La centralità della donna e il pessimismo di Sciascia

La centralità della donna e il pessimismo di Sciascia

La centralità della donna e il pessimismo di Sciascia


Di Pierfranco Bruni©

La centralità della donna e il pessimismo di Sciascia

La conchiglia, credit Mary Blindflowers©

 

Sciascia scrive delle pagine esemplari proprio quando ci sono alcune riaffermazioni che riguardano l’amore o la donna.

Una storia si consuma tra l’avvocato Munafò e Maria Grazia in Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia. Un adulterio. Un suicidio. Una parvenza di cattolicesimo. Il comunismo di Candido e di don Antonio, Francesca. L’incontro di Candido con la madre avvenuto a Parigi. E nuovamente politici in odore di mafia.

Anche in “Candido” la donna occupa lo scenario. Prima la madre. Poi Concetta che si occupa dell’educazione di Candido. Paola. Francesca. C’è un itinerario che è già una indicazione.

La donna costituisce una forza vitale. L’assenza di Paola fa precipitare nella noia Candido. “Senza Paola, il tempo era per Candido fermo e dura come un macigno, era come contratto e conficcato nel presente: e a tentare di rivoltarlo, non sarebbe apparso che il passato. C’era il lavoro, c’erano i libri, c’erano le conversazioni con don Antonio: ma tutto era ripetizione, noia, pena”.

Questa forza vitale che è a donna aiuta il racconto stesso. Per esempio i capitoli in cui si parla dei viaggi di Candido e Francesca (il soggiorno a Torino e i viaggi a Parigi e la decisione di stabilirvisi) sono delle parti che condensano una ricchezza di immagini e anche di pensiero. Candido e Francesca si ritrovano proprio nell’amore e nell’amore Candido si ritrova e ritrova l’armonia dopo l’inquietudine degli anni dell’ideologia. Una nuova speranza è nel cuore di Candido e Francesca. Candido alla fine si sente felice. Ma cosa è questa felicità? Non è forse il superamento dell’inquietudine e il ritrovarsi con Francesca lontano da ciò in cui aveva creduto e lontano da quell’illusione di cui si era tanto nutrito e vantato?

Candido conserva delle belle pagine. C’è certamente dentro il migliore Sciascia. Sciascia ironico. Sciascia pungente, Sciascia lucido, Sciascia romantico e sentimentale, Sciascia allegorico, Sciascia che ha capito l’illusione delle ideologie. C’è una pagina di grande stile che custodisce il segreto di questo libro. Eccola:

Vedi – diceva don Antonio – le donne appartengono al mio passato di prete. Per amarle veramente, o per amarne una, io dovrei liberarmi di quel passato. È stata una lunga malattia; ed ora sono in convalescenza. È facile far cadere uno dopo l’altro, come nel baraccone del tiro a bersaglio, tutti i dogmi, i simulacri e i simboli che sono stati parte della tua vita… Ma tutti quei dogmi, quei simulacri, quei simboli che tu credi di avere abbattuto, vanno a raccogliersi e nascondersi nel corpo della donna, nell’idea dell’amore o semplicemente nel fare all’amore. Mi sento talmente nella verità, in ogni cosa, in ogni pensiero, che a momenti mi pare di aver valicato la soglia del segreto, del mistero: e cioè che non c’è segreto, non c’è mistero; che tutto è semplice, dentro e fuori di noi. Ma amare o fare all’amore in questa semplicità, o sul confine, credo non mi sarebbe possibile né mi piacerebbe. E per quanto si corra nella libertà, credo che in questo la Chiesa, le Chiese, quelle che ci sono, quelle che verranno, avranno la meglio. Tra le lettere di San Paolo e il “De l’amour” di Stendhal il discorso corre sullo stesso filo di fuoco: l’inferno dell’altro mondo, l’inferno di questo; ed è un discorso bellissimo”.

Riflettere su queste considerazioni è aprire un nuovo modello di confronto con Sciascia. Tra l’amore di candido e Francesca corrono paesi e corre il ricordo. La Sicilia abbandonata non diventa rimorso. In entrambi c’è la consapevolezza dell’appartenenza ad una terra ma c’è anche il sentimento della distanza. Candido e Francesca sono usciti fuori da un mondo per ritrovarsi e per vivere l’amore. e in questo amore c’è il segno di una antica speranza. Alla fine Candido “Si sentiva figlio della fortuna”.

E allora il pessimismo di Sciascia dove è possibile trovarlo?

Il pessimismo di Sciascia non è una giustificazione. Ci sono pagine dei suoi libri che rivelano questo aspetto. Non può essere negato. Ma Sciascia lo spiega. In una battuta in “A ciascuno il suo” si legge: “Stiamo affondando, amico mio, stiamo affondando… Questa specie di nave corsara che è stata la Sicilia, col suo bel gattopardo che rampa a prua, coi colori di Guttuso nel suo gran pavese, coi suoi più decorativi pezzi da novanta cui i politici hanno delegato l’onore del sacrificio, coi suoi scrittori impegnati, coi suoi Malavoglia, coi suoi Percolla, coi suoi loici cornuti, coi suoi folli, coi suoi demoni meridiani e notturni, con le sue arance, il suo zolfo e i suoi cadevi nella stiva: affonda, amico mio, affonda…”.

È indubbiamente un pessimismo con il quale ci si imbatte e ci si resta incollati totalmente. Ma non è Sciascia ad essere pessimista. Egli stesso a chi gli rimproverava di essere pessimista rispondeva con molta calma ed eleganza dicendo: “Non è vero. Piuttosto è la realtà ad essere pessima” (Walter Vecellio, “Il Sabato” del 30 dicembre 1989).

https://antichecuriosita.co.uk/manifesto-destrutturalista-contro-comune-buonsenso/


Post a comment