Verità e ragione nelle polemiche sul nulla

Verità e ragione nelle polemiche sul nulla

Verità e ragione nelle polemiche sul nulla


Di Mary Blindflowers©

 

Verità e ragione nelle polemiche sul nulla

Le polemiche sul nulla, drawing on sketchbook by Mary Blindflowers©

 

Il termine polemica deriva dal greco “πολεμικός”, “attinente alla guerra”.

La polemica da guerra grezza, di parte e interessata, diventa sottigliezza, spiraglio di aspirazione dell’oltre, quando è scevra da isterismi e frustrazioni personali, da logorii interiori che possono condizionare il giudizio individuale e renderlo “emotivo”. La polemica può essere feconda di risultati positivi solo se priva di invidie e malanimo verso l’interlocutore. Si tratta di un’arte che paragonata alla maieutica, può essere esercitata in tutta la sua dirompente forza espressiva, in tutto il suo valore di indagine e scavo interiore, soltanto se si parte da una base concreta e reale, purgata da fantasie ed interpretazioni soggettive.

Immaginiamo di avere davanti due interlocutori A e B.

A dice che lo scrittore Y ha alcune parti narrative che non lo convincono del tutto. B legge, interpreta, sostenendo che A ha sostenuto che lo scrittore Y è “carta igienica”. Il problema vero è che A non ha mai detto questo. Partendo però da questa falsa interpretazione, B imposta tutta la sua confutazione che sfocia ben presto in polemica. B cita continuamente autori famosi, saggisti, filosofi e narratori, sostenendo con forza la propria opinione, rinforzandola con il citazionismo compulsivo. La polemica diventa sterile, fine a se stessa. B polemizza sul nulla di un’affermazione mai affermata dal suo interlocutore e continua imperterrito a discutere su una base falsa. Su questa base imposta tutto il suo discorso, le sue energie di appassionato di letteratura.

È morto l’ascolto dell’altro, quella capacità sottile di capire senza filtri, senza dover aggiungere ingredienti personali alla minestra altrui, è morta anche la confutazione su basi reali e solide, sostituite da un sensazionalismo spiccio in cui non si analizza ciò che l’altro dice realmente ma ciò che si pensa soggettivamente che abbia detto e si imbastiscono i discorsi sulla interpretazione di un’affermazione di cui viene traviato completamente il senso.

Il citazionismo continuo e reiterato poi serve come rafforzativo della purga da servire agli interlocutori ma non può cancellare il fatto che la base resti falsa perché ab initio è mancato l’ascolto, la comprensione delle ragioni dell’altro, la capacità di capire realmente ciò che ha detto.

La polemica intelligente non mira alla distruzione dell’interlocutore o alla sua umiliazione, ma all’oltre, è come una recensione onesta. Lo scopo di una recensione onesta è definire la struttura di un’opera letteraria, intuendone il significato profondo, ben sapendo che qualsiasi tentativo di definizione potrebbe anche essere inutile, se non errato. Chi recensisce sa bene che c’è un certo grado di soggettività da tener presente sempre. Il lettore potrebbe anche trovare un senso che l’autore non ha mai voluto dare al testo oppure sì, glielo ha dato ma inconsciamente, senza neppure rendersi conto. È la magia della letteratura, lo sfuggire di mano all’autore stesso, il fatto che poi voli da sola, come una figlia ribelle.

La differenza tra una recensione e una discussione dialettica, tuttavia è evidente. Il libro resta come testimonianza, è un documento, un dato di fatto, interpretabile certo, ma presente anche fisicamente, specie nel caso dei libri di carta. Invece le discussioni sono volatili, impalpabili, si perdono nell’aria, è più facile in una discussione modificare il senso originario di ciò che l’interlocutore voleva dire, è più facile partire da una base falsa e costruire anche in buona fede su tale friabile fondamenta, un discorso infervorato e citazionistico che però si depaupera di senso perché la frase su cui si è imbastito il dialogo, è stata interpretata e non compresa, ed è sull’interpretazione e non sulla comprensione reale che si gioca.

Scopo principe di una discussione letteraria come di una recensione non è l’attacco sfrontato all’interlocutore, non è l’alterazione forzata delle affermazioni altrui travisate e manipolate per ottenere ragione, non è nemmeno l’imposizione della propria opinione, semplicemente è frutto di un ragionamento logico che però deve sempre obbligatoriamente partire da basi concrete e non falsate, in modo da sviluppare un discorso coerente, solido e ben strutturato che sia esente soprattutto da antipatie personali e da vanità.

Non si può fare nessun discorso sull’arte con il metro della simpatia e dell’antipatia, un metro inutile, controproducente, che serve a ben poco in termini artistico-letterari ma alimenta il gossip da cortile, scivolando dalla polemica dell’oltre per l’oltre, alla polemica del nulla per il nulla; dalla critica obiettiva, alla critica emotivamente sfacciata che sui social per esempio, chiama in aiuto la cavalleria degli amici con un unico scopo, coltivare il nulla. Questo accade perché, come diceva Schopenhauer ne “L’arte di ottenere ragione”, il pubblico potrebbe non essere interessato alla verità, quindi molti preferiscono con qualsiasi mezzo, lecito e illecito, vincere la battaglia verbale piuttosto che avere realmente ragione, in quanto la vanità umana è tanta e tale, che sono in pochi ad accettare l’idea di essere stati confutati con argomenti validi e onesti. Quindi alcuni parlano prima di pensare poi si accorgono di avere torto ma la loro vanità li spinge a continuare a fingere di avere ragione, il vero appare falso e il falso vero.

https://antichecuriosita.co.uk/destrutturalismo-e-contro-comune-buon-senso-psico-pillole/

 


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