Giuseppe Ungaretti e il suo viaggio nel Novecento

Giuseppe Ungaretti e il suo viaggio nel Novecento

Giuseppe Ungaretti e il suo viaggio nel Novecento


Di Pierfranco Bruni©

Giuseppe Ungaretti e il suo viaggio nel Novecento

Si sta come d’autunno, credit Mary Blindflowers©

 

Si va verso i cinquant’anni della morte di Giuseppe Ungaretti. Era nato ad Alessandra d’Egitto l’8 febbraio del 1888. Morì a Milano, il 1º giugno del 1970. Ungaretti è il viaggio nel Novecento delle poetiche. Se con Salvatore Quasimodo si può parlare dell’ombra di Platone, ovvero degli echi che si ascoltano nella caverna platoniana, facendo riferimento esclusivamente alla prima parte della sua poesia (quella fino al 1942 che raccoglie le liriche che costituiscono il nucleo centrale di tutto il vissuto di Ed è subito sera), con Giuseppe Ungaretti si va oltre. Molto oltre e si penetrano i sottosuoli di un mondo carsico in cui ci sono ombre e caverne ma fiumi e radici d’Egitto.
Ungaretti non è soltanto un poeta fulcro centrale del primo Novecento. È il mistico che attraversa Socrate e Seneca nell’attrazione della trasparenza e nel sublime di una parola che si fa metafora e che diventa metafisica.
Ungaretti scava nella sua profonda religiosità, rinvenendo Enea, lambendo i confini della profezia, della terra promessa e non della terra impareggiabile.
Il concetto di “terra promessa” diventa in Ungaretti il legame tra una visione latina e una dimensione biblica. Il concetto biblico è un riferimento ancestrale perché oltre la Sicilia di Quasimodo c’è Alessandria D’Egitto, il luogo natio, quel porto sepolto che diviene metafora dell’anima.
Il “porto sepolto” non è solo la geografia del luogo che gli diede i natali, ma la geografia di tutta la sua anima. Quel vivere tra i porti, nelle acque, nei riferimenti in cui il senso del dolore è il vero dolore e lo scavo nell’arcaico misticismo della sofferenza. Il porto sepolto, che dà avvio ad una fase poetica post-pascoliniana e post-dannunziana, costituisce il “ricovero” di uno svolgimento in cui il tema del mito confluisce nel tema della fluidità dell’acqua. Ciò lo condurrà all’acqua dei fiumi. Elemento acqua, che per un poeta come lui, o come D’annunzio e Pavese, simboleggia la purificazione.
Il tema di Didone, affrontato da Ungaretti, diventa centrale in quella mistica in cui pone, in una interrelazione mitico-simbolica, il viaggio omerico e il viaggio virgiliano. Ecco perché in lui la figura di Socrate corrisponde a una figura ontologica, espressione non solo di una metafisica che si supera, ma di una filosofia che non contiene logica, né razionalità, ma soltanto pensiero.
Pensiero e concetto di morte vissuto all’interno di un processo esistenziale sempre più enigmatico, fino a divenire senso dell’assurdo. La morte del figlio Antonello è la vita nell’assurdo, la morte vissuta nella quale riesce comunque a trovare l’appiglio alla cristianità. Quell’andare oltre la morte stessa approdando al concetto di rivelazione.
Ungaretti vive con i versi di Omar Khayyam e con quelli di Rumi.
Siamo in un mondo mistico in cui al misticismo del tempo subentra il misticismo dell’essere. È presente una diversità di fondo rispetto al viaggio della solitudine di Cardarelli, l’altro grande poeta del nostro Novecento che ha raccontato una poesia in cui il mondo persiano è quello dei Sufi ma è anche quello del concetto di Khayyam, al quale dedica stupendi versi.

Con Cardarelli la poesia è poetica della malinconia. Cardarelli raccoglie le nostalgie nel vento del ricordare. Una poesia che ha il Novecento nelle parole come in Ungaretti. Il mondo arabo è nel suo racconto di poeta etrusco come il Nilo è nella vita e nell’immaginario di Ungaretti. Per entrambi gli amori non finiscono perché la bellezza ha il canto dei gabbiani sul mare degli Infiniti. Gli amori non passano. Ci dimenticano e siamo noi a non dimenticare. I ricordi restano le lunghe ombre della nostra vita e il passato ci sorprende con le sue stagioni mentre vivere è restare nella vita e morire è una giovinezza oltre la fine.
Ovvero la presenza di Leopardi è una costante. Infatti, scrivere è guardare negli occhi la vita perché la poesia non ha orologio e il tempo ha il silenzio dei notturni.
Tarquinia è essere paese tra le vie dell’infanzia per Cardarelli e Roma, per Ungaretti, è vedere le nuvole attraversare lo sguardo dei Mediterranei. Gli amori per Ungaretti hanno la dolcezza del canto nel deserto e per Cardarelli diventano un ascoltare le sere tra le mani vissute.
Il concetto di poesia non viene vissuto come liricità, bensì come ricerca di un assoluto. Quell’assoluto che lo condurrà a distanziarsi dall’immaginario delle radici che vive in Quasimodo, ossia l’immaginario della madre sofferta, per avvicinarsi, attraverso una forte empatia, a quello di Leucò che vive in Pavese, destinato a divenire il vero vissuto ungarettiano (anzi diventa tutto il contrario perché è Pavese che alla fine recupera il viaggio cardarelliano).
Ungaretti compie un viaggio tra il porto sepolto, il dolore e la terra promessa. Ungaretti è il poeta del viaggio in cui la figura di Seneca metaforizzata lo conduce a raccontare, in modo sublime e onirico, Ulisse ed Enea.
La terra promessa è la profezia, ma è anche la terra di Mosè che diventa il vissuto di Cristo. La problematicità di Ungaretti attraversa tutto un Novecento che ha vissuto il senso orante e pregante degli occhi di San Francesco all’interno del Vittoriale di D’annunzio.
Sono portato a escludere le cronache e le critiche letterarie al fine di penetrare nel sottosuolo della parola del poeta.
In Quasimodo non c’è Dostoyevsky, bensì il verseggiare recuperato dai lirici greci e, in molta parte, da Garcia Lorca. Quel Lamento del Sud e l’immagine del vento che si fa concetto, sono espressioni molto particolareggiate che viviamo ascoltando le parole di Garcia Lorca. In Ungaretti, invece, sussiste quella visione onirica che nasce all’interno della letteratura rimbaudiana, poi baudelairiana (Invito al viaggio) e mallarmeana. È uno sperimentalista, infatti porrà le basi del Futurismo.
Dopo Salvatore Quasimodo prenderà avvio un rivoluzionamento dei linguaggi che porterà alla non poesia di Sanguineti e alla poesia neo-sperimentale di Pier Paolo Pasolini.
Escludendo “Supplica a mia madre”, non si percepisce poesia in Pasolini, il quale resta un intellettuale e non un poeta. Quasimodo infrange questi steccati.
È contro le neo-avanguardie del ‘63, mentre Ungaretti fa i conti con la grande avanguardia nazionale, la vera rivoluzione dei linguaggi che è rappresentata dal Futurismo.
Si pensi al suo legame con Palazzeschi e con tutta la poesia che nasce a partire dal 1905 con la rivista “Poesia”, fino a toccare una composizione che diventa pensiero oltre la liricità.
In Ungaretti avviene l’esatto opposto di ciò che accade a Pavese. La sua poetica nasce con il taglio del racconto di “Lavorare stanca” e “I Mari del Sud”, per giungere a una poesia strappata dal linguaggio. Penso a “La terra e la morte”, a “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.
Un modello post ermetico sviluppato all’interno dell’ermetismo. Pavese, dal ‘45 al ’50, fa poesia ermetica provenendo da una poesia in prosa. Un percorso diametralmente opposto rispetto a Ungaretti il quale nasce da una poesia profondamente immersa nel senso di “Mi illumino di immenso”, per approdare a una poesia in cui il viaggio è deposizione della memoria e della nostalgia.
“Mi illumino di immenso” è una poesia che Ungaretti vive sulla propria pelle così come tutta la composizione lirica che giunge a “San Martino”, la poesia della guerra. Ungaretti partecipa attivamente al conflitto mondiale, a differenza di Quasimodo.
“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” è una grande metafora. Il marmo. Il ghiaccio ungarettiano.
Quella vacanza dell’anima che diventa essenza, ma anche assenza. Ciò che importa ad Ungaretti è l’assenza e il dolore. La consapevolezza del dolore che origina dall’assenza. 

https://antichecuriosita.co.uk/destrutturalismo-e-contro-comune-buon-senso-punti-fermi/


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