La scrittura? Una condanna che non si augura a nessuno

Antique Engraving Print, Philosophical Experiments on the Porosity of Bodies, 1757

La scrittura? Una condanna che non si augura a nessuno

Di Mary Blindflowers©

Antique Engraving Print, Philosophical Experiments on the Porosity of Bodies, 1757

Antique Engraving Print, Philosophical Experiments on the Porosity of Bodies, 1757, credit Antiche Curiosità©

 

Al di là delle potenti e capillari operazioni di marketing dei secoli XIX°, XX° e successivo, che consentono di confondere letteratura con spazzatura mediatica invasiva di ogni angolo pubblicitario possibile, immaginario e creato ad hoc, la scrittura è una tragedia che non si augura davvero a nessuno, una sorta di condanna che preme sull’esistenza di chi ne è, suo malgrado, innocente vittima.

Nessuno scrittore che si rispetti infatti, sceglie volontariamente il martirio della scrittura.

Chi si siede ad un tavolo da lavoro con il preciso intento di riempire la pagina bianca e scrivere qualcosa che potrebbe fargli guadagnare soldi o altro, con l’appoggio di qualcun altro, non è uno scrittore. Magari si è deciso a scrivere perché sa quali ingranaggi ungere per acquisire consenso, farsi pubblicità e costruirsi una mitica quanto finta biografia romanzata ed opportunamente infiocchettata, da dare in pasto ai media, ma non è uno scrittore, è un abile manipolatore di coscienze, un businessman, un imprenditore, un capitalista della pseudo-cultura.

Chi scrive su commissione, anche, non è uno scrittore, è un impiegato del potere, un inserviente del lucro possibile e poi realizzato.

La scrittura non ha fine se non quello di segnare la pagina bianca. Chi scrive non unicamente per scrivere ma con uno scopo finale teso al lucro, non scrive, fa imprenditoria camuffata da letteratura.

La scrittura ti insegue, mentre cammini, mentre mangi, mentre guardi o vedi il mondo dal tuo punto di vista, mentre leggi, mentre stai seduto tranquillamente a berti un the; entra senza bussare, coi piedi sporchi, le mani inzaccherate, ti dice che ti devi sbrigare, che ha una storia per te, che la devi scrivere subito e non ammette repliche. Tu cerchi di convincerla che in quel momento preciso non hai tempo per lei, che scriverai più tardi, che ora stai facendo altre cose, cose che molti dotati di buon senso comune del dovere e di una certa dose di sale in zucca, giudicherebbero importanti, ma non c’è niente da fare, la scrittura insiste, ti dice che dimenticherai quello che ti sta dicendo, insomma carpe diem, qualunque compito tu stia svolgendo, che ti piaccia o no, urge l’appunto sull’agenda che hai nella borsa o in una tasca del pantalone o della giacca. La scrittura pretende ed ottiene che tu prenda nota e che poi, quando sarà il momento giusto, tu riveda quegli appunti e sviluppi la sua prepotenza scrivendo una storia, un romanzo, insomma quello che è. La scrittura non ti dà tregua, anche quando sei perfettamente consapevole della sua inutilità pratica, e della verità dell’asserzione: “la cultura non paga”; anche quando sai che per te non è stata preparata nessuna grande rivoluzione di marketing; anche se non sei uno sciroccato che ti definisci scrittore e poeta da solo come gli ebeti che parlano con la riflessione in uno specchio; tu comunque scrivi, perché la scrittura ti tira la giacca, ti strappa i capelli, ti spinge dentro il suo baratro infernale, ti segue come un’ombra e tu la scacci come si fa con le mosche ronzanti e importune, ma sta sempre là, imperterrita, la quintessenza dell’assurdo e vorresti liberarti da una simile biblica piaga, e dire che da un giorno all’altro finalmente hai deciso di decidere tu cosa fare e cosa non fare, di dedicarti ad altro, di raccogliere coriandoli per strada magari o margherite in un prato, ma non di scrivere.

Basta! Dici no e lo dici con forza.

Quella ride, beffarda, ti ride in faccia sentendo le tue promesse di cartapesta, ferme come un vento invernale, vere come i capelli degradé di certi uomini di spettacolo, e ti cammina vicino saltellando, sbeffeggiandoti e sussurandoti storie all’orecchio destro, a quello sinistro, e poi dritto in faccia, nel caso non avessi sentito bene. Tu cerchi di resistere, non hai portato l’agenda degli appunti, dato che hai deciso di non scrivere più e non hai nemmeno una penna, glielo dici, tirando fuori la lingua, ma quella continua a ridere. Chiaro che non capisce. Proprio quando sei convinto di averla gabbata e di aver vinto, ti ricordi che hai la carta di una caramella dentro la tasca o nella borsa. Cerchi, non trovi subito, rovesci il contenuto della borsa per terra, mentre la gente si chiede se tu sia completamente sano di mente. Chiedi una penna al primo passante che incontri, ma non ne ha una, allora chiedi ad un secondo passante e poi ad un terzo fino a che non trovi chi ha una maledetta penna, e lì, come un’idiota, ti accorgi che la penna non scrive bene, allora la scaldi, cerchi di rianimarla, la agiti, e rifunziona, allora prendi appunti sulla carta stropicciata della caramella, mentre la scrittura continua a ridere di te e forse anche un poco di se stessa.

Questa è la scrittura, quella vera, non quella costruita dai media, non quella che fa vendere milioni di copie tradotte in tutto il mondo della pubblicità a 360 gradi politici e ben cotti, con posti al sole pre-programmati per pochi eletti che spesso non hanno nemmeno talento.

Tutti vogliono scrivere perché, attratti dagli incantamenti pubblicitari, non sanno veramente cosa sia la scrittura, se lo sapessero la terrebbero lontana.

La scrittura è in realtà un tormento che non si augura a nessuno, nemmeno al proprio peggior nemico.

https://antichecuriosita.co.uk/destrutturalismo-e-contro-comune-buon-senso-punti-fermi/

Comment (1)

  1. Claudio

    La scrittura, così come qualsiasi altra arte, la si può augurare solo ai ricchi o ai raccomandati, solo a loro li ripaga sempre, anche del niente, o anche di quello che hanno rubato ad altri…

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