che non siano spinte da qualche attivissimo imprenditore, sono incredibili le difficoltà di superare i confini di provincia; talché poco monta la differenza dello scrivere piuttosto in lingua che in dialetto, quando non ho ancora la consolazione di sapere se mai qualche esemplare d’alcun mio opuscolo sia arrivato a perdersi fino a Napoli o fino a Roma o fino a Firenze: che in Italia lo scrivere non ha mai lasciato mettere a nessuno né carrozza né cuoco; e che anzi il mestiere dello scrittore, salvo qualche rarissimo fenomeno di operosità prodigiosa, è il più arrabbiato e povero dei mestieri; e guai a me se dovessi contare seriamente sui profitti della letteratura!

 

Sembra che l’epoca del malcontento in cui tutti, dall’ultimo autore agli editori che pagano e che spesso e volentieri non pagano, non sia mai passata. Queste osservazioni scritte nell’Ottocento, sono, purtroppo di una sconcertante attualità. Con la letteratura in Italia, senza quello che Rajberti chiama “attivissimo imprenditore”, non si fanno carte e si sta freschi se ci si aspetta di trarre profitto dai libri.

Rajberti parla anche della tradizione del “bue d’oro”, ossia l’ignorante ricco a cui i letterati potrebbero raddrizzar le corna e che invece adulano e servono:

… la coscienza dei milioni ispira allo sciocco una sicurezza di sé, una petulanza, un profondo convincimento della propria sterminata superiorità… aggiungasi che coloro i quali avrebbero la capacità di raddrizzargli le idee storte, si guardano bene dal tentarlo per non perderne la protezione…

Se in campo editoriale Rajberti è lucidissimo e descrive molto bene una situazione piuttosto evidente anche ai nostri giorni, purtroppo, appare intollerante e bigotto invece in campo religioso, consiglia infatti di non fare mai a tavola discorsi irreligiosi che condurrebbero alle più “ributtanti professioni di ateismo”.

Del resto Rajberti era stato educato in un seminario, era perfino diventato chierico per poi buttare l’abito ecclesiastico agli allori. Rimase comunque sempre un bigotto classista col merito di aver evidenziato alcune storture del mondo editoriale e letterario che ancora oggi rimangono irrisolte perché l’Italia è, sotto molti aspetti, un Paese irrimediabilmente ottocentesco in cui il peso della classe sociale e della politica fa sempre la differenza tra uno scrittore di successo e uno scrittore che mai nessuno si azzarderebbe a chiamare scrittore senza ordini precisi dall’alto.

 

https://antichecuriosita.co.uk/il-destrutturalismo-punti-salienti/

https://www.youtube.com/watch?v=m498o6DnuNM

 

 

 

 

 


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