La perfezione senza luce

La perfezione, etica senza luce

La perfezione senza luce


Di Mary Blindflowers©

La perfezione, etica senza luce

Il grillo parlante, credit Mary Blindflowers©

 

Diceva Leonard Cohen: “C’è un difetto in ogni cosa, è da lì che entra la luce”.

La luce dell’etica del difetto ha un fascino indefettibile che non dovrebbe essere mai compromesso dall’illusione notevolmente in uso e abuso un po’ in ogni campo. Questa è una società di gomma dove il difetto viene ostracizzato, coperto, limitato, truccato con accorgimenti tecnico-inutili che non cambiano e non potranno mai modificare la cruda realtà, inaccettabile per la civiltà “civile” (si fa per dire), dell’immagine. La pantomima di vita costruita a tavolino, lungi dall’esprimere e dal significare, diventa veicolo di un’illusione globale, bluff in cui gli spiriti deboli e malleabili, frutto della lapidazione del senso indotta dal bombardamento dei media su un concetto astratto e superficiale di bellezza inesistente, si attardano, cercando in una sofferenza indotta, di aderire spasmodicamente ad un modello proposto dall’alto. La temporanea estasi delle mode, dal si usa molto al non si porta più, con furoreggiare di vuote riviste specie femminili, prive di valore contenutistico interessante per qualunque essere umano si degni di sollevarsi dal ruolo di passivo contenitore di idiozia, mette in luce la perfezione ritoccata in foto improbabili di donne svuotate di senso che tutti dovrebbero imitare e di cui gli uomini stile Neanderthal con clava in mano e cervelletto in vacanza, si affrettano a dire, ah se le donne fossero tutte così. Il difetto che in verità può anche essere motivo di attrazione, si nasconde dentro lo stipo impolverato di un tempo in cui muore il legame quasi scontato, perfino banalmente ovvio, tra imperfezione e realismo. Se poi si aggiunge l’estrema aleatorietà del concetto stesso di difetto e bellezza, variabili a seconda delle epoche storiche, ci si può facilmente rendere conto di come tutto l’affannarsi alla ricerca dell’ideale che non c’è, sia, in fin dei conti, soltanto una grande operazione pubblicitaria che serve ad indottrinare le masse. La perdita dell’estetica dell’imperfezione è una perdita artistico-concettuale di grande negativa portata, un totale depauperamento di valori individuali a favore dell’etica imperante e spesso distorta del proprio gruppo di riferimento, in nome di un’integrazione populistica che è finzione, appiattisce il senso critico con la scusa di evitare il ridicolo démodé (che poi ridiventa moda, se qualcuno lo decide), uccide le esuberanze estrose della personalità, creando degli stereotipi che spesso collegano l’esteriorità con il modo di pensare. Così il punk avrà i capelli verdi, il direttore di banca la cravatta e i gemelli ai polsi.  Le scarpe da tennis, i giubbotti anti-pioggia, le magliette, verranno definite con il nome della marca anziché semplici scarpe, giubbotti, magliette, perché il nome definente etichetterebbe la qualità, lo status sociale di chi lo porta, la quantità di quattrini che giace dentro il suo portafoglio. 

L’oggetto siamo noi, è la nuova etica dell’uomo contemporaneo che si adegua all’ideale costruito ad hoc per soffocare sul nascere ogni pensiero trasversale, ogni iniziativa individuale, tant’è che tutto diventa oggetto di moda preimpostata, perfino la cultura. Comprare l’ultimo libro dello scrittore onnipresente in vetrina in un dato momento storico, per poi dimenticarselo man mano che la pubblicità si affievolisce, è diventato routine. Si compra stancamente su indicazione dei media, si legge poco, male e ci si affida ai recensori dei giornali ad occhi chiusi, come se fossero oracoli. Se la Pizia sentenzia, tutti corrono a comprare. Il libro diventa come un vestito, un’impronta sociale, un modo per dire, vedano, ce l’ho pure io, sono o non sono cool?

Lo stesso accade per il cibo. Cibi improbabili, costruiti dentro laboratori di ingegneria genetica, oppure frutta esotica intera o in succo propagandato come elisir di lunga vita; cereali importati da terre lontane, responsabili di massicce deforestazioni per aumentata richiesta del prodotto, sulla spinta di pubblicità assurde, diventano moda imprescindibile, etica di un’appartenenza specifica, elemento identificatorio dentro un circolo chiuso.

Non solo indosso abiti alla moda, ma leggo libri alla moda, giornali alla moda, mi trucco alla moda, mangio cibi d’eccellenza. E in tutto questo delirio l’imperfezione? Che ruolo ha?

Nessuno, perché lo scopo dell’appiattimento delle menti non è mai la valorizzazione dell’autenticità, ma l’edulcorazione di un mondo fittizio il cui elemento principe, dal selfie della propria faccia filtrata, al cibo, al vestito, fino all’ultimo libro letto, diventa un carillon dove tutto è perfetto ma di luce se ne vede ben poca.

https://antichecuriosita.co.uk/destrutturalismo-e-contro-comune-buon-senso-psico-pillole/

https://www.youtube.com/watch?v=d0W9HKQQJMA

 


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