Poeti, dove dovete andare…

Poeti, dove dovete andare...

Poeti, dove dovete andare…


Di Mary Blindflowers©

Poeti, per andare dove dovete arrivare, sapete dove dovete andare?

The Dolls’ Room, mixed media on canvas by Mary Blindflowers©

 

Ci sono oggi diversi tipi di poeti: i nostalgici stile Ottocento pieno che vorrebbero far rivivere ardori romantico-floreali con punte medioevali chiamando il cuore cor che si spaura, sollecitandone i tumulti con qualche svenimento stile romanzi alla Carolina Invernizio; gli pseudo-maledetti, che invece al contrario, pensano di proiettarsi nel futuro infarcendo i loro componimenti di parolacce varie, facendoli rassomigliare a deliranti fagotti turpiloqui post-sbornia d’assenzio o antidepressivi sintetici, stile In quel caffè gremito di imbecilli” verlainiano “Omaggio dovuto”; la sublime specie degli elencatori, che compilano una sorta di elenco del telefono con parole più o meno difficili o inusitate saccheggiate dal vocabolario e buttate lì più o meno a casaccio; i prosatori, aborritori indefessi della rima di prima e tuttologi per cui la poesia contemporanea non deve assolutamente rimare che è una cosa volgare, volgarissima, da plebei. Si scrive dunque in prosa e la si fa andare a capo come capita capita, senza un senso logico, perché la tuttologia prevede che tutto sia poesia e che nessuno al mondo possa dire cosa sia e cosa non sia la poesia che rimarrebbe essenza indefinibile; i rimatori filastroccheggianti per cui la poesia è solo rima per lo più baciata e notevolmente abusata, in filastrocchine che van bene per la mente eternamente vuota che li quota e li vota likando e sorridendo con l’aquilone in mano. Ma nel nostro acquaio poetico ci sono anche gli intoccabili tradizionalisti tesserati, che cercando malamente di imitare i grandi poeti del novecento stile Montale o Quasimodo, tossetta di prammatica nei readings e dandosi un tono pomposo-sacrale, scrivono due righe come se fossero oracoli venuti al mondo a miracol mostrare, perle di saggezza da diffondere alla brezza perlopiù fetente dei loro estimatori di partito che plaudono al miracolo come se avessero visto liquefarsi il sangue di San Gennaro venuto a salvare da mali e disgrazie. E non dimentichiamo i poeti instagram, che le grandi case editrici dicono di pubblicare perché le loro facezie da quinta elementare presa di sera dopo aver battuto la testa contro il nulla, avrebbero un seguito spaventoso, un numero di followers prodigioso. Non dicono gli editori che quelle pecorelle followers sono state pilotate precedentemente da una grande operazione di marketing che fa sempre tanta presa sulle masse perché si sa i lettori sono pochi, bisogna pur mangiare a questo mondo, costi quel che costi. Poi ci sono i poeti nati per gemmazione, quelli che sono poeti perché il padre loro era poeta, e quindi essi non possono con un simile sangue nelle vene e una siffatta eredità, che proseguire facilmente e senza intoppi, la mirabolante carriera del padre.

Ancora più curiosi dei poeti son gli estimatori e i detrattori dei poeti che a parte rari e odiatissimi casi, sono praticamente delle amebe, sorta di organismi unicellulari che con un solo tasto-cellula svolgono due funzioni separate, ammirare, disprezzare. Le due funzioni si attivano soltanto a comando, quando un signore o una signora che scrive in qualche testata importante esprime un giudizio positivo su un poeta, essi fanno sì e plaudono, e ridono e gioiscono e portano il poeta citato in trionfo sulla loro monocellula grigia polifunzionale al potere. Quando un critico dice no ad un poeta, la monocellula si attiva nella funzione di disprezzo e tutte le amebe all’unisono cominciano a criticare quel poeta, parlandone il peggio possibile. Dei poeti di cui la critica che conta non si occupa, perché pubblicano con editori piccoli, le amebe, non avendo nessun pensiero proprio, interdipendente dal super ego dominante, non si occupano e sospendono il giudizio per evitare compromissioni future. Non hanno praticamente parere, mettono il povero poeta sconosciuto nella lista dei non classificati e si guardano bene dall’esprimere un giudizio sia nel bene che nel male. L’unico caso in cui la loro micro-monocellula può subire una sorta di attivazione automatica, è come risposta pavloviana ad un insulto, ad un’offesa, allora l’ameba mediterà vendetta e potrà posizionare il suo giudizio sul tasto disprezzare. Al contrario in caso di lode sperticata al suo operato, potrà posizionare la sua unica cellula in modalità riconoscenza utile, lode lode lode ricambiata. Così il voto di scambio poetico può stare tranquillo per una futura carriera d’innocuità programmata e di mente dilavata.

C’è un interscambio culturale continuo tra poeti emergenti ed editor, consistente nella lisciata strategico-funzionale dell’editor di turno, attraverso piccole garbatezze, like sui social, richiesta di autografi sotto poesie spesso orrende ma giudicate epocali, condite da complimenti vari elargiti a profusione, acquisto di libri dell’incensato, con inchini, minuetti, balletti e foto che dimostrino l’acquisizione del prezioso reperto, considerato importante come una reliquia di santo, con sorrisi per lo più ipocriti ma in compenso fortemente motivati dalla volontà di arrivare dove si vuole arrivare e dove non sempre, nonostante questi movimenti peristaltici d’ameba, si arriva, perché la concorrenza tra amebe è tanta.

Insomma poeti, per andare dove dovete arrivare, sapete dove dovete andare?

Io una risposta pronta ce l’avrei, ma non ve la dico per non farvi dire che sono volgare.

https://antichecuriosita.co.uk/destrutturalismo-e-contro-comune-buon-senso-punti-fermi/

https://www.youtube.com/watch?v=YfLUYSxCmyw


Comment (1)

  1. Michele Nigro

    Pienamente d’accordo con buona parte dell’articolo e soprattutto interessante il mood invettivo al punto giusto… Questioni su cui meditare seriamente…

Post a comment