Passato, presente e futuro dentro il contemporaneo

Passato, presente e futuro dentro il contemporaneo

Passato, presente e futuro dentro il contemporaneo

Di Pierfranco Bruni©

Passato, presente e futuro dentro il contemporaneo

La metafora del mare,  credit Mary Blindflowers©

 

 

C’è uno scontro antico che passa attraverso due idee portanti che focalizzano il tempo moderno. Uno scontro giocato nella metafora del mare. Il Mediterraneo – Adriatico e il Pacifico. Siamo invasi dalle metafore. Soprattutto in termini di consapevolezza letteraria. Ma siamo altresì occupati dalla cultura dei feticci, la quale ha saputo disegnare molto bene lo scontro – incontro tra Occidente ed Oriente.

La modernità è sul sentiero di questi due temi. Il tempo è un presente, un futuro e un passato che è dentro il contemporaneo. Il moderno è anche un’epoca della coscienza e si acquista consapevolezza quando ci si rende conto che entrando nel presente si avverte quel senso di nostalgia che invade, involontariamente, il viaggio. Ci sono i confini che oltrepassano il contemporaneo e a volte si confondono con l’attuale.

I tre punti della discussione che si pongono all’attenzione sono il moderno, il contemporaneo e l’attuale in questo nostro Occidente che non dimentica l’incontro tra Adriatico e Mediterraneo. La civiltà degli sradicamenti che ci ha attraversato deve fare i conti con questi tre modelli che si agitano non solo nella società ma nella storia dei popoli.

I popoli certamente occupano una loro fisionomia simbolica nella cultura della nostalgia perché la loro identità centralizza nell’uomo la chiave di lettura dell’essere di un’epoca. Scrive Octavio Paz: “L’uomo moderno si è definito come un essere storico. Altre società hanno preferito definirsi secondo valori e idee diversi da quelli del mutamento: i greci veneravano la Polis e il cerchio ma ignoravano il progresso; Seneca, come tutti gli stoici, fu tormentato dall’idea di eterno ritorno; Sant’Agostino credeva imminente la fine del mondo; San Tommaso costruì una scala (o gradi dell’essere) della creatura al Creatore…”.

La crisi delle ideologie non ha fatto cadere le utopie. Le utopie continuano nell’insistenza dei valori ma il problema reale è un altro. La confusione di questi ultimi decenni ha interessato un intreccio perverso che ha riguardato ideologie e valori. Ci sono stati condizionamenti certamente. Ma la sconfitta delle ideologie avrebbe dovuto portare ad un rafforzamento dei valori. Valori che non sono utopie. I limiti della modernità toccano proprio questa faccenda. Dopo tutto, ciò che rimane è l’utopia perché rappresenta la ricchezza di una nuova stagione di eretici che hanno senso se hanno il coraggio di non accettare la modernità come fattore condizionante del processo culturale in atto.

Tradizione e modernità? E’ come se ci trovassimo a fare i conti con radicamenti che sottolineano incontri e scontri tra civiltà. Paz, comunque, pone davanti questo interrogativo che mi sembra abbastanza provocatorio. “Fine delle utopie? No, piuttosto esaurirsi dell’idea di storia come fenomeno di cui si conosce in anticipo lo sviluppo. Il determinismo storico, aggiunge, è stato una fantasia costosa e sanguinosa. La storia è imprevedibile poiché il suo protagonista, l’uomo, è l’indeterminazione personificata”. La fine della storia comporta la riappropriazione di una identità che non è solo dell’uomo in sé ma dei popoli, i quali non nascondono di avere quotidianamente una profonda nostalgia da mostrare e da offrire.

Il fatto sul quale occorre riflettere è che abbiamo preso coscienza che “la modernità non sta al di fuori ma dentro di noi”. Le metafore sono nuvole che avvolgono ma ci chiariscono esistenzialmente, filosoficamente ed eticamente il cammino che abbiamo intrapreso. Un cammino che può essere “vinto” soltanto dall’utopia. Il tempo e la morte sono dentro l’utopia che si manifesta sotto forma di segni e di simboli. In un’età come quella che viviamo, in cui la modernità è il risibile della vita e del quotidiano, le leggi del mercato sono le leggi del presente. Ovvero sono le leggi di una economia che dovrebbe stabilire le regole del vivere, del presente e della “presenza” dell’uomo nella civiltà. Ed è vero che il moderno spezza il filo con il passato. Forse più che con il passato rompe con la memoria. Se accettassimo questa visione resteremmo senza sentimenti. Le leggi del mercato o dell’economia possono regolare l’ordine del tempo e della morte? Cosa ci riscatta dal tempo? Dal tempo che fugge!

Cosa ci riscatta dalla morte che crea il vuoto? Se non avessimo la capacità di afferrare la memoria che è dentro i nostri incantesimi di una cultura che fa fede alla tradizione e anche all’utopia, dimenticheremmo tutto. Saremmo come fiumi che vivono e sanno vivere solo il presente. Ma ad ogni presente si aggiunge un altro presente senza renderci conto che quel presente vissuto è dentro il senso del passato e continua ad essere non solo passato ma vita.

Non è un modo come un altro per esorcizzare la morte o per inserire il tempo nel labirinto. No. Vogliamo solo uscire dalla modernità attraverso il presente stesso che diventa contemporaneità ma che deve avere la forza di lasciarsi depositare nella memoria del nostro essere. Ci siamo resi conto che l’economia ha bisogno di far crescere nella coscienza collettiva il “moderno” allontanando il concetto di “tradizione”. Così non può essere. Deve, invece, nascere una ribellione che porti oltre. Questa nostra età ha bisogno di ritrovare e di recuperare la pietà. Saremo capaci di non farci intrappolare dai meccanismi che non conoscono i segreti e i misteri del tempo che è nella vita o del tempo che è dentro la morte?

“Dobbiamo imparare a guardare la morte in volto”. E’ questo il suggerimento che ci viene da Paz. Perché, indubbiamente, “Anche la morte è un frutto del presente”. E questo presente “è una sfera dove si riflettono due immagini, l’azione e la contemplazione”. Il presente occupa la modernità e la occupa sia in termini storici che etici. Guardare la morte in volto significa confrontarsi con il presente perché è nel presente che assume una consapevolezza. La morte deve essere la consapevolezza dell’umano che pur vivendo nel presente la morte stessa non si mostra con la coscienza dell’umano.

La modernità ha i suoi confini ma ha fortemente, all’interno, i suoi conflitti che si traducono in uno scontro. Quello stesso scontro che si avverte tra l’ideologia e l’utopia. Non possiamo considerarci figli della modernità. Sarebbe troppo semplicistico ma anche anacronistico e contraddittorio sul piano etico. Se la modernità è il futuro, questa, non può convivere con il presente senza un attraversamento di quel tempo che si richiama alla memoria e che fa della memoria una metafora.

Ovvero: la modernità sta alla contemporaneità come il futuro sta al passato. Da qui una indicazione che sollecita una valenza anche di natura letteraria perché è la letteratura che si serve di quei riferimenti che non sono solo culturali ma soprattutto esistenziali. Una lettura che ha principi portanti e sottolinea un dato essenziale. Abbiamo bisogno, costantemente, di confrontarci con il moderno e con l’essere del moderno. Non bisogna disconoscere che il nostro futuro è una memoria che continua a vivere nella certezza dei valori di riferimento che ognuno di noi si porta dentro. Ma soprattutto nella certezza di una civiltà che ha vissuto un attraversamento epocale, che si è raccolta nella dignità di una tradizione e che vive nel viaggio del presente. Di un presente che è azione ma soprattutto si avvia, nei riferimenti del tempo, ad una più vera e sentita contemplazione.

Se leggiamo i conflitti che si agitano nel concetto di modernità ci si rende conto che la modernità stessa vive in mezzo a noi perché per sopravvivere non può fare a meno del passato. Di quel passato che si ridisegna nel tempo della memoria. In questi termini il rapporto modernità – presente non solo vive nel nostro quotidiano ma è il nostro quotidiano che si serve delle tessiture della memoria.

I confini, oltre che essere nella società, sono in ognuno di noi e ognuno di noi vi trova i propri confini indefinibili. Il tempo della modernità è altro dal tempo della contemporaneità e i loro profili non si intrecciano né ideologicamente né metaforicamente. Ma sono costantemente attraversati da quella età che ha segnato la stagione della fine degli “ismi” o meglio l’inizio di una nuova epoca che si focalizza nel disegno dei post.

Siamo, ormai, tutti post e travolti da questi due “emisferi” che si caratterizzano nel sentiero della modernità e in quello della contemporaneità. Ma vi troviamo pezzi di civiltà che non si dimenticano e si evidenziano in questo mondo Occidentale che ha nostalgia di modelli Orientali e in un mondo Orientale che vorrebbe imitare i retaggi dell’Occidente.

 

https://antichecuriosita.co.uk/destrutturalismo-e-contro-comune-buon-senso-punti-fermi/

 

 

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