Dal Leone al Cappuccio rosso by Biagini, due poeti a confronto

Dal Leone al Cappuccio rosso by Biagini, due poeti a confronto

Dal Leone al Cappuccio rosso by Biagini, due poeti a confronto


Di Lucio Pistis & Sandro Asebès©

Dal Leone al Cappuccio rosso by Biagini, due poeti a confronto

The eye of power, mixed media on canvas by Mary Blindflowers©

 

Secondo le teorie benpensanti dei bene informati esperti di poesia e letterature in genere, il discrimine tra veri scrittori e pseudo-scrittori sarebbe dato dalla pubblicazione con un grosso editore. In pratica, secondo un ragionamento piuttosto semplicistico e anche diciamolo, scarsamente intelligente, se hai talento passi dal piccolo al grosso editore. Niente di meno automatico e di più falso. Sempre secondo questi illuminati pensatori della domenica che recensiscono i loro amici e i libri di gente già arrivata con melliflua positività e buona preconcetta disposizione d’animo, se un autore è arrivato all’editore che conta, è bravo perché il grosso editore mica pubblica il primo pinko palla che gli capita a tiro.

Ebbene questo sarà il primo di una serie di articoli tesi a dimostrare che nei luoghi comuni e nelle stupidaggini di quelli che ben pensano, tanto per citare un noto motivetto, c’è tanta falsità.

Ci siamo così imbattuti nei magnifici versi di Salvatore Leone:

AGATA

Anche il mio petto è devastato

dove stringo i morsi, allevo

una piccola iena. L’ho cresciuta.

Ho capezzoli che non servono a nessuno

inutili rose, le disubbidienti.

Nelle acque dolci e illibate

sono figlio esangue ai seni di Agata,

mi ha cresciuto così, pallido, silenzioso

randagio dal manto bianco.

Non credo nei santi, forse all’urlo della vergine

che non lascia eredi ai possidenti.

Non conosco le origini del mio pudore,

è un gesto immediato allo specchio

coprirmi.

Sebbene non conosciamo il suddetto poeta (quindi non abbiamo interesse alcuno a parlar bene della sua poesia), non ci risulta che questo autore pubblichi con un grosso editore, eppure ha uno stile molto interessante, che potremmo definire un classico innovativo, un innesto riuscito, fatto di immagini che senza nemmeno l’aiuto della rima, riescono a colpire il lettore felicemente attratto da versi delicati, ma nello stesso tempo efficaci, visivi, potenti. La struttura del verso tradisce una forte cultura di base, non sono parole buttate lì a caso, ma concertate per creare un’atmosfera, per suscitare sensazioni in chi legge. La struttura grammaticale è nitida ed impeccabile organata su concetti avversativi tutti martellantemente espressi per asindeti, sintomo di una opzione compositiva omogenea che sceglie di evitare la variatio. Contenutisticamente il poeta trasmette direttamente al lettore l’idea della durezza d’animo che lo scevra dalla massa diversificandolo con una serie di rapide ed efficaci metafore (la iena, le rose, l’Agata, il randagio, la vergine).

Ora invece prendiamo una poesia di Elisa Biagini, una “poetessa” che pubblica con Einaudi e non si sa bene a che titolo:

da Cappuccio Rosso:

ed entra la foresta,

e il buio e poi

2 zanne-falci:

un respiro e

ti ha digerita

il tempo, ti ha

ritornato al

tondo della

pancia.

*

di lame,

punte, code,

lati scuri che tagliano e

te lo vedi dopo

il sangue, che

scende come

la pozza dell’

occhio, come quel

panno rosso, che è

lingua.

*

beviti il

nero che ti

goccia

dentro al

cappuccio,

che insiste

nella bocca

come capello

tra i denti

(e già è

macchiato il

bianco agli

occhi):

lasciati bere

e fa del bosco

pancia,

tornati a quel

ruotare

come di

lavatrice.

Notiamo invece le forzature grammaticali della Biagini: entrare transitivo non viene attestato in nessun dizionario della lingua italiana, ritornare transitivamente viene usato solo come meridionalismo o come forma obsoleta e letteraria causativa (il Garzanti cita Boccaccio, Decamerone III, 8 “pregheremo Iddio che in questa vita il ritorni”), gocciare è un’altra forma non comune per il normale “gocciolare”, l’imperativo apocopato della seconda persona singolare del verbo fare deve esser scritto con il segno di apostrofo qui mancante; non si capisce perché nel giro di due linee l’autrice usi il participio passato in maniera coordinata e non coordinata al soggetto nella coniugazione del passato prossimo (“ti ha digerita il tempo..ti ha ritornato al tondo della pancia”), tornare in forma riflessiva non è attestato da alcun vocabolario della lingua italiana.

Contenutisticamente le linee rimangono oscure e certe volte anche esteticamente piuttosto sgradevoli. Il lettore non intuisce a tutta prima che afflato comunicativo stia emettendo la poetessa: entrare nella foresta dovrebbe essere metafora di fagocitamento da parte di essenze oscure? Perché il tempo avrebbe digerito il protagonista? Perché egli sarebbe tornato in forma uterina? Il riferimento alle tonalità dello scuro e del sangue come si giustifica? Chi dovrebbe bere il protagonista e il riferimento al moto centrifugo di una lavatrice, è metafora di che?

Fare gli ermetici assemblando lessico obsoleto ed immagini nebulose è fin troppo comodo: se il lettore non recepisce alcun messaggio, lo slancio emotivo è abortivo per una poesia decisamente sgrammaticata che tipeggia nella risciacquatura del nulla.

https://antichecuriosita.co.uk/manifesto-destrutturalista-contro-comune-buonsenso/


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