Scrivere bene e il paradosso della scrittura che non scrive

I poeti vecchi

Scrivere bene e il paradosso della scrittura che non scrive

Di Mary Blindflowers©

I poeti vecchi

I poeti vecchi, drawing on paper by Mary Blindflowers©

 

Scrivere bene, con proprietà di linguaggio, spalmando opportunamente e in modo grammaticalmente corretto le parole sulla pagina bianca, facendole danzare come ballerine di fila ben ordinate e composte, senza un capello fuori posto o uno strass che non brilli sotto la luce.

Lo stile chiaro e cristallino, le frasi brevi, ad effetto, e l’ornamento delle figure retoriche come contorno di un piatto ben preparato.

La scelta delle parole, calibrata, meditata, precisa come un’operazione di micro-chirurgia.

La poesia bella, che suona, il romanzo che scorre, il saggio che informa.

Tutto perfetto, esemplarmente litico, non una ruga, un difetto, un refuso, una piega.

Ma la perfezione non è esattamente arte, è una misura insufficiente per definire il concetto di scrittura.

Scrivere bene, se si sono fatte buone letture e si è studiata la grammatica, non è poi così difficile se si ha buona volontà e passione. E non è nemmeno necessario frequentare un corso di scrittura creativa a pagamento, per imparare a mettere l’accento sulla è. Ci dovrebbe pensare la scuola dell’obbligo, almeno in teoria.

Tutti possono scrivere bene, dal bidello all’infermiere, dal parrucchiere al commesso viaggiatore, se soltanto volessero farlo.

La scrittura è una condanna che può colpire chiunque.

Il problema vero è che uno scrittore non ha soltanto il compito di scrivere bene, infatti esiste gente che scrive bene ma non si può dire che scriva, così come esiste gente che parla tanto ma non dice niente e scrittori che dicono di scrivere, ma di fatto non sanno nemmeno parlare, e casi letterari spazzatura di libri che non sono nemmeno scritti bene ma recensiti favorevolmente. I casi sono tanti, come i colori di un ipnotico caleidoscopio.

Il paradosso della scrittura che non scrive esiste ma può anche essere negato.

C’è infatti chi sostiene che la bella scrittura sia tutto, che basti buttare nell’ordine giusto le parole sulla carta, per poter essere definiti scrittori e che non occorra nemmeno cercare  di trascendersi o il nuovo che non c’è, perché a forza di tentare di superarsi si finisce col non riuscire neppure a capire più in che stanza ci si trovi nella propria casa.

Ma che importa allo scrittore delle stanze della propria casa?

Non è mica un impiegato del catasto. Egli vive nel mondo che non c’è ma che vorrebbe che sia e scrive anche per questo, perché è consapevole della sostanziale inaccettabilità del reale così com’è, altrimenti non scriverebbe. Chi vive nel mondo che c’è non è uno scrittore ma un copista del reale. Lo scrittore come l’artista in genere, va oltre, prevede il futuro, disegna il mondo che non c’è ma che ci sarà, un mondo che gli altri non riescono ancora ad immaginare perché non esiste nella contingenza. Ma la scrittura non è l’attimo, è il suo superamento creativo.

Scriveva Chomsky: “come avviene che i parlanti di una lingua siano in grado di produrre e di comprendere un numero indefinito di frasi che non hanno mai udito prima o che addirittura possono non essere mai state pronunciate prima da qualcuno?”

Questa è la magia del mondo che non c’è e che molti si ostinano a negare, dicendo che ormai è stato inventato tutto. Probabilmente anche nell’Ottocento c’era qualcuno che diceva che non ci sarebbe stato nulla di nuovo, che ormai non si poteva creare più nulla. Ma questo atteggiamento negativo verso la creatività viene smentito categoricamente dai fatti. Verne non fu forse lo scrittore che immaginò il futuro?

Scrivere bene dunque non basta semplicemente perché tradisce un atteggiamento di passiva ricezione del reale, senza la benché minima scomoda volontà di andare oltre, senza quel moto interiore che segna il confine tra ciò che sarebbe conveniente scrivere per diventare scrittori di successo, ungendo i meccanismi giusti, e ciò che sarebbe giusto consegnare alle stampe.

Solženicyn che pagò di persona il prezzo del non allineamento, sosteneva che chi scrive deve combattere contro ogni forma di potere politico per l’autodeterminazione dell’arte. Poi aggiungeva: “il potere non ha mai amato i grandi scrittori, preferendo soggetti meno imbarazzanti”.

E aveva ragione.

Lo scrittore è un soggetto imbarazzante perché ha un punto di vista trasversale sul mondo.

Il potere non ama l’imbarazzo e preferisce l’innocuità. Tenderà a diffondere su larga scala opere che rimestano il nulla, che non creano attrito né fratture riflessive nel fruitore, poesie su temi sentimentali o intimistici in cui l’uomo medio possa e debba identificarsi, senza andare oltre il vetro spesso di una riflessione circolare, che gira su se stessa interminatamente ma non buca quel cerchio di protezione super-egotica e imposta dall’alto contro il pensiero.

Leggere così non equivale più a pensare ma a fruire flussi di parole usa e getta, nella logica capistalistico-consumistica che anche un libro è solo e soltanto un’operazione di marketing che viene sponsorizzata a gran voce se non imbarazza nessuno.

Scrivere bene dunque?

Basta a chi scambia un libro per un kleenex.

Scrivere di fiorellini e cuori e nient’altro, sicuramente serve a fare carriera, ma equivale praticamente a non scrivere nulla perché tutti potenzialmente, come si è detto, possono scrivere bene, ma non tutti possono essere scrittori.

https://antichecuriosita.co.uk/destrutturalismo-e-contro-comune-buon-senso-punti-fermi/

Comment (1)

  1. françois nédel atèrre

    Bello, e con molte verità che condivido. Tra queste, come immaginerai, anche l’idea di scrittura come “… condanna che può colpire chiunque”. In punto, quando ci confrontavamo e dicevo dell’obbligo di “scrivere bene”, riportando un passaggio di Brodskij riguardante W.H. Auden, intendevo riferirmi non a quella grammatica del bello -spesso inutile, forzata- che caratterizza l’aspetto calligrafico di alcuni, ma alla capacità di trasmettere il proprio pensiero e la propria visione della realtà (potremmo parlare di poetica, concetto che vale anche per un romanziere o un pittore o uno scultore), rendendola funzionale rispetto a un obiettivo.
    Sono d’accordo anche relativamente alla visionarietà dello scrittore; mi piacciono meno quelli che pensano che, per essere nuovi, si debba per forza stravolgere il linguaggio, col risultato di essere solo incomprensibili (ma questo è solo un mio punto di vista).
    L’ultima cosa che vorrei dire è che rispetto Solženicyn, che ho letto quando ero giovane e che mi piace ancora. Trovo orribile quello che gli è capitato, un paese civile -vorrei dire umano- non dovrebbe mai macchiarsi di crimini del genere; purtroppo una sorte ancora peggiore è toccata a Mandel’štam e a Platonov, e nessuno la riconosce perché meno funzionale (qualcosa mi induce ancora a credere che Solženicyn dovesse diventare un “caso”. Spero di non essere frainteso).
    Un libro non deve essere inutile, né essere marketing: su questa considerazione della scrittura, anche nelle differenze reciproche che abbiamo sempre rispettato, mi trovi perfettamente d’accordo.

Post a comment