Quasimodo e il porto

Quasimodo e il porto

Quasimodo e il porto


Di Pierfranco Bruni©

 

Non si dà poesia senza mito e senza favola

Poesia, credit Mary Blindflowers©

 


Quasimodo esprime tutto ciò che rimanda a una mediterraneità e che ha richiami pirandelliani nel “Mal Giocondo”. Pavese si inserisce in questa dimensione recuperando il D’Annunzio de “La pioggia nel Pineto” dopo aver attraversato in modo profondo la poesia ungarettiana e il confronto con la poesia-immagine metaforica di Palazzeschi.
Se Quasimodo diventa (ed è) l’ombra di Platone, in cui gli echi vengono ascoltati e riportati sulla pagina, Ungaretti non è soltanto l’ombra di Socrate o di Seneca spagnolo, ma è anche la visione esistenziale tragico-drammatica di Pavese.
Il filo cuce e ricuce le tomaie delle epoche e dei linguaggi. Il poeta usa i linguaggi servendosi dei sentimenti, delle emozioni, della memoria, della favola.
Non si dà poesia senza mito e senza la favola. Il realismo non fa poesia. La fase poetica quasimodiana che seguirà a “É subito sera” (successiva al ’42), tranne in alcuni casi, risulta intrappolata in una nicchia mediante un meditare il tipo di ricerca, senza riuscire a lambire gli apici estremi della liricità.
Ungaretti manifesta una sua continuità, un progetto, esattamente come Pavese. In Quasimodo non esiste progettualità. Si avverte un deciso cambiamento stilistico e contenutistico della sua lirica tra la prima e la seconda fase.
Una diversità di tematiche, oltre che di linguaggio, di lessico, di semantica, di problematicità e di confronto con la vita, con l’essere, con il concetto di tempo e di spazio.
Quasimodo resta la filosofia di Platone come ombra, ma oltre questa misura filosofica non riesce a spingersi. Alcune poesie scritte in Russia risultano illeggibili dal punto di vista della poeticità, mentre Ungaretti è il mistico che possiede un suo percorso lineare, pur nelle divergenze della ricerca e nella dimensione dell’essere tempo, spazio, metafisica e oltre metafisica.
Il punto di riferimento è Leopardi.
In Quasimodo non c’è la meditazione delle Operette morali, né l’operazione di una riflessione su un immaginario quale può essere la sera, la luna, la siepe, il venditore di almanacchi, il rapporto con Plotino. In Leopardi è visibile questo discorso, come lo è in Ungaretti e in Cardarelli.
Pavese, invece, pur attraversando il mitico percorso greco, si confronta con un’altra realtà che abbandona. La realtà della letteratura americana. Della letteratura americana, Pavese recupera magistralmente, tra gli altri, Hemingway. “Il vecchio e il mare” è il suo punto di riferimento, il suo dialogare in solitudine e anche la sua contraddizione.
Quello che ha scritto meno di tutti è Cardarelli. In lui ci sono delle lezioni leopardiane che vanno oltre “Il sabato del villaggio” che non è parola infinita, eterna. Pavese non si pone il problema dell’oltre eterno, ma il problema dell’infinito. Ungaretti, invece, si pone costantemente il tema dell’eternità che diventa fondamentale.
In Quasimodo non si respira il concetto di eternità, bensì quello della presenza, imprimere un immaginario nel presente. La poesia di “É subito sera” è il presente che viene fotografato attraverso delle icone straordinarie, come il raccontare il suo legame con il padre novantenne, o la magia alchemica che si vive in “Mater dulcissima” o come in “Lamento per il Sud” in cui riaffiora Garcia Lorca.
A questa fase poetica farà riferimento in seguito Vittorio Bodini, quando parlerà delle sue case bianche del Sud. Un Sud che in Quasimodo diventa profondamente mediterraneo.
In Pavese non c’è il Sud, ma la mediterraneità. “Qui tutto è greco” diceva da Brancaleone, “perfino le donne hanno il camino greco”.
Siamo in una geografia in cui la grecità è profonda, vera, tangibile e il tema del mare, che diventa il tema dell’acqua, è un dato ancestrale. Pavese aveva il suo Po, ma a Brancaleone ha trovato il suo mare. Scrive un romanzo dal titolo “La spiaggia”, risultato di un percorso in cui è presente D’annunzio. In Ungaretti ci sono i fiumi della vita, il mare di Alessandria D’Egitto.
In Quasimodo non c’è il porto, diversamente da Ungaretti nel quale abita il Sepolto porto. Un porto che in lui diviene nubifragio, in Pavese “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” e in Quasimodo ” La Terra impareggiabile”. Si avverte qui la diversità tra questi grandi poeti che hanno segnato un’epoca: il Novecento.
Non è necessario andare oltre.
Penetrando questi poeti, che hanno il loro incipit in Pascoli e in D’annunzio (si pensi al Pascoli di Calipso e al D’Annunzio de “La città morta” o della teatralità di Iorio), il gioco si deve disputare tra una poesia che si accosta alla filosofia e una poesia che può fare a meno della filosofia, tesi sostenuta da Maria Zambrano.
Poesia e filosofia sono punti di grande riferimento. La liricità del pensare si incontra e interagisce con il pensare del verso nell’immediatezza, in questa immediatezza Maria Zambrano recupera Garcia Lorca. In Quasimodo, quando si cerca la cronaca a tutti i costi, emerge anche una parvenza prevertiana (La pioggia di Prévert).
Uno dei massimi esponenti della poesia esistenzialista che rappresenta un faro soprattutto per i cosiddetti “poeti impegnati”. Molta poesia di Prévert è calcata da Quasimodo.
L’ombra di Platone è l’ombra della ricerca della metafisica. Il dolore di Socrate diventa la saggezza di Seneca, che sono parti integranti nella “profezia” di Ungaretti il cui dolore diventerà religiosamente la “Terra promessa”, non una terra reale, geografica, ma la terra dell’anima.
Il processo poetico attraversato finora è una visione in cui a partire dall’ombra di Platone, visualizzando le maschere di Socrate e di Seneca, vivendo l’istrionismo di D’annunzio, giunge alla tragicità di Pavese. Il poeta delle Langhe ci lascia con un testo in cui pone come cesellatura la frase di Shakespeare: “Tutto è ripetizione”.
La poesia non è altro che un ripetere le ferite, le macerie, l’allegria ungarettiana di un naufragio che è la vita stessa in un confronto tra eros e thanatos.
Platone trova la sua caverna. Socrate e Seneca trovano la morte. Quella con la quale vivranno Ungaretti con il suo dolore e Pavese con la tragedia della fine.

https://antichecuriosita.co.uk/destrutturalismo-e-contro-comune-buon-senso-punti-fermi/

https://www.youtube.com/watch?v=QHzKx3R3slM


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